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Tempo d’esami. Vitaliano Brancati, chi era costui…

Luigi Oliveto

Siena

24/06/2026

Accade ogni anno. Sull’imminenza dell’estate, quando il profumo di tiglio s’insinua fin dentro i cortili di vetuste scuole, nelle stanze del Ministero dell’Istruzione e del Merito viene apparecchiata una seduta spiritica per evocare letterati pressoché scivolati nell’oblio. Sono sollecitati a farsi redivivi, a confondersi con le esistenze dei ragazzi d’oggi, che, chini sui banchi, andranno a dimostrare la propria crescita in un rito di passaggio detto esame di maturità.

Per i poveri redivivi non è un bel momento. Solitamente mandati a subire l’umiliazione d’essere ormai ignoti ai più, talvolta persino a male attrezzati docenti. In parziale risarcimento sarà giusto dedicato loro qualche articolo di giornale, se non altro per ricordare quali importanti contributi abbiano dato alle patrie lettere.

PAVESE E BRANCATI

Quest’anno sono stati chiamati a battere un colpo Cesare Pavese e Vitaliano Brancati. Ecco allora lo scrittore venuto dalle Langhe proposto come poeta e innamorato non corrisposto in versione vacanze romane. “Passerò per Piazza di Spagna” è il titolo dei versi pavesiani sui quali gli alunni avrebbero dovuto misurare le proprie capacità di comprensione, analisi, riflessione. Sono versi in cui esuberanza e bellezza dei luoghi (“I fiori, spruzzati / di colori alle fontane, / occhieggeranno come donne / divertite. Le scale / le terrazze le rondini / canteranno nel sole”) accrescono, per contrasto, lo scoramento dell’autore: “Il tumulto delle strade / sarà il tumulto del cuore / nella luce smarrita. // Sarai tu – ferma e chiara”.

La maggior parte dei ragazzi, già confusi nella gestione dei propri sentimenti, hanno lasciato Pavese ai suoi tormenti e sono passati ad altro.

Ancora meno familiare è risultato essere Vitaliano Brancati. Dispiace. Perché il brano “I piaceri della memoria” – tratto dalla raccolta “I piaceri” (1943), che l’autore stesso definì “un misto di fatti e moralità, quasi dei racconti avventurosi” – è una splendida lezione sul valore della memoria. Dice Brancati: “Io ho l’abitudine di sorvegliare continuamente la mia memoria e contare ogni sera i miei ricordi come l’avaro conta i suoi marenghi, e la notte svegliarmi per paura che me ne manchi uno”.

Pure in tal caso, forse comprensibilmente, l’argomento non ha trovato troppo interesse fra i maturandi, quanto mai schiacciati sul presente e la cui memoria di vissuto è (beati loro) calcolabile, al momento, in pochi byte.

IL GALLISMO ITALIOTA

Tuttavia, almeno ai nati nello scorso secolo, riparlare di Brancati (1907-1954) è servito a rammentare la sua eccentrica figura di scrittore e intellettuale. Fatte proprie le lezioni di Pirandello e Gogol, è stato tra i più acuti narratori della provincia, soprattutto meridionale, attraverso la parodia, la satira politica e di costume, una comicità urticante, a tratti amara, malinconica. A lui si deve la spassosa e impietosa rappresentazione del gallismo italiota, talora in simbiosi con il fascismo, così bene raccontato nei romanzi “Don Giovanni in Sicilia” (1941), “Il bell’Antonio” (1948), “Paolo il caldo” (1955). Un piccolo mondo di personaggi sciocchi e presuntuosi; narcisi prepotenti, erotomani ridicoli, finanche tragici; dominatori a oltranza, obnubilati nella mente e nella coscienza.

DIARIO ROMANO

Le opere appena richiamate sono quelle che, presso il grande pubblico, hanno maggiormente connotato lo scrittore siciliano, ma per rendersi completamente edotti della poetica brancatiana è d’obbligo leggere “Diario romano”, uscito postumo nel 1961. Non è un libro di narrativa – anche se pare sempre prossimo a diventarlo – ma una raccolta, sapientemente composta da altri, di articoli pubblicati su giornali e riviste dal gennaio 1947 al settembre 1954. In quelle pagine, dove troviamo raccontati costumi, cultura, caratteri e vizi del Belpaese, Brancati mostra tutta la sua perspicacia, il suo sguardo sulla realtà sempre pronto a cogliere ciò che sta al di là delle apparenze per ricavarne ironia e stizza, commedia e malinconia, scetticismo e istanza civile, festa e mortorio…; e il repertorio dei contrari potrebbe seguitare in diverse combinazioni.

“Diario romano” non è comunque un diario. Considerarlo tale sarebbe uno sgarbo verso l’autore, che consigliava: “Non bisogna mai lasciar cadere sul foglio la data del giorno in cui si scrive: gli anni vi si accalcano sopra come le mosche sulla macchiolina di caffè e, in men che non si dica, la riducono una data antica.” Magari, proprio in ragione di questo accorgimento, il libro costituisce, nell’insieme, una variegata riflessione sull’esistenza umana tout court. Le storie si intrecciano alla Storia, la cronaca si fa diacronica, il particolare cerca il respiro dell’universale.

GLI 80 ANNI DELLA REPUBBLICA

Vitaliano Brancati fu un consapevole testimone del suo tempo, riuscendo, però, a non rimanerne impaniato. Vi stette dentro guardando oltre. Nel maggio 1947, ragionando d’Europa, di Stati forti, di totalitarismi, scriveva: “Il giorno in cui nel vecchio continente si tornerà a credere che non lo Stato dev’essere forte, ma la personalità dei cittadini, un vento di gioia tornerà a sorvolare questa terra piena di cimiteri; si sveglieranno l’arte, il pensiero, i giuochi, i capricci, le avventure. Non basta uccidere i tiranni; bisogna annichilire in se stessi il sospetto che la tirannide sia necessaria e inevitabile”.

Peccato che nelle segrete stanze ministeriali non abbiano optato per questo brano, peraltro perfettamente consono al tema degli 80 anni della Repubblica. Per i ragazzi avrebbe significato tantomeno un augurio, una carezza sul loro futuro che tutti vorremmo felice e in libertà.

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