La memoria del cielo. E se i ricordi non ce la raccontassero giusta?

Luigi Oliveto

16/03/2023

Quanto è veritiero il racconto del proprio passato che elaboriamo con cesure, rimozioni, discolpe, sublimazioni? Inevitabile non darsi la versione che il nostro oggi ritiene la più coerente e plausibile. Cosi che le ‘verità’ svaniscono in amnesie, si scompaginano nei disordinati faldoni dei ricordi. Insomma, la memoria è inattendibile, tanto meno variabile. Se ne possono ricavare i film più diversi, dipende tutto dal montaggio. È questo il tema di fondo de “La memoria del cielo”, ultimo romanzo di Paola Mastrocola, dove a un certo punto leggiamo: “I pezzi del passato stanno nella scatola tutti sparsi e li prendiamo a caso, li montiamo un po' come ci viene. Certo, attaccandoli in un modo o in un altro, cambia tutto. Ma ogni racconto è così: arbitrario, dunque falso”. A sperimentarlo è la protagonista del romanzo, che, da adulta, prova a dare ordine e logica ai ricordi dell’infanzia, a stabilire che persone siano state i suoi genitori, che genere di famiglia la sua famiglia. Quel padre che dall’Abruzzo era emigrato a Torino (siamo negli anni Cinquanta), aveva studiato da ragioniere, si era orgogliosamente impiegato alla Fiat; affettuoso, spensierato, che regalava garofani alla moglie. La mamma, sarta fin dall’età di 11 anni, sempre china a cucire vestiti per le signore della Torino-bene. E lei, la figlia Donata – il cui nome doveva risuonare a rendimento di grazie per una gravidanza insperata – timida, introversa, male predisposta ai complimenti, all’esuberanza del padre che continuava a comperare garofani anche quando dovevano stringere la cinghia per pagarsi la casa di proprietà, i mobili, gli elettrodomestici. Lei che avvertiva imbarazzo per i parenti contadini del Sud, per la propria condizione sociale, per la palese distanza tra la sua famiglia e il mondo delle sciccose clienti della mamma, che non riusciva a identificarsi con il proprio universo domestico, anzi se ne vergognava. A farle male era soprattutto vedere sua madre come la più sacrificata della famiglia. Avrebbe voluto proteggerla, sollevarla dal quel lavoro senza requie, indispensabile a fronteggiare debiti e, paradossalmente, finanziare i garofani che continuava a regalarle il marito (“garofani, mai rose per dire, o margherite o tulipani … per me sono rimasti i fiori dei miei genitori, il segno di quell'epoca: debiti e garofani”). Ma la versione che oggi Donata elabora quanto sarà giusta? È fondata sui ricordi, spesso inaffidabili, e figuriamoci poi quelli dell’infanzia. Attinge a ciò che lei conosce, ma cos’altro potrebbe esserle ignoto? Non sono interrogativi di poco conto. Ne va della persona che adesso è, del suo essere al mondo. Perché – avvertono le prime pagine del romanzo – ciascuno di noi nasce ancora prima di nascere: “la forma che prenderemo si decide molto prima. Il difficile è stabilire quando, capire quale è stato lo snodo decisivo, dov’è che ci siamo persi o trovati, la direzione per cui la nostra vita è andata come è andata … Se la vita dei miei fosse andata più dritta, io sarei stata diversa. O non sarei nata”. Eh già, si nasce ancora prima di nascere. Ma non solo, si continua a nascere ogni qualvolta la vita ci renda consapevoli del nostro esistere.
 
