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“I giovani leggono molto. Siamo noi adulti a dover cambiare metro di giudizio e paradigmi”. Intervista a Trifone Gargano

Professore all'Università degli Studi di Bari, scrittore e influencer letterario.

Siena

24/08/2026

Trifone Gargano è professore all’Università degli Studi di Bari, con l’insegnamento Lo Sport nella Letteratura. Ha insegnato anche Didattica della lingua italiana per l’Università di Foggia, e Storia della lingua italiana presso l’Università di Stettino (Polonia). È autore di numerose pubblicazioni. Qualche titolo per guidarvi nella sua produzione letteraria, invitandovi alla lettura di saggi per nulla scontati e desueti dal contesto; maturati nella contemporaneità che è proprio la parola chiave per dialogare con Trifone Gargano.

LE PUBLICAZIONI

Con gli Editori Laterza, pubblica Virtute e c@noscenza. Antologia della Commedia di Dante (2010). Con Progedit: La letteratur@ al tempo di Facebook (2016); Dante. ‘La Commedia divina’ (2017); Dante pop e rock (2021); La Divina Commedia, edizione integrale, con parafrasi (2021). Con le Edizioni del Rosone: La ‘Divina Commedia’ di Dante stickers (2017); Dante & Harry Potter (2018),  Dante porno. Erotico eretico (2023), I come italiano (2024),  Infinito pop. Sempre caro mi fu… (2024). Con Edizioni Radici Future: PPP. Pasolini prima di Pasolini (2022), Dimenticare Manzoni (2024), Le radici letterarie della Costituzione (2026). Con Cacucci, Letteratura e Sport. Da Dante a Pasolini (2021). Con Edizioni del Rosone, Odio Petrarca (e anche Manzoni e tutti gli indifferenti). Costituzione, cittadinanza e legalità con la letteratura (2020),  Gianni Rodari (2020).

Di lui parla anche la Treccani https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/autori/Gargano_Trifone/ 

I VENERDÌ DI SIENA

Conosco Trifone Gargano in occasione della Rassegna Culturale “I Venerdì di Siena”, a cura di Toscanalibri.it sotto la direzione artistica del prof. Francesco Ricci. È il 20 ottobre 2023, sono le 17.30, e inizia una bellissima conferenza a Palazzo Pubblico, dedicata a Italo Calvino e Fausto Melotti, alla ricerca del legame che fra i due crea una sinergia di vedute (Italo Calvino per le sue “Città sottili” dichiara di essersi ispirato proprio a Fausto Melotti, acrobata dell’invisibile). Trifone Gargano (relatore insieme a Massimiliano Bellavista e Rita Petti) parla del suo Calvino Pop (dall’omonimo saggio, appunto).

Il suo approccio, la sua dialettica, l’ironia competente e di sostanza, l’attualizzazione e lo sguardo contemporaneo, mi folgorano. Divento, subito, attenta lettrice di Trifone Gargano e sua follower, nel lavoro di divulgazione culturale che fa sui social. Credetemi, un modo di conoscere la letteratura inaspettato e assolutamente stimolante.

aturo l’idea di lavorare alla Letteratura che non ti aspetti, un format di intervista che si pone l’obiettivo di cogliere lo spirito di riflessione critica ed attuale, non convenzionale e rispondente ai cambiamenti della società. Penso che Trifone Gargano sia la persona giusta per partire. Impiego tre anni di studio delle sue opere e dei suoi lavori, ascolto video e seguo gli interventi. Si, mi convinco; è lui la voce con cui dare inizio a questo format.

Ergo, siamo qui su Toscanalibri.it con cui tutto è iniziato.

 

In Letteratura, oggi, andare oltre il canone tradizionale è un’operazione necessaria. Partiamo da questo assunto, volutamente anche provocatorio. Il mio obiettivo è parlare della Letteratura che non ti aspetti. Scardinare qualche pregiudizio. Non potevo non rivolgermi a lei per questo confronto non convenzionale, ma contemporaneo.

Ed allora, Professore, lei insegna "Lo Sport nella Letteratura" all'Università di Bari ed è noto per accostare i classici a temi apparentemente lontani o pop o non consueti. Che cosa significa, concretamente, proporre "la letteratura che non ti aspetti"?

Significa rovesciare il paradigma (e le aspettative): partire dalla vita concreta, dai bisogni quotidiani, delle gioie e dalle paure quotidiane, piccole o grandi che siano, per poi tornare alla letteratura. Certo, potresti obiettarmi che, in realtà, la letteratura, in quanto riflesso della vita vera, questo fa da sempre, ma, nella mia proposta didattica concreta, sottolineare questo, specie in ambito accademico, significa restituire ai lettori un senso di freschezza.

