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Elba Book Festival. Andrea Lunghi racconta aspirazioni e avversità di un festival isolano che non si arrende

Simona Trevisi

Rio nell'Elba

15/07/2026

Dal 21 al 24 luglio, nel salotto buono di Rio nell’Elba, torna Elba Book, il festival dedicato all’editoria indipendente e alla salvaguardia della bibliodiversità, e il borgo elbano torna a essere un porto di approdo e di avvio per le idee. La dodicesima edizione della kermesse, insieme alle altre manifestazioni letterarie della Rete Pym, ha scelto come tema “naviganti”, trasformando una parola oramai remota in un’efficace chiave di lettura del presente.

“Navigare” significa attraversare il mare, ma anche le lingue, la memoria e i conflitti del nostro tempo, ricontestualizzandoli nei gesti quotidiani. È questa la traiettoria che unisce tavole rotonde, mostre, performance e laboratori per i più piccoli, i cosiddetti “Elbakids” curati da Maria Lodi, animando un percorso di scorci e di incontri in cui il libro diventa una bussola per non perdersi tra i luoghi comuni e il dialogo uno strumento per orientarsi nella complessità.

Al contempo, piazza del Popolo continuerà ad affollarsi grazie agli stand degli editori, che dal 2015 sono stati oltre un centinaio ad alternarsi nel centro di Rio; basti pensare a Marcos Y Marcos, Nottetempo, Mimesis, L’orma, NN, Quodlibet, Edicola Ediciones, Codice, La Vita Felice fino a Edt che nelle pubblicazioni Lonely Planet volte alla Toscana ha sempre riservato uno spazio di rilievo a Elba Book e al suo carattere ferroso, tenace. D’altronde, la manifestazione accoglie in media tremila visitatori a edizione, tra turisti incuriositi, lettori forti e famiglie in loco.

Lunghi, lei presiede il festival dalla sua fondazione. Di che contesto stiamo parlando?

Rio nell’Elba è un borgo medioevale posto nel cuore del versante orientale dell’Elba, che da sempre ha avuto un’economia legata al lavoro nelle miniere. Dopo la chiusura degli ultimi uffici, avvenuta nei primi anni Ottanta, la trasformazione economica è naturalmente andata verso l’industria del turismo. Una trasformazione complicata, in quanto il resto dell’isola aveva iniziato questo processo molti anni prima. Questo è uno dei motivi per i quali il versante orientale è tra i meno interessati dai grandi flussi turistici. L’altro elemento caratterizzante di questa micro area isolana è dato dalle scelte degli amministratori che nel processo di riconversione turistica decisero di sviluppare strategie diverse per privilegiare un altro tipo di turismo rispetto a quello presente nel resto dell’Elba.

Nello specifico, il centro storico di Rio nell’Elba è stato scelto come luogo per le vacanze da intellettuali provenienti da altri paesi europei e ovviamente anche dall’Italia: scrittori, fotografi, pittori, giornalisti, accademici e musicisti cominciarono ad acquistare e restaurare le piccole case degli ex minatori per lavorare e trascorrere qui i mesi estivi ma anche le stagioni invernali. Molti testi, ricerche, opere sono figli di questi soggiorni. In contemporanea a questa trasformazione, stava prendendo forma l’idea del progetto culturale legato all’Eremo di Santa Caterina, un piccolo monastero, anch’esso di impianto medioevale, distante poco più di un chilometro dal centro di Rio nell’Elba.

D’altronde, la densità intellettuale che l’Eremo trattiene oltre il tempo vi ha connotato sin dall’esordio. O sbaglio?

