Si vede che non era destino. La versione di Maria

Luigi Oliveto

27/04/2023

La vicenda la conosciamo. Una ragazzina di nome Maria si ritrova incinta, ma non del suo fidanzato che comunque la prenderà in sposa, partorisce un maschietto che sarà chiamato Ieshua. Un figlio con il quale non sarà semplice rapportarsi, soprattutto quando lui, attorno ai trent’anni, manifesta esplicitamente la sua visione del mondo, contesta il potere religioso, politico, economico. Si scontra sia con l’establishment religioso-giudaico, che con quello politico-romano. Così che i primi lo accuseranno di bestemmia, i secondi di lesa maestà verso l’imperatore. A causa delle sue idee viene condannato a morte. Muore giovane, e tutto questo sarà per la madre motivo di dolore, interrogativi, esperienza inenarrabile. È uno dei racconti fondanti della cultura occidentale entro il quale la figura di quella madre viene esaltata fino ad associarla alle funzioni salvifiche proprie del figlio. Scriveva Bernardo di Chiaravalle che “de Maria numquam satis”, di Maria non si dirà mai abbastanza. Ma è pur vero che di lei sappiamo davvero poco, non conosciamo la sua versione dei fatti. È comprensibile, allora, volersela immaginare. Così ha fatto in maniera del tutto laica Daniele Petruccioli con il romanzo “Si vede che non era destino” (TerraRossa Edizioni) raccontando – anzi, facendo raccontare alla protagonista – quella storia enigmatica che la pone, prima bambina poi donna, a vivere come sospesa tra il vero e l’irreale, fino a chiedersi se la realtà sia quella che vive lei o “quella che vedono tutti gli altri, e che per loro non si interrompe mai, nemmeno in sonno”. Tanto per cominciare – è sempre lei che parla – difficile stabilire se ci sia stata realmente la conoscenza di un uomo: “Forse l’ho conosciuto senza accorgermene. Un uomo reale, come dice papà. Non quello che ho visto. Quello che mi ha detto Ciao, Maria, quanto sei bella, come Elisabetta quando sono arrivata, spaventandomi. E che non mi ha toccata. Come ha fatto a conoscermi se non mi ha toccata? E poi era troppo grande, e spaventoso, anche se bellissimo. E soprattutto veniva dal mondo di pietra d’argento, dalla luce morta, non viva. Insomma, da quell’argento che uccide (perché io lo so, lo so che uccide). E che non è reale. Lo dice papà, e pure mamma. E io sono piccola pure se ho già quattordici anni, e sono femmina, e ho troppa fantasia e le cose non le capisco e se le capisco non le so”. Le pagine di Petruccioli sono dunque la testimonianza di Maria, il suo punto di vista su tutto ciò che accade dall’annunciazione alla crocifissione. Un inedito racconto al femminile, franco, razionale, pervaso di delicatezza. Smitizzante? Tutt’altro. La dimensione umana della vicenda, sempre mantenuta nei limiti della ragione, al di qua del mistero, aggiunge ancora suggestioni alla mitografia mariana. E forse anche qualcosa per chi, invece, voglia spingersi oltre la soglia del mistero.
 
