Il Monaciello di Napoli. La meravigliosa con/fusione di una città che Anna Maria Ortese amò e seppe raccontare

Luigi Oliveto

22/02/2024

Anna Maria Ortese (1914-1998) seppe dare di Napoli folgoranti descrizioni in cui la cronaca e lo spaccato antropologico vanno spesso a trasfigurarsi in favola. Nella raccolta di novelle “L’Infanta sepolta” (1950) scriveva come a Napoli “tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato” fossero voci “saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro”, tanto da dare “una impressione stranissima, come di una orchestra i cui istrumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione”. Di siffatte voci – quando garrule, quando dolenti – Ortese, fin dalle sue prime prove narrative, fu attenta ascoltatrice per coglierne l’intera gamma dei registri. Lo testimoniano due racconti giovanili, “Il Monaciello di Napoli” e “Il Fantasma”, apparsi tra il 1940 e il 1942 su riviste di modesta diffusione, ora pubblicati in volume per le edizioni Adelphi con il titolo del primo. “O Munaciello”, appunto. Il piccolo monaco raffigurato come un ragazzino deforme vestito da frate, che calza scarpe con fibbie d’argento. Nella tradizione folklorica ed esoterica di Napoli è lo spiritello che – ospite non invitato – si insedia nelle case. Ha un carattere volubile: alterna burle a malignità o a benevolenza. Sono “povere creature inimmaginabili”, scrive Anna Maria Ortese. Quello protagonista del racconto vive “in un piccolo armadio dalla serratura guasta, dalle porte malferme, fra cataste di panni scuri e penne verdi di pappagallo”. Il Monaciello è uno spirito irrequieto, come inquiete sono le vite nelle case in cui lui si intrufola e dove, per sopravvivere alla realtà, qualcosa che la trascenda (ma nemmeno più di tanto) diviene indispensabile. Di questo universo dove il reale esonda spesso nel fantastico, di questa città “eccezionale” e “benedetta”, la Ortese colse e restituì colori, ombre, lamenti, il brio, l’incanto e lo spavento. Magistrale è la sua scrittura nel saper tenere insieme compassione, analisi della realtà, sogno.
 
***
 
[…] La nostra casa, come ti dissi, era posta nel quartiere di Santa Lucia, di fronte alla chiesa omonima, e contava più di dieci camere. Avevamo salotti dorati, una grande sala da pranzo, degli studi, una terrazza immensa. In fondo al corridoio, c’era una stanzetta, appartenuta una volta alla zia Carolina (sorella nubile di papà), in quella aveva preso alloggio il Monaciello Nicola.
Tu mi stai a sentire con un interesse in verità molto maggiore di quel che allora io provassi per lui. Ti vedo sorridere con occhi così incantati, bambino mio! No, non ero così alla tua età. O forse... è diverso! Io ero tanto felice vivendo in quella casa, sotto l’ala del mio papà, tra le sorelline allegre e bellissime. Non ebbi che tardi occasione d’interessarmi a quel povero essere. Come rimpiango quel ritardo! Egli era il più caro, il più bello, il più buono dei monacielli che funestassero e rallegrassero insieme, in quel tempo, le case dei Napoletani.
Fanciullo mio, in quel paese che poc’anzi ti apparve nelle mie parole, tutto rischiarato dalla luna nuova, tutto giallo d’aranci e di mandarini; in quelle case che parevano affiorate come rocce dal trasparente azzurro; fra quella gente gaia, socievole, affettuosa, crescevano e si nascondevano come funghi certe creaturine di cui solo la tradizione potrà parlarti senza scrupolo o falso pudore, e non, credo io, lo storico troppo serio e facile a spaventarsi e fuggire di fronte ai vapori fantastici della leggenda. Non so se quelle creaturine esistano ancora, ma temo di no, già in quel tempo essendo la loro istituzione in visibile decadenza. Che vuoi! L’ingresso, nella nostra cultura, del pensiero francese; i progressi della scienza che mirava con un impetuoso colpevole entusiasmo a demolire la credenza nell’irreale ch’era tanta parte della nostra vita; e infine i provvedimenti di Santa Chiesa, che mettevano in guardia i fedeli contro questi «spiritelli diabolici, che s’insediano nelle famiglie, e con la loro condotta irreligiosa corrompono la gioventù», tutto questo complesso di motivi, puoi vedere tu stesso quanto contrastanti tra loro, e spesso ingiustificati, infliggevano un grosso colpo a quella innocente masnada. L’essere messi a bando, segnati a dito, allontanati dalla vita intima della casa, e tutto ciò dopo un’epoca d’oro in cui essi erano stati i beniamini delle famiglie, non poteva non scavare in essi tracce profonde. Se alcuni, i più scanzonati, seguitarono a darsi bel tempo, a far tavola, a comporre canzoncine più o meno rispettose alle Autorità della Chiesa e del Governo, e insomma ad infischiarsene; i più non ebbero tanta forza. Si vedevano passeggiare con aria stanca sull’orlo dei tetti; o più spesso rifugiarsi negli oscuri angoli della casa, dove traevano canzoni e lamenti angosciosi. Deperirono in salute.
Rifiutarono il cibo. Molti colse la morte, ed essi furono sepolti in qualche solitario giardino della città, e il sole e la musica dei posteggiatori ne visitarono più volte la mesta dimora. Altri partirono, non so quando, e mai più fecero ritorno.
Ma non voglio rattristarti... No, al tempo di cui ti parlai, le cose, fortunatamente, non erano ancora giunte a questo punto, e la colonia di quei giovani rivoluzionari era ancor fiorente e numerosa. Non so se potrai farti un’idea di quei geni singolari. Per noi era così diverso! Essi erano alle nostre culle fin dal nostro primo vagito, i cari monacielli, erano i primi a mangiare i confetti del battesimo, a guidare con teneri lazzi i nostri primi passi, a suscitare con scaltrezza diabolica i nostri primi litigi. Ma ci amavano, te lo posso assicurare. E che pianti, che convulsioni, che parolacce quando li si minacciava di allontanarli per sempre, a causa della loro cattiva condotta, dai figli dei loro padroni! Essi diventavano degli ossessi; e come a ciascun monaciello era fatto obbligo di rimanere per sempre in una sola casa, ecco il motivo per cui i nostri Antenati cambiavano così difficilmente dimora, e si dava il caso, ora rarissimo, di famiglie che si rinnovavano per generazioni nello stesso «quartino».
 
[da Il Monaciello di Napoli di Anna Maria Ortese, Adelphi, 2024]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista, scrittore, saggista. Inizia giovanissimo l’attività pubblicistica su giornali e riviste scrivendo di letteratura, musica, tradizioni popolari. Filoni di interesse su cui, nel corso degli anni, pubblica numerosi libri tra cui: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Siena d’autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004), Giosuè Carducci. Una vita da poeta (2011), Giovanni Pascoli. Il poeta delle cose (2012), Il giornale della domenica. Scritti brevi su libri, vita, passioni e altre inezie (2013), Il racconto del vivere. Luoghi, cose e persone nella Toscana di Carlo Cassola (2017). Cura la ristampa del libro di Luigi Sbaragli Claudio Tolomei. Umanista senese del Cinquecento (2016) ed è co-curatore dei volumi dedicati a Mario Luzi: Mi guarda Siena (2002) Toscana Mater (2004),...

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