Nel marzo del 2025 ho avuto il piacere di moderare la presentazione a Siena del libro “Tempo al Tempo” (Mondadori) di Camilla Costanzo, una persona cordiale, energica, colta. La conversazione intorno al romanzo - che sembra essere una scacchiera umana, in cui esistono l’io e il noi - segue un ritmo dinamico e piacevole. La struttura narrativa è suddivisa in tre tempi e ogni storia è riflesso della successiva; così i personaggi descritti da Camilla Costanzo, complessi nella loro umanità disarmante, sono restituiti al tempo con il peso e la leggerezza delle loro scelte, dei loro drammi e piccole grandi vittorie. Lutto, maternità, abbandono, scelte sbagliate e voglia di riscatto, fra i temi di interesse sociale, oltre che umano, presenti nel testo.
Potete leggere la recensione al romanzo al link https://www.toscanalibri.it/scritto-dautore/tempo-al-tempo-il-valzer-tra-presente-e-passato-di-camilla-costanzo/
Il mio rapporto con Camilla Costanzo non si esaurisce con la presentazione del libro, ma continua in una serie di eventi organizzati sia a Siena che a Rapolano Terme: incontri con i giovani e dialoghi sui libri, la lettura, l’impegno nel portare avanti progetti e iniziative. Camilla Costanzo è donna tenace, propositiva, professionale, con una bella sensibilità: è giornalista, scrittrice e sceneggiatrice, figlia di Maurizio Costanzo, una delle voci e dei volti più noti del giornalismo e della televisione italiana e della giornalista e scrittrice Flaminia Morandi. Molto riservata sulla propria vita privata e sulla famiglia, marito e due figli, lontana da quello che oggi sembra essere il palcoscenico virtuale del quotidiano. Impegnata soprattutto a portare avanti con serietà e disciplina il proprio lavoro e i progetti, tra cui quello dell’Associazione Maurizio Costanzo, di cui è presidente e che vede coinvolta la realtà delle carceri.
L’Associazione Maurizio Costanzo nasce con l’obiettivo di mantenere viva la memoria di papà, e abbiamo scelto di farlo unendo due sue grandi passioni: una era il teatro e l’altra l’attenzione per gli ultimi e i diritti civili. Nel 1985 dal CR di Brescia fece una puntata del Costanzo Show. La prima volta che le telecamere entravano in un carcere. All’epoca c’erano gli stessi problemi che abbiamo oggi con le carceri, ma essendo passati tanti anni, possiamo dire che invece che migliorare, le cose sono decisamente peggiorate. Con l’Associazione ci occupiamo principalmente di Teatro in carcere e la nostra missione è quella di dare luce e valore all’attività del teatro in carcere, che è stato provato essere una delle attività che più aiuta nel recupero del detenuto. Faccio dei numeri, tanto per rendere più chiara la situazione: la recidiva una volta usciti dal carcere è dell’80%, che scende al 6% quando i detenuti frequentano un laboratorio teatrale.
La scrittura, la lettura e il teatro in carcere sono fondamentali. Mimmo Sorrentino, un regista teatrale che lavora molto con le carceri e le comunità di recupero, dice che per entrare nei panni di un personaggio, è necessario prima conoscere se stessi. Questo viaggio di conoscenza porta la persona detenuta a ripercorrere la propria storia e, facendolo, riconosce gli sbagli, gli inciampi e spesso a una vera presa di coscienza di quello che si era e che non si vuole più essere. La scrittura e la lettura hanno lo stesso effetto. È comunque un viaggio di conoscenza, un modo per guardarsi allo specchio.
Le persone detenute sono persone che hanno commesso degli errori, ma sono persone e come tali devono essere trattate. L’articolo 27 della Costituzione prevede che il carcere non debba essere solo punitivo ma anche riabilitativo, cosa che purtroppo è sempre meno vera. In carcere ci sono persone, e continuo ad usare questo termine per far capire che dietro le sbarre si dovrebbero avere gli stessi diritti e doveri delle persone fuori. Mentre oggi le carceri sono diventati dei contenitori vuoti in cui buttare dentro le persone e dimenticarsene. Quello che vorrei far capire è che tutti possiamo sbagliare e che una società sana dovrebbe avere tutto l’interesse a rendere le carceri luoghi di vero recupero e riabilitazione. Persone che una volta fuori possano accedere al mondo del lavoro e avere davvero la possibilità di ricostruirsi una vita.