Dai primi anni Ottanta a prendersi cura di questo luogo è stato lo scrittore e fotografo tedesco Hans Georg Berger che lo ha trasformato in un luogo di incontro tra religioni, scienze e arti: un vero e proprio site-specific del meticciato culturale. In più di quarant’anni il progetto Santa Caterina ha accolto in soggiorno oltre duecento artisti provenienti da ogni angolo del globo. Persone che hanno fatto ricerca e che hanno lasciato traccia del loro passaggio. Fra gli altri, due risultati concreti che danno l’idea e lo spessore di questi soggiorni: i botanici Fabio Garbari e Gabriella Corsi ebbero un ruolo importante nel coinvolgere la Facoltà di Botanica di Pisa affinché prendesse forma e vita l’Orto dei Semplici Elbano (su progetto degli architetti Roberto Gabetti e Aimaro Isola) e ancora, l’archeologo Riccardo Francovich aprì la strada per gli scavi del Monte Serra coinvolgendo l’Università di Siena, l’Accademia Britannica e la l’Unione Europea. Scavi che Hanno contribuito all’apertura del Museo Archeologico di Rio nell’Elba.

E così Elba Book è fiorito come le piante spontanee di cappero sbucano tenaci tra le pietre tiepide dei muri isolani. Perché un’idea di festival, per quanto efficace, non poteva bastare?

Esatto. Su queste basi è scaturita la mia idea di organizzare una manifestazione dedicata al mondo dei libri. Un conto però è l’idea, un altro è la sua attuazione. Personalmente ho una formazione da architetto e fotografo: sono un lettore ma non posso affermare che il libro e l’editoria sono ambiti legati al mio lavoro quotidiano. Chiarito questo, durante le festività pasquali del 2014 parlai della mia idea all’amica Roberta Bergamaschi, insegnante e autrice di libri per la didattica in lingua tedesca. Da subito Roberta rispose alla mia proposta in maniera entusiastica e subito decidemmo di coinvolgere un comune amico, Marco Belli, filosofo e scrittore di gialli che negli anni passati aveva avuto esperienze dirette come editore indipendente. Da subito il nome scelto è stato Elba Book Festival perché lo abbiamo pensato come il festival dell’editoria indipendente dell’Elba.

Nel settembre 2014 presentammo il progetto Elba Book all’amministrazione comunale e nel luglio 2015 prese il via la prima edizione. A questo punto devo confessare una cosa; i mesi che precedettero la prima edizione furono assolutamente formativi per noi tutti, stavamo organizzando e allo stesso tempo imparando un vero e proprio nuovo mestiere. Arrivammo all’inaugurazione concentratissimi, in una specie di bolla inscalfibile da qualsiasi influenza esterna.

Ricordo che, nonostante i numerosi articoli usciti sulla stampa nazionale nei giorni precedenti, prendemmo coscienza del grande lavoro e del buon risultato solamente la prima sera. Il Centro Storico di Rio nell’Elba era gremito di persone, non una massa, ma appassionati della lettura e dei libri provenienti da tutta l’Isola. Una scommessa vinta che ci fece pensare di prolungare il festival di un giorno nella seconda edizione.

Oggi chi sono i componenti dell’associazione e che ruolo hanno?

L’associazione culturale “Elba Book Festival” nasce nel 2016. La prima edizione fu organizzata da meme publishers, casa editrice a cui Marco Belli era legato. Il motivo di questa scelta fu dettato dal poco tempo a disposizione per far nascere un nuovo soggetto giuridico culturale. I ruoli formali all’interno dell’Associazione vedono me come presidente, Roberta Bergamaschi vicepresidente e Marco Belli come direttore artistico.

Durante la prima edizione erano stati coinvolti nel progetto Giorgio Rizzoni, insegnante e storico, e Matteo Bianchi poeta e giornalista, entrambi ferraresi, come per altro Roberta e Marco. Nella costituzione giuridica dell’associazione abbiamo coinvolto anche Giorgio e Matteo, che da allora continuano a dare il loro prezioso apporto di idee, contributi professionali e culturali. Tengo a dire, inoltre, che il nostro modus operandi non è di tipo verticistico. Tutte le scelte e le decisioni sono prese in maniera collegiale e messe in atto solo dopo che tutti hanno espresso il proprio pensiero. Se un componente del gruppo non è d’accordo si cambia immediatamente registro per trovare la soluzione la soluzione che metta tutti d’accordo.

Che temi vengono trattati e cosa ha per voi la priorità?

