Capita quasi a tutti, prima o poi, di dover passare dall’altra parte. L’amore verso i genitori smette di essere quel porto sicuro in cui ci siamo abitualmente rifugiati nell’infanzia, e si trasforma in qualcosa di faticoso perché, adesso, ad aver bisogno di cure e di attenzioni sono nostro padre o nostra madre. A Matteo Poggi è toccato un destino particolarmente difficile, quando alla mamma è stata diagnosticata la demenza senile e nella sua vita sono comparse responsabilità, paure, sensi di colpa e – come lui stesso ammette – anche rabbia.
A raccontare il durissimo percorso ad ostacoli nel quale d’improvviso si è trasformata la sua esistenza familiare è il protagonista in prima persona, nel libro fresco di stampa “Mamma Paola. Diario di chi non ha mai perso il sorriso”, firmato appunto da Matteo Poggi e pubblicato da Mauro Pagliai Editore nella collana Libro Verità.
“Dalla mia esperienza accanto alla mamma ho capito che la dignità umana non si misura solo nella capacità dell’utilizzo del linguaggio – è il commento dell’autore -. In maniera istintiva siamo abituati a misurare l’intelligenza delle persone dal loro modo di esprimersi, ma stando vicino a mia madre - che ha perso via via la sua capacità di parlare fino a raggiungere ore e ore di mutismo assoluto - ho capito che il linguaggio da solo non determinare la dignità di una persona, invece spesso tendiamo a considerare chi ha la demenza senile come un essere che non è più umano”.
Al centro della storia autobiografica c’è dunque una malattia “balorda, cattiva e purtroppo molto diffusa” come la demenza senile, che ha colpito la madre dell’autore. Ma il cuore del racconto è l’esperienza, ancora più taciuta, di un figlio che le è rimasto accanto fino alla fine. Un figlio che l’ha assistita, non sempre con grazia e compostezza, come probabilmente ci si aspetterebbe da un martire o da un supereroe “perché i supereroi esistono solo nei libri e nei film”, ma che comunque ha continuato ad esserci, giorno dopo giorno, dando il massimo di se stesso.
Fin dalle prime righe Poggi si spoglia delle convenzioni e si presenta ai lettori con una sincerità disarmante: ha fatto il caregiver di sua madre non per vocazione, ma “per essere in pace con la mia coscienza”. Un’ammissione rara, indubbiamente cruda, ma profondamente onesta e umana. La malattia si porta via i ricordi della madre, la sua identità, rendendola ogni giorno più distante come mamma e più diversa dalla persona che Matteo conosceva. Pur perduto in questo deserto di dolore, l’autore non rinuncia mai alla tenerezza.
Ecco allora che il diario attraversa gli anni dal 2018 al 2024, compreso il tempo durissimo della pandemia, e restituisce la figura di Paola come una persona viva, imprevedibile, ironica. L’autore afferma, utilizzando una delicatezza ostinata, che la malattia può erodere parole e ricordi, ma non può cancellare la dignità.
In Italia il lavoro di cura familiare viene nascosto dentro le mura di casa e consumato nel silenzio. “Mamma Paola” rompe il pudore e racconta ciò che in molti provano ma che pochi osano dire. Essere caregiver significa sacrificio continuo, logoramento mentale, paura di sbagliare, dolore che si accumula un giorno dopo l’altro. Non mancano punte di acuta ironia, alternate a momenti quasi comici e a tanta commozione, in questo racconto profondamente umano, raccontato con grande capacità narrativa.
Nelle pagine introduttive Massimo Mattei lo definisce “un diario pubblico ma intimo”, capace di raccontare gli ultimi anni della madre con “struggente tenerezza” e con una ironia che non alleggerisce il dolore, ma lo rende dicibile. E parla di un’opera da cui “si esce arricchiti e commossi”.
Leonardo Bucciardini coglie invece il momento in cui “i ruoli si ribaltano”, quando il figlio diventa, suo malgrado, il sostegno del genitore. E nelle pagine di Poggi vede non una vicenda privata, ma “un pezzo della storia del nostro Paese”, in un momento storico in cui gli anziani vengono percepiti come un peso e lo stato sociale arretra.
“Mamma Paola” è un libro che riguarda migliaia di famiglie, impegnate ogni giorno nell’accudire una persona fragile che, perdendo la memoria e l’indipendenza, diventa invisibile. Riguarda chi sa che l’amore, quando si misura con la malattia, non è quasi mai pulito o edificante. Piuttosto è contraddittorio, stanco, ferito, ma vero.
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