Narratrice capace di intrecciare storie intime con grandi temi sociali e storici, Viola Ardone ha esordito nella narrativa nel 2013 con “La ricetta del cuore in subbuglio” (Salani), cui è seguito nel 2016 “Una rivoluzione sentimentale (Salani), storia ambientata nel mondo della scuola.
A consacrarla come una delle scrittrici italiane contemporanee di maggior successo è, nel 2019, “Il treno dei bambini” (Einaudi), caso editoriale basato sulla storia vera dei treni della felicità nel secondo dopoguerra (anni ’50) a bordo dei quali i bambini poveri del Sud Italia venivano inviati temporaneamente presso famiglie del Nord più abbienti.
La cosiddetta trilogia del Novecento della Ardone prosegue nel 2021 con “Oliva Denaro” (Einaudi), la storia di una ragazza siciliana negli anni '60 (ispirata a Franca Viola) che si oppone alla pratica del "matrimonio riparatore", sfidando le convenzioni sociali e la mentalità dell'epoca.
Conclude la trilogia “Grande Meraviglia” (Einaudi, 2023), romanzo ambientato in un manicomio alla fine degli anni '70, subito dopo l'approvazione della Legge Basaglia, che tratta il tema della salute mentale e la chiusura dei manicomi, vista attraverso gli occhi di Elba, una ragazza cresciuta in una struttura.
Ultima sua pubblicazione “Tanta ancora Vita” (Einaudi, 2025) che Viola Ardone presenterà a Siena il 19 marzo alle 18 nella Sala dei Mutilati e il 20 marzo ospite della rassegna CaselliIncontra.
Le ho rivolto qualche domanda per capire meglio come sono nati suoi romanzi, per approfondire i temi presenti nelle sue opere e per evidenziare la sua identità di scrittrice in bilico tra passato e presente, tra storia ed emozione, tra individuo e società.
Questo libro nasce da una domanda che mi ha accompagnata a lungo: cosa resta della vita quando viene attraversata da qualcosa che la interrompe, la devia, la mette in discussione? Non mi interessava raccontare l’evento in sé, ma ciò che produce nelle persone, nel modo in cui guardano il mondo e se stesse. Se c’è una riflessione che mi piacerebbe restasse è proprio questa: che la vita non coincide mai del tutto con ciò che accade, ma con il modo in cui scegliamo, o riusciamo, a stare dentro ciò che accade.
Tornare in un luogo dove si è stati ascoltati davvero è sempre un piccolo atto di fiducia rinnovata. Bagno Vignoni, per me, non è soltanto un ricordo legato a un esordio - che già di per sé ha qualcosa di fragile e irripetibile - ma è il punto in cui ho sentito per la prima volta che le storie, una volta lasciate andare, trovano strade che non controlli più ma che hai voglia di esplorare. Poi i libri hanno anche questo di bello: ti permettono di creare e curare legami che durano nel tempo, nonostante la distanza, e che si rinnovano a ogni nuova uscita.
Sì, credo che sia il nodo da cui parto ogni volta, anche quando non ne sono del tutto consapevole. Mi interessa quel momento in cui una persona smette di raccontarsi una versione rassicurante di sé e comincia a guardarsi senza protezioni. È un passaggio quasi sempre doloroso, ma è anche l’unico che permette una forma di libertà. I miei personaggi non cercano tanto un posto nel mondo, quanto una lingua per nominarsi: e spesso scoprono che quella lingua non coincide con quella che hanno ereditato.
Oggi l’identità è diventata qualcosa che si rivendica, si difende, a volte si irrigidisce. La memoria storica, invece, rischia di essere consumata come un racconto tra gli altri, perdendo la sua capacità di interrogarci. Io credo che la letteratura possa ancora fare una cosa semplice e radicale: restituire complessità. Ricordarci che apparteniamo sempre a più storie contemporaneamente, e che nessuna è mai del tutto innocente.
L’equilibrio non lo trovo, lo inseguo. La dimensione privata è quella che mi permette di entrare nella carne delle storie, ma senza il contesto rischierebbe di diventare astratta, quasi sentimentale. La ricerca è una forma di rispetto: per le epoche che racconto, per le persone reali che le hanno attraversate, ma anche per il lettore. Non è mai un lavoro esibito - non mi interessa mostrare quanto ho studiato - però è una trama sotterranea che tiene insieme tutto.
Forse riconoscerebbero negli altri una crepa simile alla propria. Non si racconterebbero tutto - le storie più vere restano sempre un po’ opache - ma si concederebbero un silenzio condiviso. E in quel silenzio ci sarebbe già una forma di riconoscimento.
All’inizio avevo più urgenza di dire, adesso ho più fiducia nel togliere. Ho imparato a lasciare spazio alle zone non risolte, a non chiudere tutto in una forma troppo ordinata. Forse è cambiato anche il mio sguardo, più disposto a restare dentro le contraddizioni. Scrivere, per me, è diventato sempre meno un atto di controllo e sempre più un esercizio di ascolto.
Non c’è stato un momento preciso, piuttosto una serie di piccole insistenze. Scrivere è venuto prima come necessità, solo dopo come possibilità concreta. L’insegnamento mi ha dato e continua a darmi una cosa preziosa: il contatto quotidiano con le parole quando nascono, quando inciampano, quando vengono usate per nascondersi o per rivelarsi. I ragazzi hanno un rapporto con il linguaggio che è ancora in formazione, e questo mi obbliga a non dare mai nulla per scontato.
Sono legata ai libri che mi hanno spostato, più che a quelli che ho semplicemente amato. Quelli che, a distanza di tempo, continuano a lavorarti dentro senza farsi notare troppo. Non sempre coincidono con i grandi capolavori, a volte sono libri incontrati in un momento preciso della vita, quando eri pronta a riceverli. Più che titoli, potrei dire che sono incontri.
C’è sempre qualcosa che si muove, ma all’inizio è informe, quasi ostinato a non farsi nominare. Ho imparato a non forzarlo troppo presto. Le storie hanno bisogno di un tempo che non è quello della volontà: arrivano quando trovano una crepa abbastanza larga da entrarci. Io, per ora, cerco solo di restare in ascolto.
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