I sopravviventi. Senza dimora, senza sé stessi

Luigi Oliveto

20/10/2023

Alcuni ricorderanno il film “Gli invisibili” (2014) con Richard Gere nei panni di George, un homeless che fa finta di non esserlo, che vaga per le strade e i rumori di New York, in un mondo parallelo, dentro un tempo che pare continuamente cominciare e chiudersi nello spazio angusto di una giornata (del come sbarcare ogni singola giornata). Nel film scritto e diretto da Oren Moverman, alla fine un barlume di rinascita del protagonista si intravede, e pure lo spettatore volge volentieri verso quello spiraglio. Per rimanere in tema, si fa invece molta più fatica a riassestare lo sconforto che, al termine della lettura, lasciano le pagine de “I sopravviventi”, esordio nella narrativa di Girolamo Grammatico. Un libro bello (e già l’aggettivo potrebbe risultare improprio) ma crudo, in cui l’autore racconta la propria esperienza di lavoro vissuta per diciassette anni nel centro d’accoglienza per persone senza dimora della Stazione Termini a Roma: “I senza dimora non hanno le chiavi di casa, le chiavi della macchina, le chiavi del loro destino, non hanno le chiavi di nulla. E noi, che siamo pagati per aiutarli durante il nostro turno di lavoro? Noi chi siamo? La cura o il problema?”. Grammatico racconta storie vere. Non romanza. La forza del racconto (e la desolazione che ne deriva) è tutta in quel vero che pone in luce un universo di invisibili o, come preferisce chiamarli l’autore, di ‘sopravviventi’, cosa diversa dalla condizione di sopravvissuti. Erano molte le domande che lui si poneva a ogni fine turno, e tra tutte una fondamentale: “A quali condizioni puoi definirti vivo? E a quali puoi definire vivo un altro essere umano? E le due condizioni coincidono?” Varie sono le storie dei sopravviventi cui Grammatico restituisce la dignità dell’essere persone. In comune hanno il fatto di avere perduto cose e modalità per stare al mondo. E dunque hanno perso sé stessi. Non avere casa è trovarsi senza il luogo dove rifugiano gli affetti, i ricordi, gli odori della quotidianità. Stanze di oggetti e memorie, archivi di sentimenti, stagioni della vita, progetti, rimpianti, nevrosi. La casa è sede appartata, ma primaria, di quel gran lavorio di ragione e cuore che la vita chiede a ciascuno. Ad ogni rientro a casa varchiamo una soglia che segna anche un dentro e fuori psicologico, emotivo. Togliamo le scarpe, facciamo una doccia, cerchiamo di riallinearci con la vita se qualcosa si è discostato tra la realtà e il nostro modo di intenderla (di sognarla). Ecco perché le storie narrate da Grammatico, svelando una realtà ai margini dell’esistenza, interpellano tout court il senso di come noi tutti mettiamo quotidianamente ‘a dimora’ il nostro essere o non-essere, l’avere o il non-avere, il vivere o il sopravvivere.
 
