L’apparizione. La Madonna appare in Bretagna

Luigi Oliveto

30/11/2023

L’esordio narrativo di Victoria Mas avvenuto nel 2019 con il romanzo “Le bal des folles” (“Il ballo delle pazze”) fu un successo, salutato in Francia come caso letterario, poi divenuto anche soggetto dell’omonimo film diretto da Mélanie Laurent (2021). Racconta di una clinica neurologica a fine Ottocento in cui venivano rinchiuse donne ritenute pazze a fronte di problemi mentali o, più semplicemente, di comportamenti ribelli, anticonformisti, intollerabili per una società dal maschilismo imperante. Donne pazze. Soggetti, dunque, da segregare e curare (punire) con metodi violenti e disumani. Un romanzo che pone il tema delle diversità, di quali siano i parametri secondo cui stabilire ciò che è normale, strano, consono, ragionevole. Nel 2022 è uscito il secondo romanzo della scrittrice francese, “Un miracle”, quest’anno pubblicato in Italia dalle edizioni e/o (traduzione di Alberto Bracci Testasecca) con il titolo “L’apparizione”.

Tutt’altra storia rispetto al libro precedente. Ma, a ben leggere, ancora rivelatrice di un interesse, una sensibilità verso quanto esondi dal raziocinio per farsi illogico, paradossale, incredibile; come nel caso della fede. Perché è con questa che ha a che fare la vicenda narrata da Victoria Mas nel suo nuovo libro. Dopo un antefatto che rimanda al XIX secolo, l’autrice, a partire dal secondo capitolo, indica che “siamo ai giorni nostri”. Una suora delle Figlie della Carità confida a una consorella, suor Anne, di avere fatto un sogno che preannunciava apparizioni della Madonna in Bretagna, sull’isola di Batz, di fronte al paesino di Roscoff, all’estrema punta del Finistère, dove le stesse Figlie della Carità hanno una comunità ormai ridotta ai minimi termini. Suor Anne chiede allora di essere trasferita là, sperando in cuor suo che possa accaderle quanto avvenuto nel 1830 alla novizia Catherine Labouré che, nella cappella della loro Casa Madre a Parigi, vide più volte apparirle la Vergine con la quale intrattenne lunghi colloqui. Suor Anne si recherà a Batz, ma non avrà visioni, se non quelle spettrali che l’isola suscita.

A ‘vedere’ qualcosa che lo trascende e che gli procura “una vertigine sconosciuta”, difficile da spiegare, sarà invece Isaac, un ragazzo del posto, introverso, escluso dalle amicizie, segnato dal “peso della diversità” e per niente interessato a fantasticherie di àmbito religioso. Trovarsi da emarginato ad osservato speciale in veste di veggente lo inquieta. Così improvvisamente al centro di premure, invidie, malignità. Lui protagonista di un evento che ha sconvolto la quiete dell’isola, creato due opposte fazioni, con quelli che gridano al miracolo e gli altri indignati per quella sorta di millantato credito nei confronti di gente sprovveduta e credulona. Gli abitanti di Batz vivono una sovraeccitazione, fino allora ignota, che sprigiona anche il loro peggio. Tale è la situazione che vede coinvolta suor Anne. Conosce un piccolo e variegato universo di persone, tra cui la generosa ristoratrice Madenn, il supponente e bacchettone professor Bourdieu; Alan, depresso vedovo nonché padre di Isaac; il giovane Hugo, tutto preso dalla sua passione per le stelle. Personaggi che nell’economia del racconto contribuiscono, a loro modo, a scandagliare interrogativi affatto semplici, idee che si escludono vicendevolmente, come quelle che contrappongono terra e cielo. Il romanzo non fornisce risposte, ma offre di che pensare: con levità e con un finale che un po’ sorprende.
 