Oramai, i nostri ragazzi percepiscono la letteratura come cosa morta e carica di vecchiume e polvere, come cosa distante da loro, dal loro mondo, e quindi da tenere a debita distanza. Invece, va restituita la dimensione autenticamente fresca e viva della forma letteraria. Occorre tirar fuori dalle prigioni dei libri (o dei manoscritti) le storie, ma anche la metrica e la retorica, per far scoprire alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi che, per esempio, il ritmo rap odierno viene pari pari dalla musicalità movimentata dell’endecasillabo (5+7, o 7+5), con gli accenti che si spostano a ritmo cadenzato (basti ascoltare la versione rap eseguita da Clementino, nel 2021, di alcuni versi del canto V dell’Inferno dantesco: «Amor, ch’a nullo amato amar perdona». https://www.youtube.com/watch?v=XRre7V5Mevw

Oppure, far notare che nel gioco del rugby, per esempio, con i giocatori che corrono in avanti (esattamente come un narratore, che porta la storia in avanti), ma l’ovale lo devono passare all’indietro, al proprio compagno (in corsa), esattamente come accade con la tecnica narrativa del flash – back (la storia va avanti, ma la narrazione trona indietro). Ecco restituire freschezza alla narrativa reinserendola nel vissuto quotidiano (e prossimo), così come, in effetti, è sempre stato, ma che oggi, per una serie di incrostazioni accademiche e scolastiche, non lo si percepisce più

Le ho detto che voglio scardinare i pregiudizi. È la verità. La Letteratura è contemporanea se recupera modi e toni per adeguarsi ai tempi. Poter sempre dire qualcosa, anche divertendo e con leggerezza (che non è superficialità): questa è Letteratura.

È d’accordo? Qual è la reazione più sorprendente che ha ricevuto dagli studenti o dai lettori davanti ad una letteratura che parla diversi linguaggi (ed è anche divertente) senza perdere il suo valore?

La leggerezza di cui scriveva Calvino (avendola praticata nella sua opera di scrittore, si pensi, tanto per fare soltanto un esempio, a Marcovaldo, che poneva, in Italia, già a metà degli anni Cinquanta del XX secolo, la questione dell’inquinamento ambientale, che oggi è sotto gli occhi di tutti, con il suo carico di drammaticità, da «paese guasto», con la leggerezza della narrazione favolistica).

Quanto al divertimento, sarebbe troppo facile rinviare a Orazio, al suo «laetare et disce», che è la sfida di sempre, e che ciascun docente dovrebbe sentirla propria, tutti i santi giorni, dinanzi alle sue studentesse e ai suoi studenti (qualunque età essi abbiamo: non si può giocare soltanto nella scuola primaria, ma occorre continuare a farlo sempre, fino all’Università).

Mi viene a mente, su questo, il suggerimento didattico pasoliniano, del Pasolini professore, che, per spiegare ai suoi studenti di scuola media, le tre uscite della seconda declinazione latina, s’inventò la storiellina del mostro «Us-Er-Um», con lui che, da docente cavaliere, si batteva per difenderli e per sconfiggere il mostro, mescolando assieme, il mito dell’Idra, la leggenda di san Giorgio (che sconfigge il drago), e la figura dantesca di Cerbero (che, poi, qualche secolo dopo, sarebbe tornata in Harry Potter, con le fattezze di Fuffy, il cane a tre teste, del terzo piano di Hogwarts).

Dunque, niente pregiudizi: la Divina Commedia contiene 100 selfie (uno per canto); il Decameron è un immenso social network (con tante storie, spesso piccanti, come in Facebook, o in Twitter, Instagram); i Ricordi di Guicciardini sono tanti tweet (così pure i Pensieri di Leopardi, e altre opere della nostra tradizione letteraria); alcuni sonetti (di Foscolo, di Alfieri, di Manzoni) sono autentici selfie letterari (come pure il “testo” futurista Autoritratto di Corrado Govoni); etc.

I confini espressivi della letteratura, oggi, si sono dilatati, e non possiamo ignorare tutto ciò, che va visto come arricchimento (e non, invece, come abbrutimento). La reazione degli studenti dinanzi a queste contaminazioni pop e social è stata sempre entusiasta, ma anche di stupore autentico, poiché (ri)scoprivano che la letteratura è vita (riflessa, certo, ma sempre vita).

A me, adulto e docente, interessa che dietro la curiosità e lo stupore si annidi la lettura, sia quella guidata da me, sia, soprattutto, quella autonoma (le ragazze e i ragazzi scoprono i nostri classici attraverso le contaminazioni pop e social, ma poi li cercano e li leggono, anche indipendentemente dai miei suggerimenti, o dai miei “adattamenti”… e questo è grandioso, poiché noi docenti non dobbiamo mai dimenticare che il fine ultimo dell’insegnamento della lingua e della letteratura, dalla primaria alla secondaria di secondo grado, è quello di creare il “lettore”, e non, invece, lo specialista in analisi del testo).