Trattandosi di una manifestazione dedicata all’editoria indipendente italiana al centro ci sono sempre il libro, gli autori e il ruolo dell’editore. Dunque ampio spazio è dato agli editori che nei quattro giorni di festival hanno modo di presentarsi e presentare i loro autori in location diverse. In dodici anni abbiamo tentato sia con le colazioni con l’autore, una sorta di flash mob al quale assistevano i turisti che la mattina si recavano a fare colazione nei bar di tutte le località del Comune di Rio, sia con le presentazioni di libri sulle navi in arrivo all’Elba. Una sorta di benvenuto culturale agli ospiti dell’Isola. Ogni edizione ha un tema portante intorno al quale sviluppiamo il palinsesto. Dibattiti, tavole rotonde, concerti, spettacoli teatrali, laboratori dedicati ai bambini, letture, mostre e installazioni d’arte seguono un filo rosso: lo scorso anno abbiamo parlato di luoghi.

Che messaggio volete trasmettere?

Lavoriamo su due fronti principali. Elba Book Festival nasce con l'obiettivo di mettere assieme piccoli e medi editori al fine di condividere le varie esperienze del mercato cartaceo e digitale e per mettere a punto nuove strategie di joint venture, cooperazione, nuovi metodi di distribuzione, nuove proposte politiche per la tutela degli editori indipendenti. La manifestazione vuole mettere al centro della propria politica culturale la promozione della lettura attraverso l'implementazione di una rete di soggetti attivi nel mondo del libro (biblioteche, librerie, editori, associazioni culturali, associazioni professionali, associazioni di volontariato). L’altro aspetto non meno importante su cui da sei anni stiamo lavorando è il coinvolgimento attivo dei residenti e in modo particolare dei giovani.

Il messaggio che vorremmo trasmettere è che la cultura è a tutti gli effetti un elemento trainante per una parte del settore turistico, generatrice di indotto economico e stimolo per la nascita di micro-filiere imprenditoriali. Per alcuni aspetti il festival vuole anche mettere in luce questi dati e tentare di mostrare ai giovani quali possibili opportunità il comparto culturale può dare se pensato in maniera imprenditoriale e strettamente legato al luogo e alle sue peculiarità.

Chi partecipa a Elba Book? Chi sono i vostri destinatari ideali quanto effettivi?

Il nostro pubblico è eterogeneo. Il festival è stato pensato sia per i residenti sia per quella fascia di turisti che oltre al mare pensa che il viaggio o la vacanza possano essere un’esperienza di arricchimento personale. Dunque il nostro pubblico potremmo definirlo di “nicchia”, ovvero, fatto da residenti e ospiti dell’isola che hanno una certa consuetudine nella fruizione di contenuti e offerte culturali. Quello che ad ogni modo ci gratifica è la presenza di molti giovani. Contrariamente a quello che si può pensare riguardo all’intrattenimento culturale, il nostro pubblico ha una forbice ampia che va dai bambini delle elementari ai nonni ultra settantenni.

Quali sono i momenti caldi del festival?

I momenti “caldi” del festival sono molti. Un’edizione richiede un anno di preparazione. Diciamo che i momenti più difficili riguardano sicuramente la parte progettuale, che è poi anche quella più stimolante. In cinque anni il festival ha avuto una crescita esponenziale, sia in termini di offerta culturale che di riposta mediatica. Dunque lavoriamo anche con la responsabilità di dare le giuste risposte alle aspettative del nostro pubblico e agli ospiti del festival. Realizzare un festival su un’isola non è cosa facile. Posso però dirti che nel momento dell’inaugurazione tiriamo tutti un grosso sospiro di sollievo perché sappiamo di aver portato la barca in un porto sicuro.

E volgendoci al passato, invece, quali quelli più emozionanti per lei?

Nella terza e nella quarta edizione abbiamo avuto come ospite Sigfrido Ranucci, il conduttore di “Report” su Rai 3. La prima volta che è venuto a Elba Book era alla sua prima conduzione. Conoscerlo è stato per me una grande emozione, seguo “Report” da sempre. Un altro momento indimenticabile è stato quando ho accompagnato Giovanni Tizian di “Domani” a tenere una lezione sul giornalismo in carcere. Penso che Giovanni, così come Sigfrido, siano in Italia tra le voci più coerenti del nostro giornalismo. Non voglio togliere niente ai loro colleghi ma credo che entrambi siano l’esempio di come il giornalismo in Italia dovrebbe essere: rispondente solo all’etica professionale, libero e a servizio dei cittadini.