***
 
Ciao, Maria, quanto sei bella!
Quando ho sentito Elisabetta salutarmi così mi ha preso un colpo. Si vedeva tanto, che ero incinta? Mi ha fatto quasi paura. È stato solo allora che ne ho avuto la certezza, in verità. Prima non lo sapevo bene neanche io. Ma Elisa era così sicura, così raggiante nel venirmi incontro, col sorriso complice di chi è ancora più felice perché ha qualcuno con cui condividere una gioia.
Dio ti benedica, benedetta donna. E benedica quello che hai lì nella pancia. Sono sicura che è maschio. Anche il mio dev’essere maschio, ma non perché lo dice Zaccaria, quello non sta più nella pelle, va blaterando di angeli e visioni. Ma io lo so che è maschio, lo so. E vedrai, anche il tuo. Ma cosa fai lì impalata. Vieni qui, abbracciamoci, andiamo dentro.
Mentre lei parlava io avevo smesso di ascoltarla, ero rimasta un poco imbambolata. A pensare. Mi capita sempre. È così difficile a volte, distinguere tra sogno e realtà. Elisabetta parlava e io pensavo che le sue parole le avevo già sentite da qualche parte, ma non mi ricordavo dove. A parte la mamma, nessuno mi ha mai detto molto che son bella. Nemmeno Giuseppe. Nemmeno papà. Ma forse mi sa che papà voleva un maschio. O almeno una donna pratica, con i piedi per terra, come mamma. Invece gli sono capitata io, che ho sempre la testa tra le nuvole, come dice lui. Si vede che non era destino.
A me, invece, pensavo mentre Elisabetta mi parlava (e mi toccava, e mi baciava – è sempre tanto cara, lei, con me), pensavo che a me sarebbe piaciuta, forse, anche una bimba. Una bambina a cui pettinare e far crescere i capelli, che mi avrebbe aiutata in casa correndomi dietro ridendo. Ma Elisabetta sembrava così sicura che ha convinto anche me. Quasi. Chissà.
Mi ha trascinata dentro accarezzandomi tutta. Siamo passate in fretta a salutare Zaccaria, che quasi non mi ha rivolto la parola, preso com’era dalle sue cose. Poi siamo andate nelle stanze dietro. Prima di farmi vedere dove avrei dormito, Elisabetta mi ha detto di sedermi sul suo letto.
Mi ha parlato a lungo: delle sue paure, della vergogna di non aver saputo dare un figlio prima a Zaccaria. A un certo punto si è anche messa a piangere. Non sapevo che dire, cosa fare per consolarla. Elisa è tanto più vecchia di me, avrà più di trent’anni anche se non ho mai avuto il coraggio di chiederglielo. È sempre stata quasi una mamma, per me, anche se siamo solo cugine. Una mamma che gioca a fare la sorella. Ho sempre pensato che se mi fosse venuta una bambina avrei voluto fosse come lei. Ma adesso capivo che era soprattutto lei ad avere tanto bisogno di una sorella, e mi sono sentita piccola. Io sono piccola. Le ho sistemato una ciocca di capelli dietro l’orecchio, cercando di sorridere. Non so se ci sono riuscita bene, ma Elisa deve aver capito perché ha sorriso anche lei.
Stamattina mi sono messa subito al lavoro. Non sono venuta a trovare mia cugina per divertirmi, ma per darle una mano nelle ultime settimane prima del parto. Per prima cosa ho preparato la colazione per Zaccaria, che gli ho portato nello scrittoio. La stanza comunica con la sua camera da letto, e come mi aspettavo lui era già lì, con la faccia seria e gli occhi sorridenti. Lo immaginavo. Ieri sera ci eravamo appena salutati, io ed Elisa abbiamo cenato da sole e ho finito per coricarmi con lei. Non l’ho mai sentita così fragile, sembra spaventata da tutto. Sembra me. Abbiamo dormito abbracciate, e stamattina sono scivolata fuori dal letto senza far rumore così da non svegliarla.
Sapevo che Zaccaria avrebbe avuto voglia di stare un po’ con me. Non ci vediamo da tanto. Mi troverà ancora cresciuta, come diceva sempre negli ultimi tempi? Gli ho servito la colazione in silenzio. È vero che è diventato di poche parole. Elisa me l’aveva confidato. O forse mi guarda per vedere se sono molto cambiata dopo il matrimonio. Anche se per adesso sono rimasta a vivere con mamma e papà, e lui lo sa bene che l’ingresso nella casa dello sposo è ancora lontano. Soltanto allora una ragazza diventa donna. Lo dicono tutti, l’ho sentito dire più volte anche da lui.
A un certo punto mi sono spaventata per il suo silenzio. Oddio, ho pensato, mica si sarà accorto anche lui che sono incinta? A quel pensiero mi sono agitata, poi mi sono arrabbiata. Cosa ne sanno tutti della mia gravidanza? Oddio, proprio tutti no, finora ne è convinta solo Elisabetta, ieri ha quasi convinto anche me, anche se a lei non ho mica detto niente. Nemmeno lei mi ha chiesto niente, adesso che ci penso, anche se lo sa benissimo che non c’è ancora stato l’ingresso nella casa dello sposo. Oh! Non ci avevo pensato, chissà che opinione si sarà fatta di me. Eppure era così naturale, così affettuosa, ieri. Si vede che per lei è normale, che strano, con tutto che è la moglie di un sacerdote. Mi sa che devo imparare ancora tante cose. Sono piccola.
Che poi, non si capisce perché io debba essere incinta per forza. Ho solo un ritardo. Un po’ lungo, certo, ma adesso non ci voglio pensare. Mi confonde, mi fa troppa paura.
Lì, nello studio di Zaccaria, con lui che mi guardava zitto zitto, mi sono terrorizzata. Non volevo che mi dicesse anche lui che ero incinta. Mi faceva arrabbiare. Allora ho alzato gli occhi sul marito di mia cugina, dovevo avere una faccia da pazza. E invece lui, con quegli occhi da prete buono, ha sorriso di nuovo e ha accarezzato lo sgabello che aveva accanto, come a dirmi di mettermi a sedere.
Io ho ubbidito, lui continuava a sorridere. Non nel modo antipatico di quelli che vogliono farti capire che sanno qualcosa di te. Da quando io e Giuseppe ci siamo sposati è il sorriso che vedo più spesso. Tranne che su Giuseppe. Invece Zaccaria aveva un sorriso calmo, per niente misterioso. Era un sorriso di terra. Un sorriso di case.
Mi ha versato un bicchiere di zuppa calda e mi ha fatto cenno di bere. Siamo rimasti un minuto così, in silenzio. Certo è proprio vero, che è diventato di poche parole!
Dopo un po’ mi ha chiesto solo Come stai? e io mi sono messa a piangere. Così. Come una scema. Allora mi ha posato un braccio intorno alle spalle e mi ha tenuta stretta, dandomi dei colpetti sulla schiena. Come quando ti sei strozzata e hai il singhiozzo e mamma vuole fartelo passare. Solo più piano. Io piangevo piano sul suo petto e lui mi dava piano quei colpetti sulla schiena. Poi mi ha detto Non ti preoccupare. Ho smesso di piangere e l’ho lasciato mangiare.
 
[da Si vede che non era destino di Daniele Petruccioli, TerraRossa, 2023]
 
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Luigi Oliveto

Luigi Oliveto

Giornalista, scrittore, saggista. Inizia giovanissimo l’attività pubblicistica su giornali e riviste scrivendo di letteratura, musica, tradizioni popolari. Filoni di interesse su cui, nel corso degli anni, pubblica numerosi libri tra cui: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Siena d’autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004), Giosuè Carducci. Una vita da poeta (2011), Giovanni Pascoli. Il poeta delle cose (2012), Il giornale della domenica. Scritti brevi su libri, vita, passioni e altre inezie (2013), Il racconto del vivere. Luoghi, cose e persone nella Toscana di Carlo Cassola (2017). Cura la ristampa del libro di Luigi Sbaragli Claudio Tolomei. Umanista senese del Cinquecento (2016) ed è co-curatore dei volumi dedicati a Mario Luzi: Mi guarda Siena (2002) Toscana Mater (2004),...

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