 

Lei ha molti follower. È un docente-influencer, giusto? Influencer che vuole suggerire qualcosa, indicare una prospettiva, suscitare curiosità e riflessione. Abbatte anche la barriera tra aula universitaria (docenza) e piattaforme digitali.

Quanto è importante utilizzare i social per fare divulgazione culturale e, per farla bene, soprattutto, qual è il segreto per non banalizzare i contenuti?

È molto importante, perché ti abitua a esprimere quello che pensi (e che hai da trasmettere) seguendo codici espressivi contemporanei, che “bucano” la curiosità di chi ascolta. Fu proprio una studentessa, anni fa, a suggerirmi di utilizzare Tik-Tok, con lo sforzo di dire “tutto” in 15 secondi. Provai, aiutato da lei e da altri studenti, e i miei Tik-Tok hanno raggiunto anche un milione e seicentomila visualizzazioni, scatenando un grande dibattito, pro e contro le mie tesi (eversive) su Alessandro Manzoni.

Per me è stata una grande sorpresa, e ho continuato a utilizzarlo con entusiasmo: riuscire a condensare in un distico, in una sentenza, in un proverbio, in una massima, in un tweet (o poco più) il messaggio è una bella sfida. I contenuti non vengono banalizzati (dall’utilizzo di simili strumenti comunicativi) se chi lo fa riesce a restare “eticamente rigoroso” nei confronti dell’autore. La sintesi leggera (e ironica) non banalizza, è solo immediata e veloce, come il  «motto di spirito» della nostra tradizione letteraria (specie, nella sesta giornata del Decameron).

 

Divulgare la cultura attraverso i social media vuol dire anche accettare la naturale evoluzione dei linguaggi (più linguaggi, più stili), senza avere paura o sembrare meno autorevole.

Come è cambiato (in base alla sua esperienza) e sta cambiando il modo di raccontare un classico — da Dante a Calvino — quando si passa da una lezione in classe a un video o a un post su Instagram o TikTok o anche altre piattaforme?

Oltre ai social media, negli ultimi vent’anni, ho scelto di fare esperienze di divulgazione letteraria (leggera e piacevole, ludica) anche nelle piazze, per strada, nei festival (letterari e no), nei lidi, nei teatri di paese e in quelli di recitazione, nei villaggi vacanza, nelle serate estive organizzate dai Comuni, etc.; cioè, in tutti quei luoghi nei quali il pubblico non lo scegli, ma te lo trovi.

A scuola, o in università, il pubblico è formato da persone (studentesse e studenti) che hanno scelto di frequentare quel determinato percorso formativo, mettendo in conto anche presentazioni di libri, incontri con gli autori, conferenze, spettacoli teatrali, letture drammatizzate, performance varie, etc.; ma in una piazza, per esempio, durante una festa patronale, ti trovi dinanzi a centinaia e centinaia di spettatori, di tutte le età, di tutte le estrazioni scoiali e formative, con un grado di aspettativa differente l’uno dall’altro (di concentrazione, di attesa).

Quindi lo sforzo, per chi, come me, vuol parlare di Dante, Calvino o Pirandello oppure di Leopardi, in questi nuovi contesti, che, ripeto, non sono soltanto i social media, o le aule, è molteplice: bisogna subito incuriosire (nei primissimi minuti della lezione-spettacolo, chi parla si gioca tutto); bisogna arrivare a tutti, cioè, arrivare all’adulto, all’anziano, al ragazzo, al bambino, al semianalfabeta, al professionista, alla casalinga, all’operaio, al muratore, etc., etc.

Le lezioni in classe, i video su Tik-Tok, i post di Facebook o di Instagram son tutti contesti “protetti” (puoi, sempre, correggere, rifare, rimediare, ripetere); ma in piazza non esiste “rete” di protezione. Ti faccio due soli esempi, tra i tanti, particolarmente significativi, per me: in un paesello lucano, in una serata di luglio di un paio d’anni fa, in un contesto di serata estiva, alla fine della mia lezione spettacolo su Dante, mentre mi dirigevo verso l’autovettura per tornarmene a casa, si avvicinò una coppia di anziani coniugi. Con garbo i due mi fermarono per chiedermi di stringermi la mano, precisandomi che, al tempo loro, più di sessant’anni prima, quando erano studentelli, venivano cacciati fuori dall’aula, venivano apostrofati come “i ciuccioni”. Invece, dissero con voce commossa e con gli occhi lucidi, che quella sera, grazie a me, tra una risata e una cosa seria, avevano capito che Dante, in fondo in fondo, ha scritto anche per loro due (che si amano ancora). Mi commossi al punto che li abbracciai, dicendo loro che, con le loro parole, mi avevano fatto una carezza indimenticabile.