***
 
Teresa e Vincenzo si conoscono a Torino nel 1947, in un locale da ballo verso Moncalieri. Accanto scorre il Po, e da quel punto si contano tanti ponti, fino a dove la città si perde di nuovo nella campagna. Se si esce sul parquet della terrazza, al buio, si sente l’acqua del fiume correre via; non è un rumore vero e proprio, è l’idea di qualcosa che se ne va.
A Vincenzo piace ballare, nessuno balla il valzer così bene. Le ragazze escono volentieri con lui. Ne ha quante ne vuole, ma niente di serio; non ci pensa a sposarsi, non ha fretta. Quando però vede Teresa seduta a un tavolino con un’amica, quando vede quella bellezza perfetta ma poco esposta e piena di modestia, sa che non se la può perdere.
Teresa invece ha avuto due fidanzati, che andavano già in casa ma non le piacevano, li ha lasciati uno dopo l’altro. Ora spera di incontrare quello giusto. Il ragazzo dai capelli neri ondulati che la invita a ballare non può sapere se è giusto, ma non le sembra sbagliato. La sa portare, soprattutto se suonano un valzer, le mette un braccio alla vita e fa i passi esatti, a ritmo, e poi di colpo qualche giro largo, lui che la tiene stretta e la gonna che sembra volarle via. È spiritoso e galante. Ha un vestito grigio chiaro e persino il fermacravatte, si vede che gli importa vestirsi bene, non trasandato. Peccato la brillantina nei capelli, che non le piace.
Per tre anni si vedono la domenica, vanno a passeggio sotto i portici e Vincenzo la fa ridere, e non passa volta che non le regali qualcosa, per esempio un mazzolino di garofani, rosa o rosso fuoco; la viene a prendere al lavoro e lei lo capisce dal braccio che tiene dietro la schiena, infatti poi se ne esce col mazzetto.
[…]
Un giorno, dal mazzo di garofani salta fuori uno scatolino blu. C’è dentro un anellino in oro bianco, con un piccolo brillante. Si sposano a Torino nel 1950, una domenica di settembre, nella chiesa dei Santi Angeli Custodi. È un mattino pieno di sole, di quel sole già lontano che ha solo settembre. Mio padre è dentro, aspetta davanti all’altare insieme a Mario, un collega di quando lavorava a Roma che gli fa da testimone; sono vestiti uguali, in doppiopetto grigio, con i revers appuntiti che sparano troppo in alto. Mia madre ha preso il tram e arriva puntuale, a piedi, da sola. Ha un tailleur blu di raso damascato, i guanti bianchi, corti, lasciano intravedere i polsi e l’orologino col cinghietto nero. Un mazzetto di roselline bianche che tiene in un pugno, insieme alla borsetta.
Una cerimonia breve e severa. Pochi invitati, i testimoni e quattro amici.
[…]
Quando Teresa e Vincenzo tornano dalla funzione, non hanno le posate. Nessuno ha pensato di regalargliele. Fanno un pranzo con pane e prosciutto, un brindisi con del vino piemontese che Vincenzo è andato a comprare il giorno prima; gli piacciono, i vini piemontesi, il Nebbiolo soprattutto. Hanno preso un appartamento in via Nizza al secondo piano, piccolo, due camere e cucina, ma in un bel palazzo antico con due leoni in bronzo ai lati del portone, stilizzati, che sembrano due serpenti, il marmo della scala venato di rosso, la ringhiera in ferro battuto, il mancorrente di mogano. È troppo per loro, l’affitto si porta via metà stipendio.
Comunque hanno quella casa, un lavoro tutti e due; sarebbe una vita buona se avessero un figlio. Vincenzo non ci pensa, tira avanti, si fa bastare quella moglie alta e bionda, così bella come non se ne trovano al suo paese. Teresa invece ci perde la testa. Cosa s’è sposata a fare se non le vengono bambini? Le piacevano fin da ragazza, si fermava per strada appena ne incrociava uno, si girava a guardarlo e se le riusciva di avvicinarsi gli sporgeva una carezza, un complimento. Ha sempre pensato che un giorno ne avrebbe avuto uno tutto suo, che diventare donna volesse dire avere bambini, cos’altro se no? Anzi, non l’ha mai pensato, è un pensiero che nemmeno ha avuto tanto era scontato. E invece quella vita secca... Dice che le è toccata una vita secca come il fiume d’estate. «Sai quando il fiume si ritrova senz’acqua che non sembra più nemmeno un fiume, quando per mesi non ci piove e vien fuori la crosta della terra tutta spaccata, che fa pena solo a guardarlo? Hai capito, Vincenzo? Hai sposato un fiume asciutto...» Così dice all’uomo che ha voluto a tutti i costi, che le ha portato i sogni, e lei niente, neanche un figlio è capace di dargli.
