In morte di Francesco Guccini: “Voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi. Voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi…". Questi versi, contenuti nella canzone “In morte di S.F.” e cantati dai Nomadi, sono stati scritti da Francesco Guccini per trasformare in un ricordo vivo e dolcissimo il dolore per la perdita di un’amica scomparsa in un incidente stradale. Ebbene il maestro ci scuserà se quegli stessi versi li prendiamo in prestito per dedicarli a lui, morto questa mattina nella sua Pavana, a 86 anni, circondato dall’affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei familiari.
Cantautore e scrittore, Francesco Guccini ha attraversato oltre mezzo secolo di storia culturale del Paese, trasformando le sue canzoni in racconti capaci di parlare di memoria, politica, amore, disincanto e identità. Con la sua scomparsa si chiude indubbiamente una delle pagine più importanti della canzone d’autore italiana. Nato a Modena il 14 giugno 1940 e cresciuto tra la città emiliana e Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano, Guccini ha costruito un repertorio destinato a diventare patrimonio collettivo. Da “Dio è morto” a “La locomotiva”, da “Incontro” fino a “L’Avvelenata” e “Eskimo”, ogni brano ha rappresentato una riflessione sul tempo, sulla storia e sulla condizione umana.
Guccini ha affiancato poi alla sua musica anche un’intensa attività letteraria. Tra gli altri, ricordiamo molti libri scritti a quattro mani con Loriano Macchiavelli come “Macaronì” (1997), “Questo sangue che impasta la terra” (2001), “Lo Spirito e altri briganti” (2002) o “Tempo da elfi” (2017); “Portavo allora un eskimo innocente” (2007) scritto con Massimo Cotto; “Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto (2015), “Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto” (2016), “Non so che viso avesse. Quasi un’autobiografia” (2019), “Storie liete, fiabe nere e tempi andati” (2021). Ultima sua pubblicazione “Romeo e Giulietta 1949” (2025).
“Scrivo soprattutto per me”, aveva detto il cantautore di Pavana in un’intervista nel 2009, a La Repubblica in occasione dell’uscita di un suo romanzo, in occasione dell’unica data estiva che avrebbe tenuto sabato 13 giugno a Montalcino. “Un mio brano o una mia canzone possono nascere da un’idea, da una cosa che mi colpisce, da un personaggio che attira la mia attenzione. Poi se piace anche alla gente sono più contento. Dopo venti anni di dischi molte cose ormai le hai dette e poi è più difficile continuare. Quando ero giovane avevo la chitarra in mano tutti i giorni, oggi prediligo la penna o la macchina da scrivere”.
Anche Siena ha avuto il privilegio di accogliere più volte Guccini. Spesso in concerto al palasport. Nel 2006 fu ospite della rassegna “Leggere è Volare” e, in una gremita sala dell’allora cinema Moderno in piazza Tolomei, incontrò un pubblico eterogeneo per età, insieme al giornalista Vincenzo Mollica e a Mario Capanna dando vita ad una conversazione ricca di ricordi, ironia e riflessioni sul mestiere dello scrivere, sul valore della memoria e sul rapporto fra letteratura e canzone. L’incontro precedeva di un giorno il concerto che Guccini avrebbe tenuto al Palasport di Siena.
Tre anni più tardi, nell’estate del 2009, il 13 giugno, il cantautore tornò protagonista in terra di Siena con l’unico concerto di quell’anno a Montalcino, nell’ambito del XIV Festival della Valdorcia – XXX Festival internazionale di Montalcino. Di lì a breve sarebbe uscito l’album “L’ultima Thule”. Accompagnato dalla storica band, il cantautore emiliano regalò una serata intensa, tra i grandi classici del suo repertorio e quell’inconfondibile modo di raccontare la vita attraverso la musica. Fu quella, l’ultima volta che suonò in terra di Siena. E fu anche l’occasione per festeggiare, la sera dopo in un ristorante ad Arcidosso, insieme ai suoi amici di sempre, il compleanno. Guccini infatti era nato il 14 giugno del 1940.
La voce del “giullare da niente, ma indignato” adesso si è fermata, ma continuerà a risuonare ed accompagnare generazioni di ascoltatori e tutti quegli “ipocriti uditori” suoi simili, che gli sono stati amici*.
“Io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite,
riflettori e paillettes delle televisioni,
alle urla scomposte di politicanti professionisti,
a quelle vostre glorie vuote da coglioni…
>E dico addio al mondo inventato del villaggio globale,
alle diete per mantenersi in forma smagliante
a chi parla sempre di un futuro trionfale
e ad ogni impresa di questo secolo trionfante,
alle magie di moda delle religioni orientali
che da noi nascondono soltanto vuoti di pensiero,
ai personaggi cicaleggianti dei talk-show
che squittiscono ad ogni ora un nuovo “vero”
alle futilità pettegole sui calciatori miliardari,
alle loro modelle senza umanità
alle sempiterne belle in gara sui calendari,
a chi dimentica o ignora l’umiltà…”.
(Addio, album “Stagioni”, 2000)
*Nell’anno ’99 di nostra vita
io, giullare da niente, ma indignato,
anch’io qui canto con parola sfinita,
con un ruggito che diventa belato,
ma a te dedico queste parole da poco
che sottendono solo un vizio antico
sperando però che tu non le prenda come un gioco,
tu, ipocrita uditore, mio simile…
mio amico…
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