Il dolore non esiste. Difficile essere figlia a un padre che non vuole più esserlo

Luigi Oliveto

02/05/2024

Certi luoghi comuni andrebbero perlomeno considerati nei loro contrari. Prendiamo, ad esempio, il sospiroso ‘quanto è difficile il mestiere di genitore…’. E quello di figli (figli per tutta la vita, beninteso) no? Magari ritrovandosi un padre che esisterebbe pure, ma che, di fatto, ha deciso di non esserci. Insomma, abdicazione alla paternità. Mentre i figli eccome se vorrebbero continuare ad essergli tali. Ne sa qualcosa Ilaria, protagonista de “Il dolore non esiste”, ultimo romanzo di Ilaria Bernardini, il cui incipit va dritto al problema: “Mio padre si chiama Achille e non mi parla”. Una storia che vede giustappunto un padre eclissarsi, interrompere qualsiasi forma di rapporto con la figlia ormai adulta. Era stato un padre simpatico, affatto banale, con il quale Ilaria aveva sì avuto scontri, ma pure condiviso cose, pensieri, visioni del mondo. In gioventù aveva persino guardato a lui come a qualcosa di mitico, di eroico (nomen omen?). Poi Achille sarebbe diventato sempre più distante (a male pena gli auguri di Natale e compleanno “dal tuo padre assente”) fino al silenzio totale. Sfugge a qualsiasi tentativo di contatto da parte della figlia, non risponde a telefonate, messaggi, lettere. Non vuole esserle più padre. Ma Ilaria – che, invece, non intende rinunciare a una naturale e matura filialità – ha bisogno di capire, poiché i silenzi non sono il nulla. Anzi, vi si annidano risentimenti, equivoci, bugie, il corposo diario del non-detto. Dunque ha bisogno di ricostruire vita e personalità di quel padre tanto ostinato, forse perché nato sotto il segno del capricorno. “Questione che in famiglia abbiamo ripetuto tutti come significativa, credo per via della sua caparbietà e testardaggine. Non usiamo la lettura dei segni zodiacali per nessun’altra faccenda della vita ma questa del capricorno ci è sempre sembrata appropriata. Talmente appropriata che ho preso per valide le caratteristiche di mio padre per tratteggiare il profilo dei capricorni maschi del mondo. Tutti i capricorni maschi forse a un certo punto della vita smettono di parlare a chi amano, è proprio il loro amore anzi ad avere questa forma”. In questo tentativo di definire l’identità paterna, Ilaria chiede collaborazione ai familiari, ma con modesti risultati, a cominciare da nonna Evelina che sul figlio ripete quanto già noto, fornisce notizie che nulla aggiungono, lascia trasparire un sentimento giustificatorio. Così che – anche in virtù del suo essere scrittrice – la protagonista colma le molte lacune narrandosi l’immaginabile. Operazione che se da una parte sembra assumere la funzione di rendere il padre comunque presente, dall’altra pare esercizio propedeutico a tutte le perdite, le nostalgie, i distacchi cui la vita sottoporrà. Non è poi un dettaglio che un siffatto lavorìo vada a impattare con il tempo del Covid, quando le distanze divennero regola e l’esistenza assunse ritmi e valori diversi. Proprio in quel tempo di sconvolte abitudini, Ilaria inizia a praticare la boxe, sport con cui pure il padre si era misurato dimostrando una qualche bravura. Ecco allora – brillante guizzo narrativo – che alla protagonista viene un’idea: avrebbe invitato Achille a battersi con lei sul ring. Infittisce gli allenamenti, studia le tecniche, fantastica perfino sui dettagli di quell’incontro che ovviamente non avverrà mai. Pronta a darle e a prenderle. Tanto il dolore non esiste, come diceva suo padre quando, da bambina, giocava con lei pizzicandola forte per vedere quanto resistesse. Il dolore invece esiste. Conviene ammetterlo. Serve peraltro a riconoscere tutto ciò che gli sta all’opposto e che qualcuno si spinge a chiamare addirittura felicità.
 