Poi l’incontro con Giovanni Cederna, un gigante. È venuto a Elba Book per presentare lo spettacolo teatrale tratto dal libro di Gianmaria Testa, Da questa parte del mare.  Ho passato un pomeriggio intero con Giovanni a parlare del concetto di isola. Tutto partì dal racconto su “Mediterraneo”, film di Salvatores, vincitore dell’Oscar nel ’91 come migliore pellicola straniera. Giovanni mi raccontò del suo rapporto con gli isolani e con l’isola greca di Kastellórizo dove fu girato il film. Fu un bellissimo viaggio tra film e realtà, un gioco di parallelismi tra la sua esperienza di vita sull’isola di Kastellórizo e la mia vita all’Isola d’Elba.

In ultimo voglio menzionare Stefano Lamorgese, docente universitario e giornalista nella redazione di “Report”. Con Stefano si è instaurato un bellissimo rapporto di amicizia. Anche con gli altri ho mantenuto i contatti, tant’è che spesso capita di sentirci. Con Stefano ho instaurato però una consuetudine. E ancora il sodalizio affettuoso che perdura con Ilide Carmignani e la sua cura immancabile nel rivolgersi alle altre tradizioni linguistiche e culturali, ma anche il passaggio di Roberto Pazzi che ha concepito qui con noi l’incipit del suo romanzo Verso Sant’Elena (Bompiani), senza tralasciare le edizioni introdotte da Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena – ateneo che ci segue nell’organizzazione del Premio Lorenzo Claris Appiani.

Chi sono i vostri collaboratori e chi viene coinvolto nella realizzazione del festival?

Più soggetti collaborano a diverso titolo durante la quattro giorni del festival. Dal secondo anno abbiamo una collaborazione permanente con il Liceo Foresi di Portoferraio, molti studenti vengono a Rio nell’Elba in luglio nell’ambito dell’alternanza scuola lavoro. Poi, per alcuni anni, abbiamo collaborato con l’Istituto Penitenziario di Porto Azzurro e nello specifico con i detenuti in regime di semilibertà e con i loro educatori.

E ancora, abbiamo collaborazioni con associazioni culturali sia del territorio isolano – così “L’Elba del vicino” o il collettivo artistico “The Elbaner” – sia di altre regioni italiane. Abbiamo inoltre collaborazioni con istituzioni come il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e con la Regione Toscana: progetti questi ultimi finalizzati alla sensibilizzazione verso tematiche specifiche quali l’ambiente, la promozione della lettura e la rivitalizzazione dei rapporti tra enti locali. Come potrai capire questo festival anche se piccolo è molto complesso per l’ampia gamma di contenuti e potenziali soggetti che a diverso titolo sono coinvolti e dunque meritevoli di uno spazio proprio.

Dunque una vera e propria piattaforma culturale per l’Isola d’Elba?

Sì, se vogliamo trovare una possibile definizione a tutto questo, forse “piattaforma” è quella che più si avvicina. Ma anche la banchina di un porto che costeggia accogliente il mare con lo spazio per pensare. Niente di programmato o immaginato, è successo e basta. E di questo siamo contenti in quanto ci dà la conferma che stiamo lavorando nella giusta direzione.

Sogni a parte, cosa vi augurereste concretamente per il futuro?

Elba Book ha un potenziale ancora inespresso. Mi spiego meglio: creando i giusti presupposti, il festival potrebbe crescere ancora per quanto riguarda il numero di editori presenti, e ci sarebbero ampi margini di crescita per riprendere in mano il programma collaterale che anticipava le date ufficiali del festival di una settimana. Ma, soprattutto, speriamo di avere in futuro più risorse economiche per poter strutturare meglio la macchina organizzativa del festival, potendo così coinvolgere i giovani, formarli e magari fargli capire che la cultura, anche in un’isola come la nostra, può diventare fonte di sostentamento e, quindi, una forma di lavoro stabile e non legato alla stagionalità.

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