***
 
Se vuoi vivere nel qui e ora, lavora per strada con gli emarginati e verrai catapultato in un eterno ieri insuperabile. Tutto si ripete. Un centro notturno che accoglie i poveri mette in campo un progetto di carità e allo stesso tempo ha l’effetto di una Tachipirina: agisce sul sintomo e non sulle cause. Infatti, a un certo punto, la Tachipirina non serve più, serve l’antibiotico. È inutile aumentare la dose, non puoi farlo per sempre. Come non puoi aprire centri notturni per i poveri per sempre.
Molti si sono arrovellati sui termini: barbone, clochard, senza tetto, senza casa, senza fissa dimora… sono tutte parole che usiamo in modo indiscriminato, eppure ognuna ha un significato diverso. Condorelli era un barbone o un senza tetto? Non è la stessa cosa.
 Alla fine si è scelto il sintagma “senza dimora” e gli studiosi hanno redatto una classificazione attraverso una griglia di indicatori (senza tetto, senza casa, sistemazioni insicure, sistemazioni inadeguate): l’hanno chiamata ETHOS. Affascinante. Perché è costume definire una persona per ciò che non possiede, la casa, e non per ciò che è.
Quindi, io che non sono laureato, sono un “senza laurea”. Io che in quel periodo ero l’unico senza patente, ero un “senza patente”. Perché la dimora ci definisce così tanto? Io sono trapanese o romano? La mia casa è quella dei miei genitori dove torno ogni anno o il sesto appartamento in cui tengo le mie poche cose da studente fuori corso?
Per dimora si intende un luogo stabile, personale, riservato e intimo, nel quale ognuno di noi può esprimersi liberamente. Un luogo sicuro, ma soprattutto un luogo fatto di relazioni.
Io sono le mie relazioni.
I senza dimora hanno tutti i legami recisi da una serie inesorabile di eventi catastrofici. Eppure c’è un mistero nella parola “dimora”. I senza dimora abitano in ostello e questo non li trasforma in non-senza-dimora. Perché? Perché quella parola, dimora, deriva dal latino morari, indugiare, e il de è rafforzativo. Nessuno desidera indugiare un minuto di più in un luogo sporco, pieno di derelitti puzzolenti, nel quale vieni stigmatizzato a vita come colpevole della tua povertà. Per la società chi abita lì non esiste.
Per questo forse ho considerato i poveri la mia famiglia per molti anni. Perché ogni sera, a fine turno, logorato dal rosario dei loro fallimenti, indugiavo confuso sulla soglia del cancello prima di tornare a casa sentendomi un sopravvissuto.
Chi di noi può dirsi sopravvissuto? Chi sopravvive a un evento potenzialmente letale: un terremoto, un uragano, un incidente, un attentato, non al quotidiano.
In media muore una persona ogni dieci secondi. Vivere è sopravvivere. Questo verbo, sopravvivere, però lo usiamo soprattutto al participio passato. Nessuno di noi si definisce sopravvivente.
I senza dimora sono sopravviventi.
Sopravvivono alla miseria. Non sono morti e non sono vivi. Hanno il necessario, quando ce l’hanno, eppure, senza il superfluo, non sono pienamente vivi.
E noi, che siamo pagati per aiutarli durante il nostro turno di lavoro? Noi chi siamo? La cura o il problema?
Ogni giorno in ostello suona qualcuno per un posto letto. Ogni giorno sono sempre di più le persone disperate che si attaccano a quel citofono.
Una sera sono arrivato in ritardo, avevo dimenticato le chiavi, sono stato costretto a suonare anch’io. Mi ha risposto la volontaria nuova, non voleva farmi entrare. Ripeteva che l’ostello avrebbe aperto da lì a mezz’ora, che dovevo ripassare dopo. Le ho spiegato che lavoravo lì, che avevo solo dimenticato le chiavi. Ma lei insisteva, dovevo ripassare e parlare con l’operatore. La volontaria era zelante, applicava la norma.  Allora mi sono attaccato al citofono. Suonavo e risuonavo. Ripetutamente. Come Condorelli quel giorno. Anche lui stava bussando al cancello, con il cranio.
Ma mentre io volevo solamente entrare e iniziare il turno, lui sembrava voler dire a tutti, prima di morire: uscite, non entrate, non indugiate nelle vostre case.
 
[da I sopravviventi di Girolamo Grammatico, Einaudi, 2023]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista, scrittore, saggista. Inizia giovanissimo l’attività pubblicistica su giornali e riviste scrivendo di letteratura, musica, tradizioni popolari. Filoni di interesse su cui, nel corso degli anni, pubblica numerosi libri tra cui: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Siena d’autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004), Giosuè Carducci. Una vita da poeta (2011), Giovanni Pascoli. Il poeta delle cose (2012), Il giornale della domenica. Scritti brevi su libri, vita, passioni e altre inezie (2013), Il racconto del vivere. Luoghi, cose e persone nella Toscana di Carlo Cassola (2017). Cura la ristampa del libro di Luigi Sbaragli Claudio Tolomei. Umanista senese del Cinquecento (2016) ed è co-curatore dei volumi dedicati a Mario Luzi: Mi guarda Siena (2002) Toscana Mater (2004),...

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