L’altro esempio. Per la prima volta, e con molta titubanza da parte mia (ritenendo di non essere pronto, preparato, etc.), circa dieci anni fa, sono andato in un carcere (in provincia di Bari), per parlare ai e con i detenuti di poesia (quell’anno, ricordo, dovevo parlare dell’Infinito di Leopardi), con il mio solito stile leggero e ludico; con grande stupore mio (e della stessa direttrice, come mi confidò subito dopo l’incontro), nessuno delle circa 150 persone presenti andò via (nel senso, che se ne tornò in cella); non solo, dopo quella volta, in quella stessa “casa di reclusione”, sono tornato molte altre volte (e per diretta richiesta dei detenuti), e ho cominciato a girare in altre carceri pugliesi.

Le faccio una domanda scomoda. Posso? Riguarda il concetto di scandalo. Lo chiamerei scandalo letterario.

Lei pensa di dare scandalo ai dotti della Letteratura, raccontandola come fa? E se fosse cosi, secondo lei, ha ragione Pasolini quando dice che chi si scandalizza è sempre banale (Io, aggiungo, anche poco informato)? Nel suo libro “I come Italiano” (Nuvole Progedit) fa riferimento a coloro che gridano allo scandalo per nuovi usi della lingua italiana, ad esempio.

Sì, dal mondo accademico ho ricevuto alzate di spalle (qualche saluto tolto), risolini, giudizi di sufficienza, etc., per la mia opera di divulgazione, visto che, in quel mondo, molti (non più tutti, per fortuna, ma molti ancora) ritengono che la divulgazione sia robaccia, che un vero ricercatore, un vero studioso non debba farsi capire, debba utilizzare, a voce e per iscritto, la lingua del non dire (dire senza dire; dire o scrivere per non farsi capire; dire o scrivere per pochi, pochissimi, gli “iniziati”).

Ovviamente non ho dato peso a queste critiche e ho continuato a girare per le piazze, e per gli studi televisivi. In Puglia, da più di cinque anni, tengo una mia rubrica ludo-letteraria, all’interno di una trasmissione pomeridiana di intrattenimento, animata dal duo comico barese Max Boccasile e Carlo Maretti, durante la quale, per un paio d’anni ho parlato della Divina Commedia, indossando i panni di un “Sonno Poeta”.

Per un altro anno, invece, ho preso scherzosamente in giro Alessandro Manzoni, oramai ridottosi a fare il “Wedding planner”, con matrimoni, ma anche feste di diciott’anni, Baby shower, e cose simili, giusto per tirare a campare, visto che il suo romanzo, tolto l’obbligo scolastico d’acquisto, non lo compra più nessuno.

Questa esperienza televisiva, con l’emittente TeleNorba (che copre la Puglia, la Basilicata e il Molise) mi ha permesso di allargare vieppiù il raggio di penetrazione delle mie ludo-lezioni, giungendo nelle case (e me ne accorgo in giro, in queste tre regioni, con la gente semplice che mi ferma e si complimenta, e che mi dice di essere stata spinta, dalle mie gags letterarie, a riprendere in mano la Divina Commedia, e a rileggerla).

Aveva ragione (da vendere) Pasolini, al quale non oso paragonarmi, ma che, tra i primi, in Italia, ha provato a contaminare i linguaggi (tra letteratura, televisione, teatro, cinema, giornalismo, etc. etc.). Del resto, come ben ricordi, citando un mio libro sull’italiano, la bellezza della lingua risiede proprio nel fatto che è uno strumento vivo, attivo, e trasformante (performante), nient’affatto rigido.

 

Se parlo di informazione, posso riferirmi anche all’utilizzo appropriato dei social per divulgare. Esiste un uso appropriato, nonostante siano spesso accusati di ridurre la soglia dell'attenzione.

Lei come riesce a trasformare un contenuto breve in un "gancio" (direbbe Raffaella Carrà) per portare le persone alla lettura di un libro?

Il “gancio” della Carrà (splendida citazione pop) è anche il “gancio” di Piaget: è compito del docente riuscire a trovare, per ciascun alunno, il “gancio” giusto, incuriosirlo e fargli capire che Dante, Ariosto, Leopardi, Montale, Eco, etc., hanno scritto proprio per lui. Per qualcuno, il “gancio” può essere il cibo (quanta parte ha il cibo nei nostri testi letterari, dal pane di Cacciaguida, a quello di fra Cristofaro, per fare soltanto due esempi facili facili).

Per qualcun altro, il “gancio” può essere rappresentato dalla musica, dalle canzoni, dallo sport, dal ballo, dalla sartoria, dalla meccanica, dalla matematica, etc. etc. (una volta, ricordo, in un percorso di formazione professionale, con alunni molto molto “difficili”, pluribocciati, già usciti dai percorsi “normali”, riuscii a parlar loro di testo regolativo facendomi raccontare, passo passo, come aprivano, di notte, le portiere delle autovetture da rubare, come riuscivano a disinnescare l’allarme sonoro, e altri “trucchi” del mestiere, che adesso mi conviene tacere).

