L’ultimo uomo bianco. Il sapiente apologo di Mohsin Hamid

Luigi Oliveto

16/02/2023

“Un mattino Anders, un uomo bianco, si svegliò e scoprì di essere diventato di un innegabile marrone scuro”. Comincia così la storia (un apologo) raccontata da Mohsin Hamid in “L’ultimo uomo bianco” (traduzione di Norman Gobetti, Einaudi). Romanzo breve, capace in poche pagine e con sapiente levità di portarci dentro a grandi temi: razzismo, identità, diversità. Ma pure in certe dinamiche delle relazioni di coppia, laddove, anche in tal caso, entrano in gioco le alterità; o nel confronto generazionale tra genitori e figli, da cui consegue un modo di relazionarsi con il passato e prefigurare il futuro. Il protagonista del romanzo, un bianco, di professione personal trainer, vive dunque il trauma di ritrovarsi improvvisamente con la pelle scura. Un vero delitto perpetrato a suo danno, “un crimine che gli aveva portato via ogni cosa, che gli aveva portato via se stesso”. Ha una reazione violenta, tira pugni allo specchio, all’individuo che vi si riflette e che è un intruso, un altro da sé. Non si riconosce. Quando esce da casa nessuno lo ravvisa per chi è veramente, è guardato addirittura con sospetto. La prima persona cui confida il proprio dramma è Oona, insegnante di yoga, sua coetanea. Fin dall’epoca della scuola c’era tra loro un’attrattiva che adesso stava rinfocolandosi. Al momento che Anders le apre la porta pure lei stenta a riconoscerlo. Ma dopo l’iniziale sconcerto, Anders, se non altro, le si rivelerà sempre più nel proprio modo d’essere, oltre le apparenze (“il fatto che Anders fosse Anders indipendentemente dal cambiamento del suo aspetto le consentiva di vedere più chiaramente l’Anders in lui”). Ulteriore shock sarà però dover constatare che la metamorfosi subita da Anders non è un fatto individuale. L’intera popolazione bianca sta progressivamente trasformandosi in nera. La perdita di quella supremazia suscita rivolte, scontri, sparatorie, suicidi. Tornerà la quiete solo dopo che l’ultimo uomo bianco verrà sepolto, e tutto un mondo (quello della ‘bianchezza’) resterà un ricordo sempre più evanescente, sconosciuto ai figli di domani che nemmeno riusciranno a immaginarlo: “la immaginò da vecchia, quando lui e Oona non ci sarebbero stati più, e sentì che lo colpiva, quell’immagine della figlia da lì a molti anni, e posò la sua mano marrone su quel viso marrone, rassicurandola, quella figlia scura, sua figlia, e lei miracolosamente lo lasciò fare”. L’apologo di Mohsin Hamid allude, appunto, a grandi temi. Uno su tutti: come le nostre identità siano sempre sollecitate a ridefinirsi, farsi plurali; e con esse i nostri universi di riferimento, la pre/visione del mondo a venire.
 
