Bernardino Pusceddu è il presidente della Camera di Commercio Italiana per l’Ungheria (CCIU). Una persona cordiale, con cui dialogare è un piacere, oltre che un arricchimento umano e professionale. Imprenditore di origine sarda, in Ungheria dal 1995, con una storia all spalle di oltre trent’anni di lavoro e di impegno. Quando ci siamo conosciuti, in Italia, abbiamo parlato di imprenditoria e di giovani, aspetto a cui tiene particolarmente.
“Credo che trasmettere esperienza e creare opportunità per le nuove generazioni sia una delle responsabilità che dobbiamo assumerci”. Questa è la frase con la quale la nostra conversazione ha inizio; e da subito ciò che mi colpisce è la vision così contemporanea di uno degli imprenditori italiani più noti all’estero; investire sull’esperienza, oltre che sulla formazione, trasmetterla ai giovani con senso di responsabilità e dovere professionale.
Ecco, questo aspetto del dovere professionale nella trasmissione dell’esperienza è qualcosa che ritengo nevralgico nelle dinamiche del tessuto imprenditoriale e di formazione. Assolutamente non marginale in un mondo in continua trasformazione in cui l’aspetto del trasferire diviene fondamentale in una progettualità a lungo termine, supportata da intelligenza interculturale, tradizioni e condivisione territoriale, identità ed innovazione. Questi aspetti non confliggono (non devono) nella nuova e necessaria dimensione del fare impresa.
Decido di raccontare questa storia; sì, perché Bernardino Pusceddu ha una storia “articolata” - come lui stesso ribadisce - ma in essa ci sono degli elementi molto interessanti, che determinano una continuità: la formazione, la sfida, le difficoltà e il coraggio di fare delle scelte, anche di osare. La tenacia di non arrendersi e non solo, la spontaneità di affermare che in questo percorso ci sono volti e voci che hanno contribuito. E allora coraggio imprenditoriale, impegno e passione, vision e mission come dovere di trasmissione sono il filo conduttore di questo dialogo con Bernardino Pusceddu.
Presidente, lei è un nome molto noto negli ambienti imprenditoriali. La sua storia è legata principalmente a due nazioni, l’Italia e l’Ungheria, dove è giunto circa trent'anni. Ha colto una sfida imprenditoriale importante, ha realizzato una solida realtà con Comagro Sardo, oggi leader nella produzione di formaggi a pasta molle ed ha ricoperto e ricopre ruoli istituzionali di rilievo. Riconfermato Presidente della Camera di Commercio Italiana per l’Ungheria (CCIU).
La mia è una storia articolata al punto che, quando mi viene chiesto di raccontarla, dico spesso che non basterebbe un libro. Non sono stato un grande studente. Da ragazzo ero piuttosto irrequieto, più attratto dalle moto e dagli amici che dallo studio. Ho frequentato la scuola alberghiera e ho iniziato molto presto a lavorare negli alberghi, prima in strutture di livello ordinario e poi in realtà più importanti. Questa esperienza mi ha insegnato il valore del rapporto umano, che si è rivelato centrale in tutta la mia attività professionale.
Successivamente ho avviato un ristorante, poi un secondo, un night club e ho maturato anche un’esperienza in Africa. In seguito sono passato al settore assicurativo, lavorando per Zurich, e poi al comparto automobilistico, dove ho ottenuto risultati significativi. Con Hyundai, ad esempio, la Sardegna raggiunse performance di vendita superiori alla media nazionale. La mia vita è stata segnata anche da due gravi incidenti stradali, uno in giovane età e un secondo successivamente, che mi costrinse a circa otto mesi di ospedale. Dopo quell’episodio decisi di cambiare nuovamente percorso. Scelsi così di tornare alle origini della mia famiglia, all’attività di mio padre: l’allevamento.
L’Ungheria era già entrata nella mia vita attraverso Iulia, la mia compagna, con la quale ho condiviso questo percorso. Una volta arrivato, iniziai a cercare un’opportunità fino a quando incontrai un imprenditore che aveva acquisito una ex azienda statale. Accettai la sfida e ripartii con dodici manze. I primi anni furono difficili: la lingua, la mentalità, il clima, con inverni fino a meno 26 o meno 27 gradi, e un contesto economico e sociale molto diverso da quello attuale. In quel periodo ero ancora provato fisicamente dall’incidente, ma lavoravo direttamente in azienda, occupandomi anche delle attività operative.
