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“L’architettura è la forma d’arte che ha i maggiori costi”. Intervista a Carlo Blasi, ospite de I Venerdì di Siena

Appuntamento il 21 febbraio alle 17.30 in Sala delle Lupe

Massimiliano Bellavista

Siena

17/02/2026

“Le città (visibili). Architettura, arte e spazio” è il titolo dell’appuntamento del 20 febbraio con I Venerdì di Siena (ore 17.30, Sala delle Lupe di Palazzo Pubblico), iniziativa del Comune di Siena a cura di toscanalibri.it per la direzione artistica di Francesco Ricci. Ad intervenire, oltre al docente dell’Università di Siena Stefano Maggi, l’architetto Carlo Blasi, unico architetto non francese nel gruppo di progettazione e direzione dei lavori per il restauro di Notre Dame dopo il devastante incendio del 2019, per dirne una, cui ho rivolto alcune domande.

Prof. Blasi, da esperto di fama internazionale, come è cambiato il ruolo, la considerazione sociale e culturale e, in genere, la visione dell’architetto?

Nel 1925, quando Gustavo Giovannoni ha creato la Facoltà di Architettura in Italia, come una costola della Facoltà di Ingegneria, il ruolo che venne ritagliato per l’architetto fu quello di un tecnico con una specifica preparazione storico-artistica che potesse operare in modo pressoché autonomo ed avanzato per le nuove costruzioni, per l’urbanistica e per la tutela del nostro enorme patrimonio architettonico del passato.

Basterà guardare all’elevato livello tecnico del “Manuale dell’Architetto” dell’epoca e al numero e specificità degli esami scientifici e tecnici che erano necessari per ottenere la laurea: il biennio era quasi identico a quello di Ingegneria. Questa preparazione consentiva agli architetti di poter firmare anche progetti di strutture per l’edilizia in acciaio e in cemento armato senza restrizioni. La possibilità di firma è rimasta, ma non la competenza.

A partire dal famoso ’68, le facoltà hanno ridotto sempre più il peso delle materie tecnico-scientifiche a favore della composizione artistico-architettonica come se l’obiettivo fosse quello di creare tante “Archistar” invece che dei tecnici.  Al primo anno si progettano edifici senza conoscere i materiali.

Purtroppo, non servono molte archistar al paese, mentre, a mio avviso, sarebbero necessari molti bravi tecnici con una adeguata preparazione culturale. In genere, pertanto, a parte pochi casi di grandi professionisti, l’architetto ha perduto molto della sua originaria autorevolezza e il suo ruolo è spesso occupato da ingegneri in grado di risolvere le problematiche tecniche, come, ad esempio quelle necessarie per la sicurezza in un paese sismico. L’architetto ha perso la sua autonomia.

Un esempio fra i tanti è quello del restauro. Oggi sono gli ingegneri che fanno i progetti di restauro e consolidamento degli edifici storici, salvo, in molti casi, fare mettere la firma ad un giovane architetto perché richiesta dalle norme.

Le stesse Soprintendenze hanno perso autorevolezza, si concentrano sugli aspetti storico-artistici, ma di fronte alla cosiddetta “sicurezza” non riescono ad avere voce in capitolo e spesso vediamo progetti di consolidamento inutilmente invasivi approvati in nome di una ipotetica maggiore stabilità. Le persone hanno ormai compreso questa mutazione e la considerazione dell’architetto è cambiata.                                                                                                                                               

Rilke definiva l’Architettura come “esperienza e meditazione”. È d’accordo? In un contesto caotico e in cronica (almeno in Italia) carenza di risorse e pianificazione strategica e “politica” che ruolo gioca l’Architettura nella progettazione urbana di città storicamente e culturalmente stratificate come molte di quelle italiane?

Rainer Maria Rilke era essenzialmente un poeta e quindi, a mio avviso, fornisce, giustamente, una definizione dell’Architettura che si concentra solo su alcuni aspetti a lui più vicini: la creatività basata sull’esperienza e la cultura.

Questa visione risente anche delle diversità culturali che la figura dell’architetto ha avuto nelle varie nazioni. Ad esempio, in Francia, l’Architettura, fino a non molto tempo fa, faceva parte dell’Accademia. Aveva quindi una base tecnico-materica, ma non scientifica come in Italia.

Alla definizione di Rilke, per me limitata, preferisco quella di Vitruvio, che vede l’Architettura basata sulle tre categorie di bellezza, utilità e stabilità.

Gli insuccessi dell’architettura, riscontrabili purtroppo in molti casi nel nostro paese, sono per lo più prodotti proprio da una carenza tecnica che non ha permesso agli architetti di dare risposte adeguate ad idee che potevano anche essere valide.

Un solo esempio: l’urbanistica ha avuto in Italia molti, forse troppi, insuccessi. La causa, secondo me, è dovuta al fatto che è stata insegnata nelle facoltà di Architettura più mirando alle belle forme (la città ideale) che alla soluzione dei notevolissimi problemi infrastrutturali che una città moderna richiede.