Il “gancio” apre allo stupore, e quindi porta al desiderio di leggere, visto che quel testo e quell’autore avevano incrociato il loro vissuto quotidiano. Se solo pensassimo a quanti ragazzi vivono con il mito (e il rovello) del pallone, del calcio, di voler sfondare in quel mondo; ebbene, far scoprire loro le poesie sul calcio di Saba; le riflessioni di Paolini (i suoi “podemi”) sul calcio freddo (la prosa) e il calcio caldo (la poesia); la stretta vicinanza tra molte giocate (e non solo di calcio) e le figure retoriche: il calcio totale olandese, oggi praticato da tutti, con l’iperbato (il non rispetto delle regole sintattiche); la rovesciata, con il cambio di prospettiva (in un racconto poliziesco).

Attualmente, insegno proprio letteratura sportiva, a Bari, nel corso di laurea di “Scienze delle Attività Motorie e Sportive” (SAMS), e le studentesse egli studenti si divertono un mondo a trovare queste connessioni (e ho una decina di tesi di laurea per ciascun anno accademico).

 

Ho una invincibile curiosità, legata principalmente alla sua produzione letteraria e al filo conduttore che dalle letture dantesche la conduce ai saggi sulla lingua italiana, sulla Costituzione fino ai testi dedicati alla pop-cultura.

Qual è il filo rosso che li lega? E, soprattutto, considerata la forte componente laboratoriale e provocatoria presente, c’è un libro cui è particolarmente legato o che considera il manifesto del suo metodo divulgativo?

Il filo rosso che lega l’intera mia produzione letteraria è quello della mia avversione per le autostrade, e quindi la mia predilezione per i “sentieri”. Fuor di metafora, significa che a me non piace percorrere strade già bell’e tracciate (da altri, il più delle volte, più bravi e più illustri di me); a me interessa, per gli autori che studio, seguire piste di ricerca inedite (o trascurate dalla critica accademica).

Di qui, la mia prospettiva di ricerca di-vergente (che si sforza di adottare un linguaggio di-vertente). Faccio qualche esempio concreto: chi aveva mai scritto, in un libro di larga divulgazione, di Pirandello poeta? I manuali scolastici non ne parlano nemmeno, eppure Luigi Pirandello ha insistito per pubblicare le sue poesie.

Pirandello interprete dantesco? Oppure, Italo Calvino scrittore sportivo (cronista per «l’Unità»)? Italo Calvino autore di una antologia scolastica (nella metà degli anni Sessanta, con la nascita della scuola media unica)? Pier Paolo Pasolini scrittore di sport (di calcio)? Pier Paolo Pasolini maestro e scrittore di scuola (di problemi legati alla didattica disciplinare, ai libri di testo per la scuola, alla componente ludica dell’insegnamento, etc.)?

Le radici letterarie della Costituzione italiana del 1948? Essa, infatti, è stata studiata sotto tantissimi profili: da quello giuridico a quello politico, fino a quello economico, sociale, etc.; ma nessuno (o quasi) si è mai posto il quesito sul perché madri e padri costituenti citino Foscolo (Calamandrei), Leopardi (Sereni), Manzoni (De Gasperi)?

Inoltre, la domanda iniziale mia, per l’ultimo mio lavoro, quello, appunto sulla Costituzione, è stata la seguente: «Madri e Padri Costituenti che scuole avessero frequentato? Che laurea avessero conseguito? E quindi, che tipo di “condizionamenti” ci sono stati, se ci sono stati, nel loro lavoro di costituenti derivanti dalla loro formazione scolastica e universitaria?».

Ho pure provato a mettere assieme il meraviglioso medievale (Dante) con il fantasy contemporaneo (da Collodi a Rowling), nel mio lavoro su «Dante Pinocchio Harry Potter». I miei libri, come ben sottolinei nella tua domanda, hanno una forte componente laboratoriale (e provocatoria), nel senso che a me non interessa soltanto far conoscere il frutto del mio lavoro scientifico e i risultati delle mie ricerche, no, a me interessa innanzitutto coinvolgere i lettori (che spesso sono  studentesse e studenti), fino a farli diventare co-autori del libro che hanno tra le mani (un mio recente lavoro su Dante, con i disegni di Carlo Volsa, s’intitola «Le figurine di Dante», Cacucci 2026, proprio perché chi legge completa le pagine individuando la figurina mancante, tra tutte quelle offerte in coda al libro, e incollandola al posto giusto).

