A volte la cultura, in questo caso la letteratura, è in grado di riempire le piazze. Lo è anche quando accoglie nicchie anticonformiste, quando naviga ostinatamente in direzione contraria. È ciò che ha continuato a fare l’Elba Book Festival durante la sua dodicesima edizione dedicata ai naviganti. Come ogni anno, Rio nell’Elba si è riempita di editori indipendenti, di giornalisti, di scrittori e di traduttori, in dialogo con un pubblico attento e vivace, pronto ad animare le vie del paese.
Il progetto, nato nel 2015 grazie all’intuizione di Marco Belli, Roberta Bergamaschi, Matteo Bianchi, Andrea Lunghi e Giorgio Rizzoni, ha saputo portare l’isola intera in Italia e in Europa. La manifestazione che si batte orgogliosamente fuori dal coro del mercato librario, ha affollato le due piazze del borgo grazie agli stand delle case editrici, che nel corso di un decennio hanno superato il centinaio; basti pensare a Marcos y Marcos, NN, Mimesis, L’orma, La Vita Felice, Exòrma, Codice sino a Edt che nelle pubblicazioni Lonely Planet volte alla Toscana ha sempre riservato uno spazio di rilievo a Elba Book e al suo carattere ferroso.
D’altronde, lo staff dell’associazione presieduta da Lunghi è riuscito ad accogliere quasi tremila visitatori, tra turisti incuriositi, lettori forti, ma anche famiglie del luogo a spasso coi bimbi. “Quello che è andato in scena – a detta del direttore artistico Belli durante l’inaugurazione – è il risultato di un lavoro di squadra che ha raggiunto alti livelli di professionalità; ma soprattutto, ed è la cosa più importante, è il frutto di una comunità. E sono proprio le comunità che, quando nascono dalla passione, dalle idee, dalla fatica e dall’amicizia, riescono spesso a compiere piccole rivoluzioni. Se siamo arrivati fino a qui, il merito non appartiene a qualcuno in particolare. Ma a tutti”.
Esempio lampante di questo “tutti” è stata la prima serata. Non solo un ospite storico come Stefano Lamorgese, giornalista di “Report”, che intervista Alessandro Mantovani de “Il Fatto Quotidiano”, tornando a parlare della sua esperienza sulla Global Sumud Flotilla, ma anche Maddalena Giannelli. Giovane laureanda, qualche anno fa chiese una maglietta del festival e divenne volontaria. In questa dodicesima edizione, invece, è salita sul palco con Elena Banda. Entrambe fanno parte dell’equipaggio di terra di Mediterranea Firenze e hanno raccontato l’esperienza di chi naviga in mare per salvare vite. Cercano di rispondere a una domanda che appare banale, addirittura scontata, ma che purtroppo non lo è affatto: a che cosa servono le navi delle Ong nel Mediterraneo?
“Le navi delle Ong – ha affermato Giannelli facendo sue le parole di Elena Stancanelli in Venne alla spiaggia un assassino (La Nave di Teseo) – devono stare qui per raccogliere i naufraghi delle barche quando ne incontrano. Questa è senza dubbio la prima risposta e devono arrivare prima della cosiddetta Guardia Costiera libica per evitare che i naufraghi siano riportati nelle carceri dalle quali sono scappati. La legge del mare è ferrea e si basa sul cuore e sul cervello di chi naviga, una barca in difficoltà va soccorsa”.
Lo sforzo giornaliero di Mediterranea lo condividono pure gli uomini e le donne imbarcati nella Flotilla con un’altra nave in grande difficoltà, Gaza. Una lingua di terra distrutta, massacrata, dov’è stato messo in atto, come non esita ad asserire Mantovani, “un genocidio”. Un racconto, quello che scaturisce dal dialogo tra i due giornalisti, che parte da lontano. Non si tratta, infatti, della prima flotilla che vorrebbe interrompere il blocco navale israeliano davanti a Gaza. Una di queste, il 23 agosto del 2008, riuscì a forzarlo e a bordo c’era proprio Vittorio Arrigoni, rapito e ucciso l’11 aprile del 2011. Due vicende, che si uniscono nella responsabilità dell’Occidente.
“Israele – ha incalzato Mantovani – non potrebbe fare quello che fa senza il supporto occidentale. E come loro non lo potrebbe fare la guardia costiera libica o i mercati di schiavi che vendono trasporti da una riva all’altra del Mediterraneo”. Mercoledì 22 luglio il dibattito ha toccato il diritto internazionale con Emanuela Fronza, giurista e docente all’Università degli Studi di Bologna, e Graziano Graziani, scrittore e conduttore radiofonico di Fahrenheit su Rai Radio 3. Partendo dal saggio di Fronza, scritto a quattro mani con Marcello Flores, Caos. La giustizia internazionale sotto attacco (Laterza), si è cercato di tracciare un quadro della situazione al giorno d’oggi partendo dalle fondamenta.