Grazie al Premio Teatrale Maurizio Costanzo nelle carceri mi capita di assistere a spettacoli scritti e interpretati da detenuti, ma mi sono data la regola di non conoscere mai le pene delle persone che incontro. Proprio perché voglio vedere la persona e non il reato che ha commesso. Quindi non conosco la storia di nessuno. Posso dire però che di recente ho assistito a uno spettacolo in un carcere di alta sicurezza (reati legati alla mafia) e mi ha colpito molto l’interpretazione di un detenuto in particolare. Alla fine dello spettacolo l’ho avvicinato e mi ha confidato che lui, grazie al laboratorio teatrale, ha deciso di laurearsi e adesso sta scrivendo una tesi su Eduardo De Filippo. È proprio questo che intendo quando dico che il teatro può salvare delle vite. Si comincia per passare il tempo in un posto dove il tempo non passa mai e si finisce per prendere una laurea. Se non è un miracolo questo!
Penso che mai oggi la parola scritta e la lettura siano importanti. Penso anche che per affrontare le trasformazioni del nostro mondo le materie umanistiche siano la chiave. Che senso ha conoscere il business e il marketing se non si conosce l’uomo? Studiare la letteratura serve proprio a questo, a conoscere l’umanità e senza questa conoscenza, non vedo futuro. Non è un caso che gli inventori dei social e dell’Intelligenza Artificiale mandano i propri figli in scuole esclusive dove non si usano schermi e si punta tutto sulla lettura e sulla scrittura. Cosa sanno che non ci dicono? Se oggi un ragazzo sceglie di studiare la Filosofia o le Lettere, non rischia affatto di rimanere indietro rispetto ai coetanei, anzi, probabilmente avrà più strumenti per affrontare i cambiamenti della società, che sono diventati velocissimi.
I giovani non fanno altro che imitare quello che vedono fare agli adulti. Sono gli adulti i primi a passare tanto tempo davanti a uno smartphone. Sono gli adulti, che ci governano e che fanno le guerre. In una società sempre più anziana, i giovani sono spinti verso l’imitazione, quando il ruolo della loro età dovrebbe essere quello di sovvertire, non imitare. Inoltre penso che siano le prime vittime di un sistema che non hanno creato loro. Sulle loro spalle poggia l’economia, a loro è diretta la pubblicità. Fin da piccoli vengono cresciuti come consumatori e poi ci stupiamo se, quando non hanno più nulla da consumare, si drogano o diventano violenti. I giovani, proprio in quanto tali, non hanno colpe. Ma fa molto più comodo accusarli, invece che mettersi in discussione e capire dove noi abbiamo sbagliato. Non ho un messaggio per i giovani, ma per gli adulti: mettiamoci in discussione noi per primi. Non servono pene più severe o nuove carceri, ma adulti consapevoli che siano davvero in grado di indicare ai ragazzi la strada giusta.
Papà era una persona molto curiosa. Era un bravo giornalista perché sapeva ascoltare ed era sinceramente interessato all’altro. Di cose da lui ne ho imparate tante, ma questa è una delle più importanti. Se sei stato fortunato, hai il dovere di restituire, di dare indietro a chi lo è stato meno di te. Io ho scelto il carcere e ho deciso di concentrarmi su una cosa sola, per non disperdere energie. C’è tanto da fare e il nostro lavoro non è che una goccia nell’oceano. Sono certa che papà ne sarebbe felicissimo.
Sto preparando la terza edizione del Premio che si terrà il 20 maggio 2027 al Teatro Parioli Costanzo e sto scrivendo il prossimo libro.
Ho la pagina Instagram dell’Associazione Maurizio Costanzo e stiamo preparando il sito web. Vorrei che diventasse un punto di riferimento per tutte le associazioni che portano il teatro in carcere.
Ringrazio Camilla Costanzo per questa piacevole conversazione che converge su un aspetto importante sia dal punto di vista personale che professionale: impegnarsi con disciplina e curiosità, in tutti i contesti, porsi degli obiettivi e cercare di raggiungerli, modificarsi e cambiare, non sono solo un atto di empatia, ma una scelta di vita in cui la motivazione sana e produttiva, l’impegno ed il lavoro cossi trasforma in qualità.
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