Un anno, sempre su Dante, nella sede universitaria di Foggia dove mi trovavo a quel tempo a insegnare, diedi una tesi di laurea a una studentessa di Lettere la realizzazione di un libro laboratorio, di un libro attivo e ludico; ebbene, il libro, co-firmato da lei e da me (con pari divisione dei diritti d’autore), uscì prima ancora della seduta di laurea (ed ebbe una larga diffusione)! Il libro che considero un po’ come il “manifesto” del mio metodo di ricerc-azione è decisamente «Dante pop e rock», perché mi permise di far vedere (e ascoltare, grazie all’inserimento nelle pagine del libro dei QR-Code per ciascuna canzone citata e commentata) ai lettori quanto la poesia di Dante Alighieri fosse ancora viva e attiva, nonostante gli oltre sette secoli trascorsi dalla sua morte (1321): da Mina a Tedua, infatti, versi, personaggi, situazioni e ritmi della Divina Commedia trovano posto nella produzione “leggera” contemporanea.

 

Sempre rimanendo sui nomi letterari della sua produzione, Le faccio alcune domande semiserie e provocatorie. Dante, Manzoni e Pirandello: chi fra loro potrebbe adattarsi meglio alla contemporaneità e perché?

Per un “adattamento” positivo, decisamente Dante e Pirandello (le loro rispettive opere, infatti, hanno ancora molto da dire e da dare a noi contemporanei); per un “adattamento” negativo, Manzoni, per via del suo invito, contenuto nel “sugo” dei Promessi sposi, a non impegnarsi, a non intervenire, a farsi i fatti propri, a non ribellarsi (dinanzi alle ingiustizie), a piegare la testa e ad accettare la volontà di Dio, quella del marito, e quella del padrone.

Altro che cittadinanza attiva, che invece Dante esercitò in prima persona, e insegò a farlo proprio descrivendo all’inizio della prima cantica l’orribile condizione degli «ignavi», cioè di tutti coloro, ieri come oggi, che vivono girando il capo dall’altra parte (che fu, invece, la prassi di vita di Alessandro Manzoni, ignavo, e che fu il suo messaggio finale del romanzo, nel “sugo”, appunto)!

Quali aspetti della cultura o della comunità sarebbero inaccettabili per Manzoni e perché? E soprattutto, perché dimenticare Manzoni?

Per citare il titolo del mio saggio su Manzoni, egli va “dimenticato”, oggi, proprio perché egli è maestro del disimpegno civico, con l’invito a non ribellarsi alle leggi divine e padronali, per l’invito a chinare il capo (alla volontà del marito, del padre, del padrone, etc.)

A proposito di scandali: Dante erotico ed eretico: poco divino, molto di vino nel senso di allegro ed irriverente. Una versione interessante del suo Dante Porno.

Dobbiamo guardare a Dante (e a tutti gli altri poeti e scrittori) come a noi stessi, come a donne e uomini come noi (faccio un esempio: Pirandello, fino a sessant’anni circa, fino a quando cioè, grazie ai teatri d’Europa e statunitensi, non cominciasse a diventare famoso, era stato invidiosissimo, di tutti, di Pascoli, di D’Annunzio, di Grazia Deledda, etc., perché, a suo giudizio, tutti costoro avevano successo e lui no, sentendosi prigioniero dell’insegnamento, che pur svolgeva con alta coscienza morale e con grande rigore scientifico).

Ebbene, se guardassimo, quindi, agli autori come a persone “normali”, senza santificarli (magari, pure, non leggendoli), scopriremmo aspetti e tratti non “da cartolina”, e cominceremmo, finalmente, a leggerli in modo più libero e vivace, produttivo, fertile.

Esiste un Dante “erotico” (non solo per alcuni episodi della Commedia, ma anche, per esempio, per i sonetti della sua “tenzone” con Forese Donati), e un Dante “eretico” (l’intera sua opera fu messa subito all’Indice, da parte della Chiesa cattolica, non soltanto l’opera politica, no, anche la Divina Commedia, fu proibita immediatamente, fino ai primi decenni del Novecento, quando, il divieto cadde per ragioni di lotta politico-culturale nei confronti della cultura laico-liberale – cioè, contro Croce – e si cominciò a dire, da parte cattolica, che Dante fosse da intendere come “poeta tutto nostro” – sto citando a memoria l’espressione di papa Paolo VI, compiendo un’operazione di doppia mistificazione, storico-letteraria).

Che cosa ne pensa della mancanza di nomi femminile fra gli autori della Letteratura? O anche nella proposta Esami di maturità? (Questione di canone)

Lacuna gravissima, che rinvia alla genesi del così detto “canone scolastico” italiano (iniziato a formarsi con la Legge Casati sulla scuola piemontese, 1859, e poi estesa all’Italia, dopo il 1861). Il “canone” è un “patto” tra lo Stato (cui è delegato il dovere e il diritto di formare i cittadini) e i lettori di una determinata società. Ma il “patto” (il “canone”) non può essere né rigido, né eterno; al cambiare della società, deve cambiare anche quel “canone”, sennò si finisce, come si rischia oggi, si perdere tutto (acqua sporca e bambino), le nostre studentesse e i nostri studenti non riconoscendosi più con quei testi e con quegli autori indicati nel “canone” come fondamentali, non leggono più, alzano (giustamente) un muro, e rifiutano tutto. Di qui, l’assenza di donne, di autrici (ma anche altre “assenze”), all’interno del “canone scolastico”, che va superata, con l’avvio di una discussione pubblica, alla quale devono partecipare tutte le componenti scolastiche (studenti, genitori e docenti), per ridefinire, qui e ora, un nuovo “patto” (canone).

