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Il canone del Novecento di Sigfrido Bartolini. Pubblicata nuova raccolta di scritti dell’intellettuale pistoiese

Firenze

24/02/2026

Pittore e incisore, critico d’arte e intellettuale fuori dal coro, Sigfrido Bartolini (1932-2007) torna a far parlare di sé con la pubblicazione dei suoi scritti usciti su quotidiani e riviste nell’ultima decade del Novecento e nei primi anni Duemila.

Il volume, intitolato "Per un canone del nuovo secolo" (Polistampa), si pone in continuità con La grande impostura, che nel 2002 scuoteva il mondo dell’arte contemporanea mettendo in discussione “mostri sacri” come Guttuso e Magritte.

Per Vittorio Sgarbi Bartolini era “il bambino che vede il re nudo e ha il coraggio di scrivere quello che nessun altro scriverebbe”. Oltre che artista a tutto tondo, infaticabile sperimentatore di tecniche – dai “monotipi” ai legni incisi, dalle xilografie alle vetrate artistiche, passando per i dipinti e i bozzetti per il teatro – il maestro pistoiese è stato scrittore e polemista di grande ascolto, collaborando assiduamente con quotidiani come L’Indipendente, Il Giornale e Libero.

Rispetto alla Grande Impostura, la nuova raccolta tratteggia una storia dell’arte che dall’antichità arriva fino alle avanguardie novecentesche, definendo quel “canone” che Sigfrido intendeva opporre a un mainstream basato sul sostanziale rifiuto della qualità “artigiana” e della tecnica come “saper fare”.

Da Giotto si arriva fino a Italo Cremona passando per Goya, gli Impressionisti, i pittori slavi, Luigi Bartolini, Pietro Parigi, Lorenzo Viani. E ancora Sironi, De Chirico, Picasso, Maccari, de Pisis, Giovanni e Romeo Costetti, e i meno noti Giulio Innocenti e Mario Nannini. Attraverso questi nomi si afferma la vitalità di un’arte che sa fare i conti con l’irruzione del perturbante, ed è in grado di riconnettersi alla tradizione declinandola modernamente per interpretare il nostro tempo.

Il tutto con l’acume e la vivacità intellettuale che caratterizzano la scrittura di Bartolini, critico capace di sorprendente chiarezza anche se impegnato in riflessioni profonde e articolate. “Sono articoli di una complessità tale”, scrive Angelo Crespi nella prefazione, “che colpisce siano stati scritti solo pochi anni fa per i giornali, complessità che fa comprendere alla perfezione la catabasi che ha degradato la critica d’arte, relegata dalle pagine culturali in spazi residui e completamente assente nelle versioni online”.

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