Il nostro grande niente. L’egoismo contrabbandato come amore

Luigi Oliveto

14/03/2024

L’ipertrofia dell’io colpisce il 99% dei maschi. Non inganni quell’uno per cento che ne parrebbe immune: sono solo individui bravi a camuffare la patologia. Il maschio, infatti, ha una tale considerazione di sé da non accettare che il mondo possa prescindere da lui. Perciò considera la morte un intollerabile ingiuria: è inconcepibile che il sole continui a sorgere in sua assenza, altre persone seguitino ad esistere, lavorare, viaggiare, mangiare, annoiarsi, fare l’amore, ridere, girarsi le scatole, Figuriamoci, poi, se questo privilegio – continuare a vivere – è rimasto a colei che lui amava o, tantomeno, che era il compiacente specchio in cui, sempre lui, guardava ed amava sé stesso. Ecco. Inscena questo dramma il romanzo “Il nostro grande niente” di Emanuele Aldrovandi, già noto come drammaturgo e regista, qui al suo esordio nella narrativa. Il protagonista muore in un incidente stradale qualche giorno prima di sposare “la ragazza con gli occhi grandi”. Per lui (fattosi ormai fantasma) inizia il tormento di vedere lei disperarsi, rifiutare la quotidianità, quindi, giorno dopo giorno, anno dopo anno, riprendere a vivere, fare cose, innamorarsi di un altro uomo, sposarlo, concepire figli. E, giunta a 70 anni, dire: “Sono fortunata, ho amato e sono stata amata”. Si capirà, dunque, quale sconquasso provochi tutto ciò nel fantasmatico lui che aveva creduto di incarnare un amore unico e irripetibile. Ormai rimosso dai ricordi, dimenticato in una foto sfuggita ai periodici repulisti della casa e della vita. Un vero oltraggio: “Come hai potuto essere un’altra senza di me?” Occorre giungere alla seconda parte del romanzo per avere chiaro che quanto raccontato fino allora, altro non era che un incubo del protagonista-voce narrante. Lui è vivo, comunque sopravvissuto. Dunque la storia potrebbe volgere al meglio. Ma non sarà così, perché la gelosia può nutrirsi anche di pura fantasia, di ipotesi, di ossessioni. L’idea del possesso fa tutt’uno con una gelosia ‘cautelare’: “Tu eri riuscita a essere di nuovo felice, anche senza di me”. Con la scorrevolezza di una scrittura che adotta i misurati ritmi della drammaturgia, Aldrovandi ha prodotto un intenso romanzo sull’amore. Più precisamente sull’egoismo contrabbandato come amore. Dunque sull’infelicità.
 
