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Hai portato fuori la pellaccia eh?! Canaglia!

Il Secondo Conflitto Mondiale rappresenta ancora una ferita aperta nella storia contemporanea italiana ed internazionale. Ferita che ha ormai sempre meno testimoni capaci di raccontarla in maniera diretta in quanto portatori delle cicatrici di chi ha vissuto in prima persona quei periodi, in particolar modo sui campi di battaglia. Questo libro, è una biografia di uno di questi testimoni, Franco Chiaruttini, nato il 17-09-1921 a Enemonzo, paese nel cuore delle Alpi Friulane, arruolato come alpino nel 1941 e reduce della campagna di Russia. La narrazione parte dal periodo anteguerra in cui è cresciuto, fino ad arrivare agli anni della rinascita dopo la fine del conflitto. Le testimonianze di Franco sono state raccolte attraverso interviste audio e video nel corso dei suoi ultimi anni di vita, quando ha deciso di raccontare al nipote Manuel le proprie memorie tenute per lungo tempo segrete. Il libro rappresenta per questo motivo un omaggio che l’autore ha voluto fare a suo nonno per averlo reso partecipe di questa sua apertura e condivisione.

16,00 

Spedizioni entro 8 giorni. Perché vale la pena aspettare.

Editore

Codice EAN

Curatore

N.pagine

240

Anno

2022

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Hai portato fuori la pellaccia eh?! Canaglia!

Il Secondo Conflitto Mondiale rappresenta ancora una ferita aperta nella storia contemporanea italiana ed internazionale. Ferita che ha ormai sempre meno testimoni capaci di raccontarla in maniera diretta in quanto portatori delle cicatrici di chi ha vissuto in prima persona quei periodi, in particolar modo sui campi di battaglia. Questo libro, è una biografia di uno di questi testimoni, Franco Chiaruttini, nato il 17-09-1921 a Enemonzo, paese nel cuore delle Alpi Friulane, arruolato come alpino nel 1941 e reduce della campagna di Russia. La narrazione parte dal periodo anteguerra in cui è cresciuto, fino ad arrivare agli anni della rinascita dopo la fine del conflitto. Le testimonianze di Franco sono state raccolte attraverso interviste audio e video nel corso dei suoi ultimi anni di vita, quando ha deciso di raccontare al nipote Manuel le proprie memorie tenute per lungo tempo segrete. Il libro rappresenta per questo motivo un omaggio che l’autore ha voluto fare a suo nonno per averlo reso partecipe di questa sua apertura e condivisione.

16,00 

Spedizioni entro 8 giorni. Perché vale la pena aspettare.

Casa Editrice

Anno

2022

N.pagine

240

Formato

15x21cm

Una storia di “caratteri forti” e di realtà apparentemente insormontabili. Un romanzo in cui i protagonisti si avvicinano e allontanano da un metaforico obiettivo di benessere, il tutto condito con una scrittura magistrale

«Uccidimi!» «Cosa?» «u-c-c-i-d-i-m-i, a-d-e-s-s-o!» «Ma cazzo dici?» «Zitto!» Si acquattò come facevamo da piccoli dopo che mi aveva convinto a seguirla in qualche bambinata. Piegò la testa sulle mie gambe e appoggiò le braccia sulle mie cosce. La sua guancia sfiorò la mia pelle. Penzolavamo seduti su un muretto malridotto che circondava un parco all’ombra di un salice molto grande. L’abbracciai d’istinto per proteggerla. Mi accorsi che guardava altrove con la coda dell’occhio, verso il lato opposto della strada. «Cazzo! Cazzo! Cazzo!», pronunciò senza respirare. Strinse le palpebre per non vedere, convinta che, nel buio, anche lei potesse essere trasparente, ma le riaprì subito. «Ma cosa?», chiesi. «Non deve vedermi!» La sua voce si affievolì e nell’esaurirsi emise un verso simile allo squittio di un topo. Allora, rivolsi la mia attenzione verso la fonte della sua ansia. Matteo Riversi camminava sul marciapiede di fronte a noi, mano nella mano a Francesca Modi, detta Modì, perché il soprannome era più allegro. Di allegro aveva molto, dicevano in tanti, e doveva essersene accorto anche Matteo che la portava a spasso con fare soddisfatto, come se la mostrasse al mondo. Mi dispiacque per Sole e la scrutai con tenerezza. Matteo sembrava essere destinato a diventare il ragazzo della sua vita, colui per il quale aveva disseminato il diario di epigrafi fino al giorno prima, colorato i capelli di blu e forato i lobi per sembrare più attraente. Fortunatamente, ero riuscito a convincerla che un tatuaggio con la m di Matteo sul seno fosse troppo. Mi aspettai di vederla piangere a singhiozzi, come quella volta che avevamo perso gli ultimi biglietti per il concerto dei Måneskin all’Olimpico. La strinsi più forte.

Una storia di “caratteri forti” e di realtà apparentemente insormontabili. Un romanzo in cui i protagonisti si avvicinano e allontanano da un metaforico obiettivo di benessere, il tutto condito con una scrittura magistrale

«Uccidimi!» «Cosa?» «u-c-c-i-d-i-m-i, a-d-e-s-s-o!» «Ma cazzo dici?» «Zitto!» Si acquattò come facevamo da piccoli dopo che mi aveva convinto a seguirla in qualche bambinata. Piegò la testa sulle mie gambe e appoggiò le braccia sulle mie cosce. La sua guancia sfiorò la mia pelle. Penzolavamo seduti su un muretto malridotto che circondava un parco all’ombra di un salice molto grande. L’abbracciai d’istinto per proteggerla. Mi accorsi che guardava altrove con la coda dell’occhio, verso il lato opposto della strada. «Cazzo! Cazzo! Cazzo!», pronunciò senza respirare. Strinse le palpebre per non vedere, convinta che, nel buio, anche lei potesse essere trasparente, ma le riaprì subito. «Ma cosa?», chiesi. «Non deve vedermi!» La sua voce si affievolì e nell’esaurirsi emise un verso simile allo squittio di un topo. Allora, rivolsi la mia attenzione verso la fonte della sua ansia. Matteo Riversi camminava sul marciapiede di fronte a noi, mano nella mano a Francesca Modi, detta Modì, perché il soprannome era più allegro. Di allegro aveva molto, dicevano in tanti, e doveva essersene accorto anche Matteo che la portava a spasso con fare soddisfatto, come se la mostrasse al mondo. Mi dispiacque per Sole e la scrutai con tenerezza. Matteo sembrava essere destinato a diventare il ragazzo della sua vita, colui per il quale aveva disseminato il diario di epigrafi fino al giorno prima, colorato i capelli di blu e forato i lobi per sembrare più attraente. Fortunatamente, ero riuscito a convincerla che un tatuaggio con la m di Matteo sul seno fosse troppo. Mi aspettai di vederla piangere a singhiozzi, come quella volta che avevamo perso gli ultimi biglietti per il concerto dei Måneskin all’Olimpico. La strinsi più forte.