“Resisti, cuore”. L’Odissea è il poema del nostro destino

Luigi Oliveto

19/01/2024

La vita non è un’odissea, ma è l’Odissea. Questo sostiene Alessandro D’Avenia nel suo libro “Resisti, cuore. L’Odissea e l’arte di essere mortali” (Mondadori). Un po’ saggio letterario, a tratti romanzo autobiografico, brillante guida alla lettura del poema omerico. Comunque pagine di palese entusiasmo e stupore verso quest’opera fondamentale della cultura classica occidentale che, a detta di D’Avenia, ad ogni lettura (lui, in veste di insegnante, ne svolge ogni anno scolastico la lettura integrale, a voce alta in classe) risulta nuova e più ‘attuale’ di un qualsiasi giornale quotidiano. L’Odissea coglie infatti il nocciolo dell’esistenza umana: insegna, giustappunto, “l’arte di essere mortali”, rende consapevoli che per vivere non basta nascere, ma rinascere continuamente per “portare a compimento ciò che in ciascuno di noi è abbozzato”. Ulisse ne è l’eroico esempio, rinunciando all’amore di Calipso e all’immortalità che lei gli aveva offerto invano. Ulisse sa che dare compiutezza al suo destino significa ritornare a casa e che la vita è inevitabilmente un viaggio di ritorno. Può sembrare un paradosso, ma per dirsi felicemente vivi (che è molto più dell’essere viventi) occorre coscienza della propria finitezza, nostalgia di futuro, costante forza (resistenza e dunque ri-esistenza) per ricongiungersi alla propria Itaca: “Ulisse è l’eroe che realizza il proprio destino tornando a casa: è ciò che siamo chiamati a fare tutti in questa breve vita che ci è data.” L’Odissea – dice ancora D’Avenia – “è il poema del destino, dove ‘poema’ viene dal verbo greco del fare (poieo) qualcosa che prima non c’era: un porre in essere, un dare vita.”
Ecco la suggestiva chiave interpretativa che con il suo libro Alessandro D’Avenia propone per una (ri)lettura dell’Odissea. Il risultato è indubbiamente coinvolgente, in un mix di filologia, riflessione filosofica, vita vissuta. Il tutto sorretto da un arco emotivo che trova ragione in ciò che l’autore confida di sé stesso: “Più che temere che la mia vita abbia fine, temo che non abbia inizio. Non ho paura di morire, a questo tutti siamo obbligati, ma di non vivere. A te ne chiedo il segreto, cuore. Deve esser nascosto nella tua cavità se abbiamo scelto te, un organo cavo, per riassumere la vita dell’uomo, perché è ‘al cuore’ che si fa sempre ritorno. Itaca sei tu, cuore”.