In merito alla rivisitazione dei classici, una domanda tormentone social di questi mesi: che cosa ne pensa di Odissea di Christopher Nolan?

Per dirla con una battuta “accademica”, questo film, fra qualche tempo, sarà letto e interpretato come un esempio della “fortuna” del classico. Ho letto le diverse polemiche, e, ovviamente, non condivido quelle che hanno gridato (e gridano ancora) allo “scandalo”. Non c’è alcuno scandalo: oggi, qui, l’Odissea, agli occhi di Nolan, è apparsa così, contiene il messaggio che lui ha inteso mettere. Nella risposta precedente ho parlato, appunto, di “patto” che va ridefinito, al mutare della società. Per queste ragioni, credo, Calvino sostenesse che un Classico ha sempre qualcosa da dire, nel senso che la società che lo legge, nelle mutate “urgenze” (etiche e politiche) del proprio tempo, si rivolge al Classico per ricavarne insegnamenti adatti al proprio tempo, alle proprie urgenze drammatiche (ecco un esempio: la figura di Antigone fu richiamata, da Emilio Sereni, in Costituente, nel 1947, per dire, in quella situazione drammatica, con i “morti” che erano stati abbandonati nelle “piazze”, ci sono momenti nei quali occorre disobbedire alle leggi umane).

C’è una figura femminile, fra in personaggi letterari, che risulta essere ancora oggi assolutamente all’avanguardia, non banale, non strumentalizzabile.

Per limitarmi alla letteratura italiana (e a Dante), direi la figura di Pia de’ Tolomei, nel V del Purgatorio, con il suo grido (pur sommesso) nei confronti di quello che noi oggi definiamo “femminicidio”, visto che, proprio in queste ultime settimane, una nuova formazione politica di estrema destra (e a un passo dall’essere anti-costituzionale) ne nega la consistenza (proponendo di abolire la sia pur flebile legislazione di contrasto che lo Stato italiano si è dato).

Ecco, la figura e il grido di Pia andrebbe portato in tutte le scuole, le case, le strade, ovunque. Qualche anno fa, in provincia di Foggia, ne tenni una lettura pubblica in piazza, in un paese dove, in quegli anni, c’erano stati ben quattro casi di femminicidio. La piazza, ricordo, era stracolma di gente, muta, commossa, ma in piedi. Il nostro Paese ha il dovere, su questo come su altre faccende, di mettersi in piedi. Per esempio, metterci tutti in piedi per fermare la guerra. L’Italia costituzionale ripudia la guerra.

Se dovesse, oggi, dialogare con Pier Paolo Pasolini circa l’interpretazione della realtà quale chiave di lettura gli suggerirebbe e perché? Quale sua profezia, invece, ritiene che si sia perfettamente avverata, anche sotto non palesi spoglie?

Se dovessi trovarmi, oggi, per un gioco paradossale del tempo, a dialogare con Pasolini, lo ascolterei, in silenzio, non avrei proprio nulla da dirgli, perché, purtroppo, con la sua vista acuta, Pasolini aveva anti-visto ciò che oggi è sotto i nostri occhi così miopi: dal «paese guasto», alla violenza urbana; dal consumismo, alla riduzione dei rapporti umani a scambio di merce; dalla perdita di identità (individuale e scoiale), all’omologazione. Prenderei da Pasolini e la rilancerei, ancora oggi, il suo invito a non essere mai “pecora matta”, a non omologarci al pensiero dominate (che è sempre il pensiero della classe dominante), a esercitare la critica, a non essere mai ignavi, ma cittadini attivi.

Pirandello e l’esercito del selfie: in che senso potrebbe essere considerato un precursore?

Pirandello è attualissimo perché pose, già allora, il problema “identitario”; per questo egli è un Classico che piace alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi, perché egli pone, sia pur con un linguaggio del suo tempo, il problema, eterno, di accettarsi: uno, nessuno, centomila selfie (per citare il titolo del mio saggio su Pirandello). Ha anticipato il duplice dramma contemporaneo: da un lato, la necessità di fissare una identità riconoscibile (l’uno); dall’altro, il sentirsi fluire, nelle tante identità possibili, e nella massa (il centomila).

La Costituzione oggi: perché è diventata così virale? Che urgenza emerge rispetto allo studio che se ne faceva in passato?