***
 
Mio padre si chiama Achille e non mi parla. È nato nel 1953, io sono nata nel 1977 e sono la sua terza figlia. Ha otto figli da tre mogli diverse. La prima figlia l’ha avuta a sedici anni, l’ultima a sessantasei. Con la sua prima figlia si è sempre parlato. Con la seconda non si è parlato per qualche anno e ora si parlano. Con le altre mie due sorelle e il mio unico fratello a volte non si è parlato ma ora si parla. Con le sue figlie più piccole non lo so, perché non me le ha mai presentate. A volte gli scrivo ma lui non mi risponde. A volte gli mando le foto di mio figlio Nico ma lui non mi risponde. Una sera gli ho mandato la foto delle nostre costellazioni nel cielo, la vergine e il capricorno, ma lui non mi ha risposto. In questo ultimo caso devo dire che lo capisco, perché inviare le nostre costellazioni fotografate nel cielo è un limite che mi prometto di non superare mai più.
Mio padre non mi parla da molto tempo, ma soprattutto dal 2017, quando, dopo che non lo sentivo direi da dieci anni se non per i messaggi al compleanno e a Natale in cui mandava gli auguri con la firma “dal tuo padre assente”, mi ha scritto delle cose che a me sono parse ingiuste su mia madre e mio nonno. Non si ritrovava in certe loro descrizioni nel mio ultimo libro e voleva farmelo sapere. Io gli ho risposto che ero stanca e in giro per l’Italia a fare presentazioni e che se potevo passavo e chiudevo. Così mi ha preso alla lettera e ha passato e chiuso.
«È arrabbiato con te?» mi chiedono le persone.
Io rispondo che non credo ma in effetti non lo so. In generale tendo a pensare che se non sai davvero i motivi di una rabbia che ti si rivolge, vuol dire che non sei davvero colpevole perché le cose gravi e dolorose, come tradire apposta o che ne so rubare o picchiare, si ricordano bene e se ne sente bene anche la colpa. Se invece non riesci a risalire a un avvenimento, allora non sei del tutto punibile. Per quanto io abbia una memoria così così, di aver fatto qualcosa che merita che mio padre non mi parli mai e mai più credo me lo ricorderei. Me lo sarei appuntato da qualche parte. Ne avrei scritto. Invece non ho appuntato niente. Non ho scritto niente.
Mio padre non mi parla, ma a me sta simpatico lo stesso. Mi sta simpatico perché da piccola mi faceva ridere come non mi ha mai più fatto ridere nessuno. Mi sta simpatico perché la sua intelligenza me la ricordo bene e cerco di non giudicarlo e di essere buona e comprensiva, soprattutto perché voglio sapermi buona e comprensiva. Così alle persone spiego che non per forza bisogna essere padri e non per forza bisogna starsi simpatici tra genitori e figli. Non ci si promette niente, non ci si deve niente. Sono frasi che mi ha insegnato lui e che ripeto come fossero mie. Se riesco, immagino di avere la sua faccia e un poco di barba. La sua voce.
«I figli non si scelgono. Amarsi solo perché siamo imparentati non ha senso» ci ha sempre detto, «si sceglie se e quanto frequentare i figli esattamente come si sceglie se e quanto frequentare il resto del mondo.»
A me non ha scelto, così, sempre con la sua voce, mi ripeto che il DNA non c’entra con l’amore, la genetica con l’attaccamento, la famiglia con la vicinanza o il dovere. Neanche il dovere, mi scrivo su una mano, c’entra con l’amore.
«Nulla è un diritto» ci ha sempre detto, «di certo non lo è essere amati.»
Rado la sua barba dalla mia faccia, sciacquo la pelle e la idrato come posso.
Spesso quando parlo dell’assenza di mio padre sorrido per far capire che non soffro. Non soffro, ma un punto vicino al polmone sinistro mi fa male ogni volta che ci penso e che ne parlo. E poi, appunto, ne parlo, quindi forse soffro. Ma anche quando mi chiedono se non sono furiosa, rispondo che no, non lo sono. Offesa a volte sì, ma di solito mi impongo di non esserlo se qualcuno, mio padre compreso, non mi vuole. Quindi non mi rimane che continuare a schiacciare play, rewind e di nuovo play oppure a camminare a piedi nudi nel bosco per provare a distrarmi con gli aghi di pino.
«Non ti fanno male i piedi?» mi chiedono le persone.
«Per niente» dico io. «Il dolore non esiste.»