***
 
Alcuni gabbiani sorvolarono il vecchio porto. Erano gli ultimi passaggi del giorno, la luce su Roscoff stava già declinando, l’inverno ne richiamava presto le ore invitando la gente a tornare a casa. Un viaggiatore percorreva il molo diretto alla strada. Portava uno zaino che gli superava le spalle, aveva un berretto per proteggersi dal vento e camminava con le mani aggrappate alle cinghie del sacco. Alcuni bambini schiamazzavano sul molo, si chinavano al disopra dell’acqua indicando col dito le zampe di granchio e i gusci d’ostrica sul fondo. I nonni li mettevano in guardia, ricordavano loro che l’uomo non può cadere dov’è nato, perché sebbene un tempo l’acqua sia stata la sua culla ormai la sua casa era la terra.
Il viaggiatore attraversò la strada per andare alla fermata dell’autobus. La panchina era vuota. Si sfilò lo zaino, inarcò la schiena e si stiracchiò senza sentire i passi che si avvicinavano alle sue spalle.
«Ha da accendere?».
Si voltò. Di fronte a lui c’era una donna gracile e bassina, di età avanzata, che indossava l’abito blu delle Figlie della Carità. Come leggendogli nel pensiero, lei gli mostrò la sigaretta.
«Anche le suore hanno brutte abitudini».
Il viaggiatore si frugò in tasca e tirò fuori l’accendino. Stando attenta al velo che il vento faceva svolazzare, suor Delphine si accese la Gauloise, poi lo ringraziò e andò ad appoggiarsi al parapetto. Un rosa vivido e intenso colorava le nuvole in movimento sul porto esprimendo tutto il freddo dei tardi pomeriggi invernali. Suor Delphine prese un foglio dalla giacca e lesse:
 
Cara suor Delphine,
spero che questa lettera ti trovi un po’ rasserenata. Alla Casa Madre stiamo ancora piangendo la scomparsa di suor Bernadette. Richiamandola a sé così all’improvviso il Signore deve aver ritenuto che la sua missione sulla terra fosse conclusa. Consoliamoci con questo pensiero.
Ho il piacere di informarti che presto non sarai più sola. Una delle nostre più devote sorelle verrà da te il primo giorno delle vacanze invernali. Suor Anne Alice opera in seno alla Casa Madre da vent’anni, ma la sua storia risale a molto prima, già a tredici veniva a pregare la Vergine Maria nella nostra cappella. In un certo senso questa è sempre stata la sua casa. Aggiungo che non ha mai lasciato rue du Bac e che questa missione in provincia è la sua prima. È stata lei stessa a insistere per trasferirsi a Roscoff e assicurare una permanenza sul posto in coppia con te. Probabilmente il richiamo del mare è stato più forte della sua quotidianità cittadina! Le sue virtù saranno un apporto prezioso alla nostra comunità.
Te la affido e ti ricordo in ogni mia preghiera.
Suor Françoise
 