Perché oggi c’è una urgenza democratica: difendere la Costituzione del 1948 (approvata nel 1947, e promulgata a partire dal primo gennaio del 1948) dagli attacchi concentrici della destra (una e trina). La Costituzione è un “compost”, un terreno fertile che deve ancora dare i suoi frutti. È una Costituzione “bambina”, non è una Costituzione vecchia, come la destra dice, solo perché è stata scritta nel 1947.

Molte delle sue conquiste civili, sociali, politiche, economiche, devono ancora venire. È “bambina” perché deve ancora dare i suoi frutti. Quindi, tutti, a tutti i livelli, abbiamo il dovere di difenderla. Questa è stata la motivazione “civica” che mi ha spinto a lavorare in questi ultimi tre anni al libro Le radici letterarie della Costituzione. Invito tutti ad ascoltare la recentissima canzone di Daniele Silvestri: Un Paese di sana e robusta Costituzione:

https://www.youtube.com/watch?v=t5dGx4DJgsI

C’è una annosa questione che intrattiene abbastanza gli addetti ai lavori e non è “I giovani e la Letteratura” oppure “I giovani e la lettura”. Pare che i giovani leggano sempre meno. Dal suo osservatorio privilegiato di docente e comunicatore, è così? Oppure, semplicemente, stanno cambiando i supporti della lettura? E soprattutto, che cosa manca oggi all’insegnamento della letteratura o alla pratica della lettura per riuscire a parlare al cuore e alla testa dei giovani?

Non condivido l’atteggiamento apocalittico: i giovani leggono, eccome, leggono molto. Leggono fumetti (Zero Calcare, per esempio, è il prodotto migliore che la nostra tradizione letteraria sta esprimendo), graphic novel, etc. Seguono serie televisive, anime, etc. allora, siamo no adulti che dobbiamo cambiare il nostro metro di giudizio, e i nostri paradigmi.

Perché scuola e università non rivedono il proprio “canone”? Per arrivare al cuore e alla testa delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, oggi, forse non servono più i polpettoni ottocenteschi: si legge, si guarda, si ascolta, per strada, in metro, in palestra, etc. Quindi, un tweet, un post, un Tik-Tok, un reel, etc., sono i nuovi “vettori”.

Occorre ripensare la grammatica delle storie sapendo che esse continueranno a viaggiare, per arrivare al cuore e alla testa dei più piccoli, per accompagnare, ancora una volta, le loro gioie e le loro paure; le ansie, i progetti, le speranze, le delusioni, le cadute e la rinascita. Ecco, dovremmo avviare, tutti assieme, un nuovo “patto”, per una scuola, per una università, per una società della “rinascita” (come fecero i partigiani, tra il 1943 e il 1945, in tutti quei paesi liberati, nell’Italia del centro-nord, facendo rinascere la vita).

La sua produzione letteraria è davvero molto ampia e non teme tabù. Oppure li teme? A cosa sta lavorando attualmente? Qual è la sua prossima "sfida" letteraria o saggistica?

Non temo tabù, visto che, come ho detto all’inizio di questa intervista, il mio faro è il “rigore”, l’onestà intellettuale, nei confronti di chi, poi, mi leggerà. Attualmente, sto girando per diffondere Le figurine di Dante e Le radici letterarie della Costituzione, e sto iniziando a raccogliere materiale per un nuovo lavoro su «letteratura – italiana – e AI (o IA?, come aveva già scritto Dante: era lui disgrafico, o lo siamo noi?). Nel 1860, Ippolito Nievo, che morì l’anno dopo, ancora giovanissimo, scrisse uno strano racconto lungo, Storia filosofica dei secoli futuri, nel quale diede vita al primo robot della letteratura italiana, programmato da due artigiani geniali per produrre scarpe… Ma non voglio anticiparvi altro.

Il taglio di questa intervista si presterebbe ad un video tik tok? Coglierebbe la sfida? Saremmo in questa dualità personaggi cultural social?

Il taglio di questa intervista è rapido, ma non per il protocollo comunicativo di Tik-Tok, che gira su una manciata di secondi (15-20 secondi al massimo). Quindi, un video per Tik-Tok con questo stesso contenuto dovrebbe essere molto più smart. Senz’altro ne avrete visione.

Dove possono seguirla i nostri lettori e lettrici, canali social o siti web?

Lettrici e Lettori, se volessero, potrebbero seguirmi su Facebook, Instagram o Tik-Tok 

 

Nella nostra conversazione, la Letteratura che non ti aspetti è protagonista. Con un taglio spedito e, forse, anche irriverente. Ma assolutamente stimolante. Perché andare oltre la letteratura vuol dire entrare direttamente in dialogo con un mondo, un modo, un sentimento, un contesto. Dinamiche e proiezioni di una dimensione che non può essere lontana da noi.

Ringrazio Trifone Gargano per aver dialogato con contezza, leggerezza, dinamismo e grande competenza intellettuale e saggistica. Sono certa che i nostri dialoghi non finiscono qui.

 

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