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Francesco d’Assisi a ottocento anni dalla morte. Tutti folli per il “folle di Dio”

Luigi Oliveto

Siena

17/06/2026

Giotto, 'Morte di San Francesco', Basilica superiore di Assisi

Quest’anno si contano ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi, ed è un gran parlarne. Tutti folli per ‘il folle di Dio’. Tutti in fila per un selfie con lui, da otto secoli personaggio del momento: anticonformista, ricco fattosi povero, un radicale (affatto chic) del vangelo ‘sine glossa’. Ecco allora incedere il popolo dei devoti; palesarsi il drappello sussiegoso degli atei, ancorché devoti pure essi; giornalisti-onnidivulganti replicare risapute storie francescane barattandole per scoop in odor di Pulitzer; frati gasati e garruli sciorinare, a favore di telecamera, edificanti slogan a pronta presa; menestrelli, suonatori di ghironda, commedianti piacioni e coreuti fare scena di buoni sentimenti; ultimi ma non ultimi gli engagés, sfilare con cartelli di rimostranze, proclami, verità.

Nessuno, però, che si chieda quanto un siffatto fervore risulterebbe gradito al diretto interessato, da subito votato all’essenziale, avverso alle sovrastrutture dello spirito, tanto da rinunciare al governo della comunità di cui era stato fondatore. Ovviamente all’euforia ottocentenaria sta contribuendo anche l’editoria. Ma i lettori più esigenti avranno constatato come pochi siano i titoli da dirsi necessari. Tra questi spiccano almeno due, per originalità, rigore storiografico, scavo nella complessità di una figura troppo spesso elusa con gli effetti speciali dell’apologia o del consumismo religioso.

VITA DI UN UOMO

Iniziamo con il libro di Chiara Frugoni “Vita di un uomo: Francesco d’Assisi” (Einaudi, 2022). Jacques Le Goff, nella prefazione, se ne dichiara così ammirato da scrivere: “Storia di un uomo miracoloso, questo piccolo libro somiglia a un miracolo”.

Chiara Frugoni, indimenticata medievista, specialista di storia della Chiesa, offre il partecipe racconto della vita di un uomo che con intelligenza, legittime ambizioni, debolezze, contraddizioni visse il suo tempo. E solo in questo modo – ella dice – “mi è sembrato possibile percepire davvero il significato della santità di Francesco, della sua dissonante diversità rispetto al contesto storico in cui si trovò ad agire”. Nelle pagine di Frugoni è costantemente presente lo sguardo terzo della storiografa, ma, non meno, il suo impegno a far apprezzare, di Francesco, “la profonda e dolente comprensione della sofferenza, l’insolito annuncio di pace, lo spirito di tolleranza di fronte a una chiesa in armi, l’amore intenso del prossimo, le geniali idee, la grande libertà mentale che lo rese capace di rifiutare una morte edificante”.

Merita ricordare che della stessa autrice, nel 2015, e sempre per Einaudi, era stato pubblicato “Quale Francesco? Il messaggio nascosto negli affreschi della Basilica superiore ad Assisi”. Splendido volume dove vengono analizzati tutti gli affreschi del tempio francescano per eccellenza, cogliendone particolari inediti, pertinenti interpretazioni storiche e teologiche.

IL CANTICO DELL’UMILTÀ

Altro libro da leggere è quello di Giulio Busi “Il Cantico dell’umiltà. Vita di San Francesco” (Mondadori, 2025). Pure in tal caso pagine bene impiantate nell’indagine storica, che non trascurano, tuttavia, gli apporti del vasto materiale cronachistico e agiografico. Ne sortisce un testo ben oltre la mera biografia: è una ragionata storia nella storia, racconto di un personaggio straordinario che del suo tempo fu espressione e giudizio.

L’elemento più suggestivo del libro è la chiave di lettura che Busi – raffinato filologo – suggerisce per comprendere appieno la vita del Santo: il ‘Cantico delle creature’. Ovvero il componimento – ritenuto anche il primo albore di letteratura italiana – che Francesco, stremato in corpo e anima, detta ai confratelli (questo ci racconta la ‘Leggenda perugina’) dopo una notte di tribolazioni. È ormai cieco, non gli è più consentito guardare quel creato che convoca a lode, gloria e onore dell’”Altissimu, onnipotente, bon Signore”. Gli occhi non vedono, ma il suo atto di contemplazione non avviene più per sguardi, ma per comunione tra creature e Creatore. E, in tale prospettiva, persino “sora nostra morte corporale” diviene oggetto di lode.

Se, come suggerisce il libro di Giulio Busi, assumiamo il ‘Cantico delle creature’ e le istanze interiori che lo hanno ispirato quale chiave interpretativa della vita di Francesco, ciò porterà a ripercorrere la sua vicenda terrena partendo giustappunto dalla fine per comprenderne il fine. Un conveniente esercizio per chi – in ragione di fede, credenze, curiosità intellettuale – volesse riflettere, a distanza di ottocento anni, su una morte che non fu termine ultimo, ma grandioso compimento.

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