“La Corte penale internazionale – ha argomentato Fronza – nasce dall'idea che siamo tutti sulla stessa barca e traduce in diritto un principio di interdipendenza per cui nessuno Stato può considerarsi estraneo ai crimini che offendono l'intera umanità. È questa l'eredità che raccoglie dal percorso iniziato con Norimberga. Gli Stati Uniti, come la Cina, l'India, la Russia o Israele, non hanno mai realmente voluto la Corte. Fin dalla Conferenza di Roma hanno cercato di limitarne i poteri: volevano, ad esempio, impedire che il Procuratore potesse aprire autonomamente un'indagine o limitare la competenza sul crimine di aggressione. Su alcuni aspetti hanno ottenuto modifiche, su altri no.
La vera novità e ciò che ci deve allarmare, risiede nell’intensità dell'attacco che oggi viene rivolto alla giustizia internazionale. Ed è per questo che, insieme allo storico Marcello Flores, abbiamo parlato non semplicemente di crisi, ma di caos: non siamo di fronte soltanto a una contestazione, bensì al tentativo di costruire un nuovo ordine»”.
Tra gli episodi più significativi indica le sanzioni imposte dagli Stati Uniti ai giudici della Corte penale internazionale. Anche se in passato era accaduto che venisse sanzionato un Procuratore della Corte, è la prima volta nella storia della giustizia penale internazionale che vengono colpiti direttamente dei giudici, un fatto gravissimo. Dopodiché Giorgiomaria Cornelio, poeta, performer e regista ha dialogato con Francesca Piro, operatrice culturale e co-fondatrice del Progetto Mediterranea, e Simone Perotti, scrittore e ideatore e co-fondatore del Progetto Mediterranea.
E il collegamento è stato immediato il collegamento con il tema di Elba Book, in una “sorta di triangolazione” secondo Piro, tra l’Isola d’Elba, Roma e l’isola di Samos, dove Perotti è al comando di una nave del Progetto stesso. Un modo per sollevare l’attenzione sul mar Mediterraneo. Progetto Mediterranea è una spedizione nautica, culturale, scientifica e sociale di relazione tra i popoli che vivono le sponde del mare che gli dà il nome. Lancia un messaggio di pace, rispetto per l’ambiente, sdegno per la violenza e la prevaricazione, rifiuto delle ingiustizie sociali, rifiuto di ogni totalitarismo, amore per la differenza, passione per la comunicazione e il dialogo, culto della libertà.
“Le linee che uniscono diversi punti nel Mediterraneo ci sono. Il Mediterraneo ha questa caratteristica, di essere il luogo della semplicità e pure il luogo della sublimazione epica della complessità. Ed è proprio in questo che sta la sua grandezza, perché ha un raggio di vita talmente allargato che comprende tutto. E comprende quindi tutte le possibili umanità che con coraggio, tigna e cocciutaggine, vengono portate avanti. Questo è il mediterraneo che volevamo rappresentare”.
“Penso – ha aggiunto Piro – ogni volta a quello che diceva Alessandro Leogrande, che c’è una barriera invisibile tra la sponda sud e la sponda nord del Mediterraneo e questa barriera deve essere portata alla luce e abbattuta. Credo che questo Mediterranea lo abbia fatto”. La climax del festival è stata per Elena Stancanelli con la lectio “Jack London, un vagabondo delle stelle”. Un’ora nella quale la scrittrice ha raccontato lo scrittore partendo da Martin Enden, giovane “dinoccolato” ma eternamente “fascinoso”. Molti critici a lungo hanno considerato il protagonista del libro una sorta di alter ego dello scrittore, benché Stancanelli abbia cercato di fare chiarezze mostrandone i tratti in comune quanto quelli che ne marcano la differenza sostanziale.
“Da una parte c’è un uomo che crede fino alla fine nella possibilità di ribaltare la società, di renderla più equa, di credere nella democrazia e di credere negli altri. Di credere che le persone sono buone e devono essere spinte a diventare migliori. Dall’altra troviamo invece Eden, che a un certo punto della sua vita, sulla base del fatto che quello che aveva immaginato non aveva funzionato, ossia conquistare la mano di Ruth elevando il suo stato sociale attraverso la scrittura, pensa che il mondo non abbia più senso, non solo per lui, non ha più senso il mondo che ha intorno. E questa – ha concluso Stancanelli – è la differenza non trascurabile che c’è tra un materialista, individualista, nietzschiano, spenceriano, come Eden e un socialista come London”.
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