Intanto i piedi si graffiano. Pulisco il sangue, metto i cerotti e mi ricordo che la frase sul dolore che non esiste ce la ripeteva lui tutte le volte che per ridere ci morsicava e ci dava i pizzicotti e noi dovevamo resistere.
«Il dolore non esiste» diceva mille volte. Rideva da pazzi e noi ridevamo da pazzi.
Mio padre non mi parla e mi dispiace conoscerlo poco. Ogni storia che mi sono raccontata sul suo silenzio o sulla sua rabbia è una storia scritta da me. La sua rabbia verso di me – il mio carattere così simile al suo o così diverso dal suo – che ho però deciso essere una rabbia verso qualcosa di più vasto che c’entra solo con lui e con la sua storia di figlio, fratello, marito, uomo. Mi sono fatta delle idee. Mi sono scelta delle cronologie e delle ambientazioni. Ho davanti una grande lavagna immaginaria, costellata di post-it immaginari, che raccontano un ordine degli avvenimenti che cambia quando tira il vento o cala la nebbia.
Anche i dettagli, i luoghi e gli aneddoti appuntati sui post-it non so quanto siano veri, perché io mio padre me lo sono un poco inventato per averlo in qualche modo presente. E per non avere quel male al polmone sinistro e sperare che in quel punto non mi venga il cancro ho provato a frequentarlo scrivendo di lui.
Non ho molti dati o racconti diretti cui attingere. Uno dei pochi di cui sono certa è che non gli piace stare al centro dell’attenzione, quindi si arrabbierà anche di questo libro, ma tanto non mi parla, e in quel senso secondo me siamo a posto. Se non saremo a posto mi toccherà scrivere anche della sua prossima rabbia. Della guerra futura o della pace futura che si mischieranno alla guerra passata e alla pace passata. Della causa con cui forse un martedì qualunque mi porterà in tribunale.
“Come mai siamo qui?” chiederà il giudice.
“Mia figlia parla di me nei libri” dirà mio padre per cominciare la sua arringa.
“Mio padre non mi parla nella vita” dirò io per cominciare la mia.
Forse mio padre non mi parla per non darmi mai più parole da incollare in un libro. Ma il mio problema, il nostro, è che continuano a interessarmi le parole di prima e continua a interessarmi il silenzio. E poi mi ha detto varie volte di aver amato sopra tutti certi libri o film in cui genitori, figli e fratelli sono tirati in mezzo senza infingimenti, con i loro nomi e i loro cognomi. Se gli piacciono quei libri, se ce li ha indicati e comprati, difenderà anche questo. O almeno, io difenderò me stessa con questo argomento, insieme a tutti gli altri che dovrò elencare, durante il prossimo silenzio che dovrò abitare. Faccio i conti da sola e i conti, per me che sono l’unica che li deve controllare, tornano. Nelle decadi che passo su questa Terra un padre mi va di averlo e quindi sto con lui sulle pagine. E quindi sto con lui al presente che diventa un presente di tastiera, di disegni che traccio con la bic e quando lo ritraggo gli assegno una faccia che invecchia. Non lo vedo invecchiare, così ogni tanto gli aggiungo una ruga, un cedimento del mento. Un nuovo neo da far controllare alla prossima visita dal dottore.
“Sei diventato un po’ vecchio” gli dico.
“Anche tu” scrivo sul fumetto in cui mi risponde.
Giro veloce le pagine, tra pollice e indice, come nei libricini che sfogliati si animano. Lo animo. Lo muovo. Il suono dei fogli è un respiro.
 
[da Il dolore non esiste di Ilaria Bernardini, Mondadori, 2024]
 
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista, scrittore, saggista. Inizia giovanissimo l’attività pubblicistica su giornali e riviste scrivendo di letteratura, musica, tradizioni popolari. Filoni di interesse su cui, nel corso degli anni, pubblica numerosi libri tra cui: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Siena d’autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004), Giosuè Carducci. Una vita da poeta (2011), Giovanni Pascoli. Il poeta delle cose (2012), Il giornale della domenica. Scritti brevi su libri, vita, passioni e altre inezie (2013), Il racconto del vivere. Luoghi, cose e persone nella Toscana di Carlo Cassola (2017). Cura la ristampa del libro di Luigi Sbaragli Claudio Tolomei. Umanista senese del Cinquecento (2016) ed è co-curatore dei volumi dedicati a Mario Luzi: Mi guarda Siena (2002) Toscana Mater (2004),...

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