***
 
Se l’universo restasse fermo, anche solo per un secondo, la gravità lo farebbe collassare su sé stesso.
Per questo motivo, nonostante io sia appena morto, i pianeti continuano a roteare intorno alle proprie stelle, le galassie procedono nel loro costante allontanamento le une dalle altre e tu giri la chiave nella porta di quella che fino a qualche ora fa era casa nostra.
Ci saremmo dovuti sposare fra pochi giorni, quindi, non essendo ancora mia moglie, hai evitato per un pelo di diventare una vedova. Ma non è una gran consolazione e tu, ovviamente, non stai guardando le cose da questa prospettiva.
Sul bordo del lavandino è ancora appoggiata la tazza del latte. Come sempre mi sono scordato di far partire la lavastoviglie. Il computer è aperto sul tavolo, esattamente dove l’ho lasciato. Bottiglia d’acqua da un lato e pacchetto di grissini alle olive dall’altro, resti di una mattina passata a scrivere e sgranocchiare. Sul runner di lino un po’ di briciole, ma non è detto che siano recenti, probabilmente appartengono a qualche grissino del passato. Le ciabatte sono di fianco alla sedia, nel corridoio. Sono la prima cosa che noti, mentre entri in casa. Me le avevi regalate il mese scorso per sostituire quelle vecchissime che a me piacevano ancora, ma in effetti avevano concluso il loro ciclo vitale, dài, non puoi andare in giro a trent’anni con delle ciabatte coi buchi che neanche mio nonno.
Le guardi un attimo e non dici niente. Con te ci sono tua madre e tuo fratello, che non hanno voluto lasciarti da sola.
Tua madre si avvicina ai fornelli, prende la moka e ci versa dentro l’acqua, poi mette il caffè, la chiude e accende il fuoco.
Tu fissi la mia tazza in bilico sul bordo del lavandino, non capisco perché, con tutto lo spazio a disposizione, metti sempre le cose in bilico.
Tua madre la solleva e sta per sciacquarla, ma tu la fermi. – No, aspetta –. Gliela togli di mano e ci guardi dentro. Sul fondo, ancora bagnato, un sottile strato di latte. Te la porti alle labbra e ci infili il naso per sentire il profumo del caffè misto al cacao.
Scoppi a piangere.
Tuo fratello ti abbraccia e ti fa sedere sul divano con lui. Ti stringe forte, senza parlare. Tua madre versa il caffè in tre tazzine e te ne passa una. Poi apre un pacchetto di biscotti, non i baci di dama, li compra apposta per te, ma i Grancereale, che tu hai sempre detto sono buonissimi e a me invece non sono mai piaciuti.
Allunghi la mano e ne prendi uno, ma non lo avvicini neanche alla bocca.
– È da stamattina che non mangi.
– Non ho fame.
Però dopo un paio di sorsi di caffè, quasi senza pensarci, dài un morso a un biscotto e nel giro di un minuto ne hai già mangiati due. Per un attimo ti stupisci che nonostante la disperazione le papille gustative della tua lingua riescano a far partire un impulso per comunicare alle sinapsi del tuo cervello che sono buonissimi.
Di fronte a te la libreria bianca, piena di libri messi a caso. Alcuni in orizzontale, alcuni in verticale, altri pericolosamente in bilico. Dovremmo metterli a posto, quante volte ce lo siamo detti, ma non l’abbiamo mai fatto. Principalmente a causa di un disaccordo di fondo sul metodo: tu avresti preferito un criterio estetico – dividerli per colore – o al massimo un compromesso enciclopedico – metterli tutti in ordine alfabetico – io invece insistevo per il criterio semantico: dividerli per genere.
Ma se hai sempre detto che i generi non esistono.
Infatti sono divisioni arbitrarie, ma altrimenti non so mai dove cercarli.
Basta che ti ricordi il colore della copertina.
Io ti ho risposto è vero, ma nella mia testa ci sono già troppe informazioni inutili, non posso ricordarmi anche il colore delle copertine di tutti i libri che abbiamo. Tu l’hai presa come una mancanza di attenzione, allora mettili a posto da solo.
In realtà, visto com’è andata a finire, sono contento di non aver mai impiegato una serata a spostare dei libri che tanto adesso non potrei vedere, ma di averla passata, non so, a fare l’amore, o a guardare un film, o a cena fuori. Queste sono solo giustificazioni postume al fatto che non hai mai voglia di mettere in ordine.
Sì, è vero.
Ma sarebbe stato bello anche spostare dei libri, se l’avessimo fatto insieme.
Hai ragione.
Ti ricordi una delle prime volte che sei venuta a trovarmi, quando stavo a Milano? Avevamo appena smesso di essere «solo amici», ma non eravamo ancora niente di più. Io abitavo in un monolocale talmente piccolo che se salivi in piedi sul letto e allungavi le braccia potevi toccare tutte e quattro le pareti. Nel frigo avevo solo latte e birra.
Eravamo andati a bere da qualche parte vicino a Porta Genova e dopo a teatro. Uno spettacolo sulla vita di Oscar Wilde. Poi eravamo tornati a casa a piedi e ci eravamo persi perché a Crocetta invece di voltare a destra eravamo andati dritti – o invece di andare dritti avevamo voltato a destra, non mi ricordo – e a forza di chiacchierare senza guardare dove andavamo c’era mancato poco che finissimo a San Donato. A un certo punto ci siamo messi a parlare del futuro, il vantaggio di uscire con qualcuno che conosci già è che non ti fai illusioni perché sai in anticipo i suoi difetti.
E quali sarebbero i miei difetti?
Tanti.
Dimmene uno.
Che non sei affidabile.
Tipo uno di quei personaggi belli e dannati?
No, tipo uno di quelli brutti e distratti.
Ma come brutti?
Scherzo, dài, non sei male. Però non è che quando passi, le ragazze si voltano a guardarti.
Ah, grazie.
Volevo farti un complimento.
Pensa se avessi voluto offendermi.
Comunque, a parte gli scherzi, la cosa peggiore è che pensi solo a te stesso. E io non voglio stare con uno che pensa solo a sé stesso.
Cosa vuol dire che penso solo a me stesso?
Che non rinunceresti mai a qualcosa che puoi avere tu, per lasciarlo a qualcun altro che magari ne ha più bisogno di te.
Io ci ho riflettuto un po’ e ti ho risposto hai ragione, ma non escludo di riuscire a cambiare, prima o poi. Tu però mi hai gelato subito: non farlo per me, che magari fra due mesi torno a Londra e non ci vediamo più.
All’inizio eri sempre così, appena ti accorgevi che ti eri aperta troppo, ti richiudevi subito, come un riccio.
Lo facevo per proteggermi, non era ancora niente di serio.
Non immaginavamo certo che saremmo stati insieme così tanto tempo. E di sicuro non immaginavamo che quel tanto tempo sarebbe poi improvvisamente diventato così poco.
 
[da Il nostro grande niente di Emanuele Aldrovandi, Einaudi Stile libero, 2024]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista, scrittore, saggista. Inizia giovanissimo l’attività pubblicistica su giornali e riviste scrivendo di letteratura, musica, tradizioni popolari. Filoni di interesse su cui, nel corso degli anni, pubblica numerosi libri tra cui: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Siena d’autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004), Giosuè Carducci. Una vita da poeta (2011), Giovanni Pascoli. Il poeta delle cose (2012), Il giornale della domenica. Scritti brevi su libri, vita, passioni e altre inezie (2013), Il racconto del vivere. Luoghi, cose e persone nella Toscana di Carlo Cassola (2017). Cura la ristampa del libro di Luigi Sbaragli Claudio Tolomei. Umanista senese del Cinquecento (2016) ed è co-curatore dei volumi dedicati a Mario Luzi: Mi guarda Siena (2002) Toscana Mater (2004),...

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