In fondo alla strada apparvero i fari di un pullman, il cono di luce si rifletteva sulla strada umida. Giunto alla fermata, il mezzo aprì le porte anteriori. Cominciarono a scendere i passeggeri, tra i quali una testa coperta da un velo blu. Suor Delphine si rimise in tasca la lettera e incrociò le mani sulle ginocchia.
«Signore, fa’ che non sia una santarellina o un’oca».
Lasciò cadere il mozzicone, si raddrizzò, fece un cenno con la mano. L’altra la vide, afferrò la valigia e si staccò dal gruppo dei passeggeri. Il viaggio dalla capitale non sembrava averla stancata, si avvicinava con passo vivace sollevando il bagaglio senza sforzo e attirandosi gli sguardi dei passanti. Era una di quelle figure che per strada si notano, anche se non era lei a cercare attenzione e ancora meno a trarne fierezza.
«Sono suor Anne».
Strinse la mano di suor Delphine, una stretta calorosa. Aveva qualche piccola ruga agli angoli degli occhi, occhi verde chiaro dolci e penetranti che ispiravano fiducia e affetto. Il velo lasciava scoperto un viso perfettamente simmetrico e, sopra la fronte, l’attaccatura di capelli ondulati e castani. Guardandola veniva quasi da dimenticare la stoffa blu scuro che indicava la sua fede, il colletto bianco che ricordava la sua rinuncia al mondo, l’abito dello stesso blu che sanciva il suo impegno al servizio dei poveri. Suor Anne lo indossava come fosse la sua pelle.
«Mi dispiace per suor Bernadette».
Niente commuoveva meno suor Delphine della morte della consorella: la defunta era la peggior presuntuosa che si fosse trovata a frequentare negli ultimi due anni. Con aria noncurante schiacciò sotto la suola la cicca che stava ancora fumando.
«Sì, abbiamo pianto molto. Andiamo».
Girò i tacchi e risalì verso la città vecchia. Figure discrete e intriganti popolavano le facciate di granito: sopra un portone di legno c’era un angelo, all’angolo di un vicolo un santo, e poi doccioni, armatori o draghi annidati ovunque nell’antica città corsara, pietrificati da cinque secoli, che sembravano svegliarsi solo quando calava la sera.
All’incrocio suor Delphine indicò una casa antica sormontata da un piccolo campanile.
«Questa è l’ex cappella di sant’Anna. È un nome che da queste parti troverai spesso, i bretoni venerano la loro santa patrona».
Dette un’occhiata in tralice: non c’era nessuno, stava camminando da sola.
Rimasta indietro, suor Anne aveva attraversato la strada verso il molo e stava contemplando il vecchio porto con la valigia ai suoi piedi. Il suo sguardo passava in rassegna le barche ormeggiate cercando ciò che suor Rose le aveva predetto. Era successo due settimane prima. Erano appena terminate le laudi, le Figlie del convento stavano percorrendo in silenzio il corridoio dirette al refettorio, suor Anne seguiva il movimento ancora cullata dalle preghiere dell’alba. A un certo punto una mano nodosa le aveva afferrato il braccio: «Stanotte ho fatto un sogno. La Vergine Maria ti apparirà in Bretagna». Accanto a lei suor Rose sorrideva come ogni volta che la notte le aveva annunciato il futuro, come ogni volta che il tempo le aveva dato ragione. La sua voce catarrosa aveva anche mormorato: «L’ho vista chiaramente come vedo te adesso». Le due suore erano entrate in refettorio e non avevano più parlato. Erano passati tre giorni, poi al convento era arrivata la notizia di un decesso in una comunità provinciale: suor Bernadette era morta lasciando sul posto una religiosa che da sola non era in grado di tenere la posizione. Veniva richiesta una volontaria con la massima urgenza. Il comune interessato era situato sulla punta nord del Finistère.
«Suor Anne».
Accanto a lei suor Delphine, tremante di freddo e visibilmente seccata, la invitò a seguirla e risalì il molo. Nel cielo le nuvole erano ormai antracite, sembravano nubi temporalesche, oscuravano il porto e la città di granito. “Stanotte ho fatto un sogno. La Vergine Maria ti apparirà in Bretagna”. Suor Anne afferrò la valigia e dette un’ultima occhiata al bacino, per precauzione, come se la profezia potesse prendere corpo in qualsiasi momento. “L’ho vista chiaramente come vedo te adesso”. Nell’oscurità sentì un ronzio. Un battello da diporto stava tornando dal mare e si avvicinava agli approdi fissati nel bacino, dove decine di scafi bianchi dondolavano in un fantomatico balletto sull’acqua opaca. Il battello spense il motore diventando spettro tra gli spettri. La notte chiamava a terra e tutti rispettavano la regola.
Senza più indugiare, suor Anne si affrettò a risalire il molo sotto la luce dei lampioni.
 
[da L’apparizione di Victoria Mas, trad. di Alberto Bracci Testasecca, edizioni e/o, 2023]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista, scrittore, saggista. Inizia giovanissimo l’attività pubblicistica su giornali e riviste scrivendo di letteratura, musica, tradizioni popolari. Filoni di interesse su cui, nel corso degli anni, pubblica numerosi libri tra cui: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Siena d’autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004), Giosuè Carducci. Una vita da poeta (2011), Giovanni Pascoli. Il poeta delle cose (2012), Il giornale della domenica. Scritti brevi su libri, vita, passioni e altre inezie (2013), Il racconto del vivere. Luoghi, cose e persone nella Toscana di Carlo Cassola (2017). Cura la ristampa del libro di Luigi Sbaragli Claudio Tolomei. Umanista senese del Cinquecento (2016) ed è co-curatore dei volumi dedicati a Mario Luzi: Mi guarda Siena (2002) Toscana Mater (2004),...

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