Il senso profondo delle arti marziali. Intervista al maestro Raffaele Bernabei

Siena il 17/11/2021 - di Duccio Rossi
“Il senso di Helen per l’infinito” (Betti Editrice) è il libro di esordio del senese Raffaele Bernabei, maestro di arti marziali e tecniche meditative dal 1984, considerato il decano del Kung Fu nella città del Palio poiché per primo portò qui l’insegnamento di questa antica arte marziale cinese. Il romanzo si snoda tra Siena e la Tailandia. Helen, giovane e bella ereditiera, per sconfiggere le sue paure e i suoi blocchi profondi, decide di andare nel sud-est asiatico sulle orme della sua amica del cuore Jen.
 
Maestro Bernabei, ci parli di questo suo primo libro di narrativa
Il senso di Helen per l’infinito è un racconto che permette al lettore di conoscere il mondo avvincente delle arti marziali, del combattimento e delle tecniche corporee. Un messaggio antico appartenente all’alta cultura orientale: raggiungere, tramite la narrativa, tutte quelle persone non direttamente interessate al mondo delle arti marziali, ma che comunque nutrono una qualche curiosità intellettuale in merito. Questo mio racconto permette esattamente di svolgere questo compito: far conoscere ad una vasta platea il mondo delle arti marziali e delle tecniche corporee tramite il romanticismo che si unisce alla filosofia orientale”.
 
Come nasce l’idea di questo libro?
“L’idea di questo libro è nata molti anni fa. Con un mio vecchio collega di lavoro, che faceva anche il fumettista, fantasticavamo sulla possibilità di buttare giù una storia simile a questa, ma il sogno è rimasto nel cassetto. Dopo molti anni, con l’arrivo del lock-down conseguente la pandemia, mi sono ritrovato – mio malgrado – ad avere molto tempo libero. Ed ecco che nella mia fantasia si sono materializzate le immagini della storia: Helen, una mia figlia ideale, che si muove nel contesto del terzo millennio, portando avanti gli interessi culturali del padre, il potenziale dell’alta cultura asiatica. Per Helen le arti marziali e le tecniche corporee diventano pian piano un punto di rifermento vitale per la sua esistenza. I molti viaggi da me intrapresi in Asia e le molte esperienze vissute ad alta intensità mi hanno permesso di rendere vive e autentiche le pagine di questo racconto, conferendo a molte descrizioni un carattere quasi autobiografico”.
 
Qual è il messaggio che questa storia rivolge ai lettori?
“Il messaggio profondo di questa storia è la ricerca della libertà, insita in ognuno di noi. La libertà è un concetto molto vasto: si può essere liberi da chi ci opprime, si può essere liberi nelle proprie scelte morali, ma si può anche essere liberi – come appunto si dice in questo racconto – quando riusciamo a mantenere un fulcro di forza soggettivo per poter essere protagonisti sempre e comunque della propria vita, indipendentemente da ciò che ci accade. Per far sì che ognuno di noi sia libero, nel senso più elevato del termine, all’interno del flusso illogico e imprevedibile dell’esistenza, bisogna trovare un punto di riferimento saldo che unisca corpo e spirito. Secondo la filosofia orientale lo spirito ha le sue esigenze, vuole andare per la propria strada perché è sottile. Mentre la coscienza tende a scendere a patti con la realtà perché ciò che gli chiede lo spirito è troppo sottile ed elevato. Tutto questo altro non è che l’eterna lotta tra corpo e spirito. Una lotta, un conflitto che le arti marziali e le tecniche corporee, praticate ad altissimi livelli, riescono ad attenuare conferendoci così un elevato grado di libertà interiore. Come ci insegna anche Freud il nostro inconscio profondo – chiamiamolo pure spirito – ha la tendenza a voler tornare a quella che lui stesso chiamava Condizione di Nirvana seguendo il Thanatos, ovvero l’impulso verso l’ignoto. In tutto questo, quindi, le arti marziali sono un tentativo di integrazione tra corpo e spirito, uno strumento alla portata di tutti che può offrire a chiunque una nuova via (un DÔ per dirla con la terminologia marziale giapponese) per meglio affrontare la realtà e i suoi ostacoli, sia quelli ordinari che quelli fuori dall’ordinario.
 
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