Sembra a volte che la classe politica e quella culturale considerino l’Architettura come schiava di due particelle linguistiche: il “ri” (ricostruire, recuperare, riusare, riadattare) e il “post”, ma essa è in realtà molto di più. Dalla visione di grandi architetti del passato è nata la nostra cultura e la straordinaria capacità di attrazione turistica dell’Italia attuale. Come l’Architettura può “coltivare il terreno”, plasmare le città ed innovare?

L’architettura è la forma d’arte che ha i maggiori costi. Se in genere le opere artistiche sono da sempre strumenti di immagine e propaganda, la grande architettura è da sempre lo strumento privilegiato per mostrare al mondo la ricchezza e la potenza di un paese, di una famiglia, di una corporazione. La grande architettura è da sempre legata alla potenza economica.

La torre del Mangia con la sua altezza e la sua impressionante snellezza, la cupola del Brunelleschi, le grandi cattedrali, come il più alto grattacielo del mondo a Dubai non sono dovute a fede religiosa o a esigenze funzionali, sono gli strumenti della più potente pubblicità. Queste opere, infatti, sono anche il segno dell’altissimo livello tecnologico con il quale sono state create. 

Purtroppo, queste opere, con il passare del tempo, entrando a fare parte della “storia dell’Architettura” vengono sempre più viste solo in funzione dell’aspetto artistico. Cosa dicono i turisti? Come è bello!

Difficile che vengano percepiti i valori tecnici e sociali che hanno permesso il concepimento e la realizzazione di queste opere. Rimane solo l’aspetto estetico, che non è poco come insegnamento, ma è solo una parte del valore culturale che questi monumenti hanno avuto.

Quante opere eccezionali vediamo in paesi che hanno totalmente perso la loro grandezza culturale ed economica? La parola “monumento” non ha nulla a che vedere con il valore estetico, ma col il ricordo (memento) che dovrebbe suscitare di una cultura.

I monumenti dovrebbero essere uno stimolo verso l’intraprendenza dei nostri predecessori che li hanno ideati e realizzati, mentre sono sempre più, soprattutto in paesi in declino culturale, uno strumento di solo business economico

Che rapporto ha con Siena?

Io mi sento in buona parte senese. Mia madre è nata in terra senese, a Montisi, nel comune di San Giovanni d’Asso, è vissuta a lungo a Sant’Ansano a Dofana e si considerava senese della contrada del Nicchio. Sulla facciata della chiesa di Sant’Ansano una lapide ricorda come la chiesa sia stata restaurata dal parroco don Giustino Blasi.

A Sant’Ansano si sono sposati i miei genitori ed è li che per i primi venti anni della mia vita io ho passato i mesi di settembre giocando con delle biglie di cotto colorate con i colori delle contrade e pescando nell’Arbia a Montaperti. Ho visto il mio Palio, da bambino, seduto sul davanzale di una finestra centrale del Palazzo Pubblico. È pertanto un vero piacere e un onore per me poter parlare nella Sala delle Lupe.

Note biografiche

Dal 2002 al 2014 Carlo Biasi è stato professore Ordinario di Restauro Architettonico presso la Facoltà di Architettura – Università degli Studi di Parma. Ha ampia esperienza nel campo della progettazione architettonica, del restauro e consolidamento monumentale e della progettazione strutturale.

È stato membro della Commissione per la Ghirlandina di Modena, della Commissione per il Duomo di Modena e della Commissione per il complesso di Santo Stefano a Bologna.

Ha collaborato con la Soprintendenza Regionale dell’Emilia Romagna per le verifiche del rischio sismico dei beni architettonici tutelati. È stato membro effettivo del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici del Ministero delle Infrastrutture e membro del Comitato Tecnico Scientifico dell’Emilia Romagna.

È autore di oltre un centinaio di pubblicazioni sulle problematiche del restauro e del consolidamento degli edifici storici su riviste e libri a livello nazionale ed internazionale.

È stato incaricato dal Ministero della Cultura Francese quale esperto per la soluzione delle problematiche strutturali per la messa in sicurezza della Cattedrale di Notre Dame a Parigi e ad oggi è esperto incaricato per quanto riguarda il progetto di ricostruzione. Svolge attività di ricerca dal 1972 nell’ambito del consolidamento e del restauro degli edifici storici, partecipa a ricerche e dirige gruppi di ricerca, tiene relazioni, lezioni, corsi su invito.

Ha svolto ricerche sulla stabilità, attività di progettazione e direzione dei lavori su numerosi edifici monumentali, tra i quali si ricordano: Firenze (la Cattedrale di Santa Maria del Fiore, il Ponte Vecchio e Palazzo Vecchio); Roma (il Colosseo e vari altri edifici di epoca romana); Parma, (Cattedrale e cupola della chiesa di Santa Maria del Quartiere); Modena (il Duomo, il Campanile della Ghirlandina e il Palazzo Comunale); Durazzo (anfiteatro romano); Siria (Cattedrale di Bosra); Iraq (Minareto della città di Mosul).

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