A un certo punto mi dissi: “Sono qui, devo restare e devo riuscirci”. Da quelle dodici manze abbiamo avviato un percorso di crescita: acquisto di terreni, ampliamento dell’allevamento, realizzazione di un caseificio e successiva acquisizione di un’azienda con circa trecento capi. Oggi l’attività conta circa quattromila capi, con allevamento, terreni, strutture produttive e caseificio, e continua a svilupparsi attraverso nuovi investimenti e processi di innovazione. Parlo al plurale perché questa storia non è stata costruita da solo. Iulia ha avuto un ruolo determinante, sempre presente nei momenti decisivi. Senza il suo contributo, molte scelte non sarebbero state possibili.
La sfida più grande è stata la capacità di resistere. Quando arrivai, circa trent’anni fa, l’Ungheria era un Paese in trasformazione. Per uno straniero non era semplice comprendere le regole, la mentalità e costruire relazioni di fiducia. Nei primi anni affrontammo anche difficoltà concrete, tra cui episodi di furti e situazioni nelle quali non era sempre facile ottenere tutela. Tutto questo mentre cercavamo di costruire un’azienda da zero. Più volte avrei potuto interrompere il percorso. La mia principale caratteristica è stata la determinazione a non farlo.
La soddisfazione più grande non è un risultato economico specifico, ma la possibilità di osservare oggi ciò che è nato da quelle dodici manze. Un ulteriore elemento di soddisfazione è la continuità familiare. Oggi i miei figli sono coinvolti nell’attività: Maria Eugenia e Roberto seguono il caseificio, Mario opera trasversalmente su diverse attività, mentre mio genero Pierluigi, con formazione universitaria, ricopre un ruolo manageriale nell’allevamento. La soddisfazione più significativa è vedere che ciò che è stato costruito può proseguire attraverso una nuova generazione.
Il mio rapporto con la Camera nasce da un’esperienza diretta di imprenditore. Mi iscrissi nel 1998, dopo una vicenda professionale che mi aveva comportato una perdita significativa, pari a circa 40 milioni di fiorini. Quell’episodio mi fece comprendere l’importanza, per un imprenditore italiano all’estero, di poter contare su riferimenti solidi. Poco dopo fui eletto consigliere e iniziai un impegno attivo, promuovendo iniziative e incontri con relatori internazionali, con l’obiettivo di creare opportunità per le imprese. Successivamente assunsi la presidenza. In seguito mi allontanai dalla vita operativa della Camera, pur rimanendo socio.
Nel 2022 mi viene chiesto di rientrare. La situazione era complessa e inizialmente non avevo intenzione di riprendere la presidenza, ma venni comunque eletto. In quell’occasione indicai come priorità il risanamento della Camera e la valorizzazione concreta del ruolo di chi vi opera. Per me il valore di una carica non risiede nel titolo, ma nel lavoro che vi è collegato. L’esperienza imprenditoriale mi ha insegnato che i problemi si affrontano attraverso il lavoro quotidiano, le relazioni e l’assunzione di responsabilità.
La mia risposta si basa su oltre trent’anni di osservazione diretta. L’Ungheria di oggi è profondamente diversa da quella in cui arrivai. All’epoca era un Paese in transizione, economicamente più fragile ma con un forte patrimonio culturale. Nel tempo il progresso è stato significativo. Sono cresciute le imprese, si è rafforzata la classe imprenditoriale locale e sono migliorate infrastrutture e competenze.
Quando arrivai, l’esperienza italiana rappresentava spesso un elemento di novità. Oggi gli imprenditori ungheresi sono altamente preparati e competitivi. Questo richiede anche agli operatori stranieri un continuo aggiornamento. La cultura ungherese è caratterizzata da una forte identità nazionale e da un approccio strutturato. L’approccio italiano è spesso più flessibile. Non esiste un modello migliore in assoluto: la combinazione dei due può generare valore. Fare impresa oggi in Ungheria richiede preparazione, rispetto del contesto e un progetto solido.
Il Made in Italy mantiene una forte riconoscibilità, ma non può basarsi esclusivamente sulla reputazione storica. Trent’anni fa l’Italia godeva di una attrattività particolare e l’imprenditore italiano era spesso percepito con interesse. Oggi il contesto è cambiato, così come è cambiata l’Ungheria, che ha sviluppato competenze imprenditoriali avanzate. È quindi necessario presentare un’immagine aggiornata dell’Italia. Il Made in Italy non riguarda solo moda, cucina e design, ma anche industria, tecnologia, meccanica, agricoltura e innovazione. Il marchio Italia continua a creare opportunità, ma richiede coerenza e capacità di dimostrare valore.