Succede anche che pianga, la sera prima di addormentarsi. Tutto buio, rannicchiata nel suo angolo di letto, le spalle a suo marito che russa. Allora si concede il ristoro delle lacrime, di lasciarsele scendere e bagnare il cuscino. Dorme su quell’umido, un sonno opaco che non ha dentro neanche un sogno. Al mattino si alza presto, con tutto il lavoro che ha. Non si lamenta, della fatica non le importa; ha cominciato a lavorare a undici anni, è abituata. Ma adesso cosa lavora a fare? Uno può anche sobbarcarsi una montagna di lavoro, se è per qualcuno. Ma così che senso c’è? È il senso, che non le viene più. Dare un perché alle cose, alle ore che passano.
La domenica, poi... Inutile andare a passeggio la domenica, mettersi il vestito bello, la spilla d’oro a forma di farfalla. Che senso c’è senza un figlio?
Ogni tanto verso sera, quando finisce di lavorare, entra in una chiesa vuota. Va dritta dalla Madonna, le si piazza davanti con l’intenzione di rivolgerle una preghiera, ma poi non ce la fa. Troppa rabbia. Se ne sta di sbieco a squadrare quella donna madre di Gesù col mantello azzurro e le stelline d’oro, gli occhi bassi e quel sorriso timido, melenso, solo un accenno, le labbra che s’incurvano verso l’alto appena appena. Quanto lo odia, quel sorriso. Certo che sorride, ha un figlio, lei, la Madonna! E perché io no? Tutte le volte Teresa glielo chiede. Aspetta che non ci sia gente, che la smettano di andare e venire a lasciare offerte, e quando finalmente la Madonna è sola le parla. A tu per tu, senza fingere, senza sbrodolare. Schiette. Due donne che si parlano a viso aperto. Che male ti ho fatto? Sono una donna come te o no? E allora perché tu ce l’hai un bambino e io niente?
Poi, anche se la rabbuia ancor di più, si mette a rimirare il bambinello, le manine, le pieghe grassottelle delle gambe. Quando sente di non farcela più se ne va, di colpo, come se una catena la strappasse via, gira i tacchi e esce nella luce della strada. Torna indietro quasi subito, furiosa come prima, ma torna. Prende una candela e la accende alla Madonna, con rabbia, rubando la fiamma dalla candela accanto e pinzandola al ferretto, senza cura, senza stare a vedere se è storta, se gocciola cera, se rimane accesa o si spegne o cade a terra. Si spegne subito. Tempo di mettere dieci passi verso l’uscita e la candela s’è bell’e spenta. Ovvio, per come l’ha accesa male.
Ci va spesso, nelle chiese. Anche in quelle lontane e sconosciute, fuori mano. Dove capita. Appena vede una chiesa entra, e ci trova una madonna nuova. Una ha il vestito beige chiaro, un’altra rosa; i capelli biondi o più scuri; una sta in piedi, un’altra inginocchiata; e il bambino è grasso o è magro, ricciolo o pelato, vestito o quasi ignudo. Ma è sempre la stessa storia, non cambia niente. Ogni volta è una spinta e una ripulsa, un’invidia e un desiderio.
È pronta a tutto, non ha paura di sottoporsi a qualsiasi intervento, basta che si faccia in fretta perché ha già trentaquattro anni, e una donna non può aspettare in eterno. Le dicono: ci sarebbe un luminare; vai dal luminare... Perché non provi, cosa ci vuole a prendere un appuntamento. Lei ascolta, dice che ci pensa ma lascia correre il tempo, non solo perché chissà quanto costa la visita, ma anche perché è l’ultima occasione, lo sente: se le va male non le rimane niente davanti, neanche un sogno.
 
[da La memoria del cielo di Paola Mastrocola, Rizzoli, 2023]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista, scrittore, saggista. Inizia giovanissimo l’attività pubblicistica su giornali e riviste scrivendo di letteratura, musica, tradizioni popolari. Filoni di interesse su cui, nel corso degli anni, pubblica numerosi libri tra cui: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Siena d’autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004), Giosuè Carducci. Una vita da poeta (2011), Giovanni Pascoli. Il poeta delle cose (2012), Il giornale della domenica. Scritti brevi su libri, vita, passioni e altre inezie (2013), Il racconto del vivere. Luoghi, cose e persone nella Toscana di Carlo Cassola (2017). Cura la ristampa del libro di Luigi Sbaragli Claudio Tolomei. Umanista senese del Cinquecento (2016) ed è co-curatore dei volumi dedicati a Mario Luzi: Mi guarda Siena (2002) Toscana Mater (2004),...

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