***

[…] L’Odissea è un setaccio che trattiene l’oro disperso nel flusso di opere e giorni della nostra esistenza, che non equivale alla somma dei minuti che vivremo, e nemmeno alle formule in cui di volta in volta cercheremo di ingabbiarla per averne meno paura. E cos’è allora vivere? La speranza di venire alla luce del tutto e darne (rac)conto al mondo. Ciò che i Greci, i quali della luce del Mediterraneo fecero la loro religione, chiamavano alètheia. Una parola composta dalla a- della privazione seguita dalla radice lath-, che indica perdita di memoria più o meno volontaria: dalla disattenzione all’oblio, dalla fuga al sonno; dalla stessa radice viene infatti la parola “letargo”. Alètheia è quindi vita che viene alla luce perché sottratta all’oscurità della dimenticanza, della menzogna, della morte. Noi traduciamo il termine greco con “verità”, trasformandolo in qualcosa di astratto, quando invece allude a una realtà che non possiamo ignorare perché è “piena di luce” e “in piena luce” davanti a noi, come un germoglio in primavera, un’opera d’arte o un volto in lacrime. Alètheia, verità, è qualcosa di fronte a cui non si può non prendere posizione (d’altronde la parola “verità” viene dal verbo latino che indicava l’inchinarsi di fronte a qualcosa di sacro: ne rimane traccia nel nostro riverire). venire alla luce del tutto e darne (rac)conto al mondo. Ciò che i Greci, i quali della luce del Mediterraneo fecero la loro religione, chiamavano alètheia. Una parola composta dalla a- della privazione seguita dalla radice lath-, che indica perdita di memoria più o meno volontaria: dalla disattenzione all’oblio, dalla fuga al sonno; dalla stessa radice viene infatti la parola “letargo”. Alètheia è quindi vita che viene alla luce perché sottratta all’oscurità della dimenticanza, della menzogna, della morte. Noi traduciamo il termine greco con “verità”, trasformandolo in qualcosa di astratto, quando invece allude a una realtà che non possiamo ignorare perché è “piena di luce” e “in piena luce” davanti a noi, come un germoglio in primavera, un’opera d’arte o un volto in lacrime. Alètheia, verità, è qualcosa di fronte a cui non si può non prendere posizione (d’altronde la parola “verità” viene dal verbo latino che indicava l’inchinarsi di fronte a qualcosa di sacro: ne rimane traccia nel nostro riverire).
E noi definiamo la vita un’odissea proprio perché è necessario un travaglio per farla venire alla luce. Noi nasciamo due volte: la prima senza scegliere, come Ulisse parte (“partenza” e “parto” condividono la stessa radice) per la guerra, costretto. Ma poi dovremo nascere una seconda volta, per scelta e per tutto il tempo tra il primo e l’ultimo e respiro. In un viaggio di solo ritorno: quello di Ulisse non è un viaggio di esplorazione, di curiosità o di sfida, ma un ritorno attraverso necessari e dolorosi tentativi di nascere, di portare a compimento ciò che in ciascuno di noi è abbozzato. È la scelta di nascere, dopo essere naufragati e aver perso tutto, condizione di esilio a cui siamo sottoposti per diventare autentici. Solo chi perde tutto può scoprire la verità, cioè venire alla luce, solo chi muore alle rappresentazioni che gli vengono imposte o che si costruisce pur di esistere un po’ di più può trovare il proprio respiro e desiderio, solo chi cerca l’aria come il bambino appena uscito dal grembo materno impara, piangendo, a respirare e poi a resistere alla mancanza che la sua condizione comporta, desiderando. La somma di respiro e desiderio fa il nostro destino: nascere. Ulisse è l’eroe della nascita, questo è il suo destino. Eroe qui non è chi ha poteri eccezionali, ma chi sceglie di nascere ogni volta invece di fuggire al dolore del respirare e del desiderare in proprio, chi trasforma la propria carne-tempo in destino. Vivere è in questo senso un lasciar essere e un fare. Critichiamo le persone troppo concentrate sui propri problemi accusandole di non fare altro che “guardarsi l’ombelico”. Eppure, se prendessimo sul serio il gesto, in quel taglio vedremmo la verità, cioè, secondo i Greci, ciò che non si può ignorare: siamo nati e, per questo stesso motivo, un giorno moriremo. Chi si ricorda di essere nato o vive nella paura di morire o decide di nascere ancora di più. Siamo venuti alla luce una prima volta per venire alla luce del tutto. Essere mortali è dover nascere, non solo dover morire. Questo è il compito dell’eroe, cioè di ogni uomo e di ogni donna. Resistere e ri-esistere.
Poco sopra quel taglio ombelicale, salendo a sinistra, c’è il cuore. E io vorrei, cuore, saperti dare del tu come ho visto fare a Ulisse sul crinale della scelta tra abbandonarsi e nascere. Io vorrei saper nascere ogni giorno molto più di quanto sia bravo a morire. Voglio nascere, cuore mio. Devo farlo se voglio salvarmi, ma non ho la semplicità della rosa o della rondine. Non possiedo l’inconsapevolezza delle creature e la loro spontanea arte di vivere. Le creature non hanno il problema di nascere, lo fanno una volta per tutte: appena venute al mondo, sono già in grado di andare per il mondo, con il loro istinto che tutto sa e fa. Hanno solo il presente e per questo muoiono senza rimpianto: con dolore magari, ma senza rimpianto. Io non sono nato una volta per tutte e del tutto, perché io so che un giorno morirò; e allora nascere ogni giorno di più è il mio compito, incarnarmi è la mia verità. Venuto al mondo devo per tutta la vita imparare ad andare per il mondo. A me non basta essere vivente, io voglio essere vivo. E so che la risposta è sia in quel che chiamo respiro, principio di animazione (ànemos per i Greci è il “vento”, il “soffio”, da cui l’anima), quello che ho imparato a usare quando mi sono staccato da mia madre e che un giorno non avrò più quando mi staccherò dalla vita; sia in ciò che chiamo desiderio, al singolare, ossia non i desideri, ma il principio di azione che rende vivi, l’insostituibilità che mi ricorda, come accade a Ulisse, quello che solo io posso essere e fare. Il destino, respiro e desiderio, come il frutto per il seme, è chiamata, nostalgia di futuro, speranza: tutto fatto ma ancora tutto da fare, come Itaca. Respiro e desiderio, insieme, fanno il mio destino, la mia odissea, e tu, cuore, ne sei il custode. Più che temere che la mia vita abbia fine, temo che non abbia inizio. Non ho paura di morire, a questo tutti siamo obbligati, ma di non vivere. A te ne chiedo il segreto, cuore. Deve esser nascosto nella tua cavità se abbiamo scelto te, un organo cavo, per riassumere la vita dell’uomo, perché è “al cuore” che si fa sempre ritorno. Itaca sei tu, cuore.

[da Resisti, cuore. L’Odissea e l’arte di essere mortali di Alessandro D’Avenia, Mondadori, 2023]
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista, scrittore, saggista. Inizia giovanissimo l’attività pubblicistica su giornali e riviste scrivendo di letteratura, musica, tradizioni popolari. Filoni di interesse su cui, nel corso degli anni, pubblica numerosi libri tra cui: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Siena d’autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004), Giosuè Carducci. Una vita da poeta (2011), Giovanni Pascoli. Il poeta delle cose (2012), Il giornale della domenica. Scritti brevi su libri, vita, passioni e altre inezie (2013), Il racconto del vivere. Luoghi, cose e persone nella Toscana di Carlo Cassola (2017). Cura la ristampa del libro di Luigi Sbaragli Claudio Tolomei. Umanista senese del Cinquecento (2016) ed è co-curatore dei volumi dedicati a Mario Luzi: Mi guarda Siena (2002) Toscana Mater (2004),...

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