***
 
Un mattino Anders, un uomo bianco, si svegliò e scoprì di essere diventato di un innegabile marrone scuro. Se ne rese conto a poco a poco, e poi di colpo, provando dapprima, mentre allungava una mano verso il telefono, la sensazione che la luce dell’alba stesse facendo qualcosa di strano al colore del suo avambraccio, e in seguito, e con un sussulto, convincendosi che ci fosse qualcun altro a letto con lui, maschio, più scuro, ma questo, per quanto terrificante, era di certo impossibile, e lo rassicurò il fatto che l’altro si muovesse quando si muoveva lui, non era una persona, un’altra persona, ma soltanto lui, Anders, e ciò gli provocò un moto di sollievo, perché se l’idea che lì ci fosse qualcun altro era solo il frutto della sua immaginazione, allora di sicuro anche l’impressione di aver cambiato colore era un effetto ottico, un abbaglio, un artefatto della sua mente, nato nell’ingannevole luogo a metà strada fra i sogni e la veglia, non fosse che adesso aveva il telefono tra le mani e aveva girato la videocamera, e vedeva che la faccia che lo stava guardando non era affatto la sua.
Anders si buttò giù dal letto e stava per precipitarsi in bagno, ma poi, calmandosi, si costrinse a rallentare, a muoversi in modo più deliberato, più misurato, e se lo stesse facendo per esercitare il suo controllo sulla situazione, per costringere con la pura forza del pensiero la realtà a fare ritorno, o perché correre lo avrebbe spaventato ancora di più, trasformandolo per sempre in una preda braccata, non lo sapeva.
Il bagno era familiare nel suo confortante squallore, le crepe nelle piastrelle, lo sporco nelle fughe, la striscia di dentifricio secco sul bordo del lavandino. L’interno dell’armadietto dei medicinali era visibile, l’anta a specchio socchiusa, e Anders sollevò una mano e fece ruotare il suo riflesso fino a piazzarselo davanti agli occhi. Non era il riflesso di un Anders che riconosceva.
Fu travolto dall’emozione, non tanto stupore, o dispiacere, sebbene ci fossero anche quelle cose, ma soprattutto la faccia che aveva sostituito la sua lo riempì di rabbia, anzi, più che rabbia, di un’inattesa furia omicida. Voleva ammazzare l’uomo di colore che gli si parava davanti lì in casa sua, spegnere la vita che animava quell’altro corpo, non lasciare in piedi altri che se stesso, se stesso com’era prima, e colpì quella faccia col lato del pugno, incrinandola leggermente, e facendo pendere da un lato l’intero mobile, armadietto, specchio e tutto, come un quadro dopo un terremoto.
Poi restò immobile, il dolore alla mano attenuato dalla veemenza che si era impadronita di lui, e si sentì tremare, una vibrazione così leggera da essere quasi impercettibile, ma poi più forte, come una pericolosa infreddatura invernale, come trovarsi a gelare fuori casa, senza riparo, e quel tremito lo ricondusse a letto, sotto le lenzuola, e ci restò a lungo, nascosto, desiderando che quel giorno appena iniziato, per favore, per favore, non iniziasse.
Attendeva un annullamento, un annullamento che non avvenne, e le ore passavano, e si rese conto di essere stato derubato, di essere vittima di un crimine, il cui orrore non faceva che aumentare, un crimine che gli aveva portato via ogni cosa, che gli aveva portato via se stesso, perché come poteva dire di essere ancora Anders, come poteva essere ancora Anders, con quell’altro uomo che lo fissava, sul telefono, nello specchio, e lui cercava di non controllare di continuo, ma ogni tanto controllava, e di nuovo vedeva il furto, e anche quando non stava controllando, non c’era modo di eludere la vista delle braccia e le mani, scure, ancora più spaventose, perché sebbene per il momento ne avesse il controllo non c’era alcuna garanzia che sarebbero rimaste così, e non sapeva se l’idea di essere strangolato, che continuava a tornargli in mente come un brutto ricordo, fosse una cosa che temeva o ciò che più desiderava fare.
Cercò, senza alcun appetito, di mangiare un sandwich, di calmarsi, di rilassarsi, e si disse che sarebbe andato tutto bene, anche se non ne era davvero convinto. Avrebbe voluto credere di poter tornare quello di prima, di poter guarire, ma ne dubitava, non ci credeva, e quando, chiedendosi se non fosse solo frutto della sua immaginazione, fece una prova scattandosi una foto e archiviandola in un album digitale, l’algoritmo che in passato aveva immancabilmente suggerito il suo nome, quell’algoritmo così affidabile, così infallibile, non riuscì a identificarlo.
Di solito a Anders non dispiaceva stare solo, ma così non sentiva di essere solo, sentiva di essere in compagnia di una presenza tesa e ostile, intrappolato dentro casa perché non osava mettere piede fuori, e andava dal computer al frigo al letto al divano, muovendosi per il suo piccolo appartamento quando non sopportava di restare un istante di più dove si trovava, ma non c’era modo di sfuggire a Anders, per Anders, quel giorno. Ed era sopraffatto dall’inquietudine.
 
[da L’ultimo uomo bianco di Mohsin Hamid, trad. di Norman Gobetti, Einaudi, 2023]
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista, scrittore, saggista. Inizia giovanissimo l’attività pubblicistica su giornali e riviste scrivendo di letteratura, musica, tradizioni popolari. Filoni di interesse su cui, nel corso degli anni, pubblica numerosi libri tra cui: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Siena d’autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004), Giosuè Carducci. Una vita da poeta (2011), Giovanni Pascoli. Il poeta delle cose (2012), Il giornale della domenica. Scritti brevi su libri, vita, passioni e altre inezie (2013), Il racconto del vivere. Luoghi, cose e persone nella Toscana di Carlo Cassola (2017). Cura la ristampa del libro di Luigi Sbaragli Claudio Tolomei. Umanista senese del Cinquecento (2016) ed è co-curatore dei volumi dedicati a Mario Luzi: Mi guarda Siena (2002) Toscana Mater (2004),...

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