Vite appena sbocciate e spesso recise. Il suicidio e i millennials

Francesco Ricci

05/02/2018

“Scenderemo nel gorgo muti”. Era il 22 marzo 1950 quando Cesare Pavese scriveva “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, alla quale appartiene questo verso. Ancora pochi mesi e si sarebbe congedato dal mondo, in una camera dell’albergo Roma, a Torino, zona stazione di Porta Nuova, ingerendo una ventina di bustine di sonnifero. Sullo scrittoio una copia del libro che Pavese aveva più caro, i “Dialoghi con Leucò”, sul frontespizio le parole “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. Aveva quarantadue anni, era all’apice della fama e del fervore creativo, si era guadagnato il consenso di buona parte della critica che conta, aveva vinto il premio Strega col romanzo “La bella estate”. Eppure niente e nessuno riuscirono a trattenerlo dal gesto estremo: anche lui scese in silenzio nel gorgo, parola che ricorre ossessivamente nelle ultime annotazioni del “Mestiere di vivere”, il bellissimo diario che Pavese tenne dal 6 ottobre 1935 al 18 agosto 1950.

Ancora oggi il pavesiano gurges della morte volontaria attira e risucchia tantissimi uomini, tantissime donne, in ogni parte del mondo, anche in Italia. Molti sono adolescenti e giovanissimi, nella fascia di età compresa tra i quindici e i venticinque anni: dopo gli incidenti automobilistici, il suicidio è la seconda causa di morte nel nostro Paese. Il loro numero è in continua crescita ed è di gran lunga superiore a quello riportato dai quotidiani e dagli organi di informazione. Ad esempio, se nel triennio 2011-2013 i giornali e i notiziari televisivi hanno ricordato 1500 casi di suicidio, dai dati dell’Istat si ricava che, in realtà, sono stati quasi il triplo, vale a dire 4292, ovvero 357 al mese. A volte i millennials comunicano l’imminente gesto a un amico con un sms, altre volte scelgono il silenzio sia prima (escono da casa senza dire niente a nessuno e non vi fanno più ritorno) sia dopo (nessun biglietto, nessuna lettera, che aiuti a capire come e quando l’esistenza per loro si è fatta a tal punto insopportabile da venire rifiutata).  Vite spezzate, vite appena sbocciate e subito appassite, spesso recise.

Lo psicoanalista James Hillman, che al suicidio ha dedicato uno studio fondamentale – “Il suicidio e l’anima” – ha scritto che esso resta un problema “fondamentalmente insolubile, perché non è un problema che riguarda la vita, ma la vita e la morte insieme, con tutti gli imponderabili che la morte comporta”. La sola persona che potrebbe dire qualcosa al riguardo, e dunque aiutare la comprensione del gesto da parte dei familiari, degli amici, dei conoscenti (era questo il pensiero anche di Sartre), è il suicida, il quale, ovviamente, non è più in grado di farlo. Alla fine, ciò che rimane, è la condanna che nel corso dei secoli la religione, il diritto, la sociologia hanno pronunciato nei riguardi del suicidio, e l’impotenza (e il tormento) dei vivi a penetrare quello che ai loro occhi appare enigma e mistero.

Naturalmente i suicidi dei più giovani si collocano in un quadro generale, che abbraccia l’intera popolazione di una nazione. Cosa può dirci allora il fatto che uno dei più alti tassi di morti volontarie si registri nel nord dell’Europa? In Finlandia, ad esempio, che vanta il sistema scolastico più all’avanguardia, in Svezia, che è un esempio di moderna società multiculturale e che possiede le strade più sicure, in Norvegia, che ricava grandi ricchezze dai giacimenti petroliferi, puntualmente reinvestite nel sociale. Forse – questo ci dice – l’efficienza e il benessere non salvano dall’angoscia e dall’insoddisfazione, sentimenti che quasi sempre accompagnano il gesto suicida? Continuare a individuare come fattore di depressione la mancanza di luce e il freddo risulta semplicistico, perfino inutile, visto che negli Stati Uniti sono le Hawaii a segnalarsi per numero di suicidi e che è la Guyana a detenere il triste primato mondiale in questo campo. E allora cos’altro c’è? Certo, si potrebbe liquidare la questione dicendo che l’Italia è, con la Grecia e con Cipro, il paese europeo dove ci si uccide di meno, a conferma che la crisi economica, con ciò che comporta, non può essere interpretata come causa scatenante. Saremmo, però, degli irresponsabili, se affermassimo che suddetta questione tutto sommato non ci riguarda da vicino e trascurassimo l’evidenza della crescita del fenomeno anche tra i nostri ragazzi, nonostante dispongano di una libertà (individuale e di massa) sconosciuta alle precedenti generazioni, di un benessere diffuso, di genitori pronti ad assecondare ogni loro richiesta, della possibilità di vivere perennemente connessi e quindi di avere un accesso immediato alla conoscenza. Ma non basta, non può bastare questo a salvare alcuni di loro dal gorgo pavesiano. E se alla fine la sola domanda che veramente conta porsi – come ci ricorda Albert Camus nel “Mito di Sisifo” – è se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, quei 357 adolescenti che ogni mese si uccidono in Italia sono altrettanti indici puntati contro chi ha potuto credere (e voluto far credere) che i fini dell’economia potessero coincidere coi fini di una persona, specie di un giovane, nel quale, grazie a Dio, la costellazione di ideali e il desiderio di valori condivisi costituiscono ancora un fondo duro come quarzo.
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Francesco Ricci

Francesco Ricci

(Firenze 1965) è docente di letteratura italiana e latina presso il liceo classico “E.S. Piccolomini”di Siena, città dove risiede. È autore di numerosi saggi di critica letteraria, dedicati in particolare al Quattrocento (latino e volgare) e al Novecento, tra i quali ricordiamo: Il Nulla e la Luce. Profili letterari di poeti italiani del Novecento (Siena, Cantagalli 2002), Alle origini della letteratura sulle corti: il De curialium miseriis di Enea Silvio Piccolomini (Siena, Accademia Senese degli Intronati 2006), Amori novecenteschi. Saggi su Cardarelli, Sbarbaro, Pavese, Bertolucci (Civitella in Val di Chiana, Zona 2011), Anime nude. Finzioni e interpretazioni intorno a 10 poeti del Novecento, scritto con lo psicologo Silvio Ciappi (Firenze, Mauro Pagliai 2011), Un inverno in versi (Siena, Becarelli, 2013), Da ogni dove e in nessun luogo (Siena, Becarelli, 2014), Occhi belli di luce (Siena, Nuova Immagine Editrice, 2014), Tre donne. Anna Achmatova,...

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