È importante rafforzare il coordinamento del sistema Italia. In Ungheria operano diverse realtà istituzionali e associative. La pluralità è un valore, ma la sovrapposizione delle funzioni può ridurre l’efficacia complessiva. Ambasciata, ICE, Camera di Commercio, Comites e altre organizzazioni svolgono ruoli distinti, ma è necessario un maggiore coordinamento. La Camera di Commercio ha la funzione di tradurre le relazioni istituzionali in opportunità per le imprese.
Un esempio è il lavoro sul collegamento con il Porto di Trieste, volto a sviluppare sinergie tra operatori italiani e ungheresi. L’obiettivo è ridurre la frammentazione e favorire progetti concreti. Lo stesso principio vale per il Made in Italy: tutela dell’autenticità e sviluppo di partnership con il sistema produttivo ungherese.
La mia esperienza personale è segnata da un percorso formativo non lineare. Ho imparato soprattutto attraverso il lavoro e l’esperienza diretta. Oggi il contesto richiede una preparazione solida. Ai giovani è necessario trasmettere l’importanza dello studio, delle lingue e della formazione tecnica. La preparazione deve essere accompagnata dalla determinazione. Quando esiste una motivazione chiara, la capacità di raggiungere un obiettivo aumenta. I settori in evoluzione, come tecnologia, digitalizzazione, energia, industria, agricoltura e servizi, offrono opportunità, ma la competenza chiave resta la capacità di adattamento
È fondamentale sviluppare la capacità di confronto con contesti culturali differenti. L’esperienza internazionale richiede ascolto, apertura e capacità di adattamento. È necessario evitare approcci autoreferenziali e sviluppare capacità relazionali. Un elemento rilevante è la disponibilità al sacrificio. I giovani sono mediamente preparati, ma la preparazione deve essere accompagnata da impegno e continuità. La costruzione di un percorso professionale richiede tempo e costanza. Il successo immediato non rappresenta una dinamica realistica nella maggior parte dei casi.
La Camera rappresenta sempre più anche un contesto formativo. In questa fase sono stati inseriti nuovi profili, molti dei quali giovani qualificati. L’attività della Camera espone quotidianamente a situazioni complesse che richiedono capacità di analisi e problem solving.
I giovani hanno l’opportunità di sviluppare competenze trasversali e responsabilità crescenti. Diversi collaboratori formati all’interno della Camera hanno successivamente intrapreso percorsi professionali esterni. Questo rappresenta un elemento positivo, poiché indica la capacità dell’istituzione di generare competenze. L’obiettivo è consolidare questo ruolo formativo.
C’è un aspetto che mi interessa particolarmente ed è quello della scuola come ponte per il lavoro, un dialogo fra il mondo dell’istruzione e quello produttivo. A volte è complesso, me ne rendo conto, lavorando in Istituti Professionali per i Servizi, ma nello stesso tempo sono convinta che complesso non voglia dire impossibile. Semplicemente bisogna, in qualche modo, investire nel dialogo e non ridurre a mera esecuzione la formazione; dare formazione, appunto, sia culturale che tecnica. Un buon imprenditore dovrebbe essere anche un uomo di ampie vedute culturali, di conoscenza del contesto oltre che del settore, della storia oltre che del presente, del cambiamento oltre che della permanenza.
Il rafforzamento del legame tra formazione e impresa è essenziale. La formazione teorica è necessaria, ma deve essere integrata con l’esperienza pratica. Il tirocinio rappresenta uno strumento importante. Le imprese devono assumersi una responsabilità formativa, garantendo un reale trasferimento di competenze. Un’esperienza è efficace quando il giovane, al termine del percorso, risulta più preparato rispetto all’inizio. La sua storia imprenditoriale, presidente, è una storia che affascina senz’altro i giovani e può essere monito ed esempio per chi, in qualche modo, abbia desiderio, passione e voglia, di fare imprenditoria.
La mia esperienza personale è ampia e potrebbe costituire materiale per più di un libro. Il mio percorso è iniziato presto e ha attraversato settori differenti fino all’attività attuale in Ungheria. Nel corso degli anni ho commesso errori e alcune scelte, con il senno di poi, sarebbero state diverse. Il messaggio principale è che il successo non è immediato. Ogni risultato è il prodotto di un percorso lungo e complesso. Ai giovani consiglio di investire nella formazione, ma senza considerarla sufficiente. È importante sviluppare curiosità, capacità di apprendimento continuo e disponibilità a cambiare direzione. È necessario avere il coraggio di perseguire le proprie idee con determinazione.
È opportuno fare riferimento ai canali ufficiali della Camera di Commercio Italiana per l’Ungheria L’obiettivo non è la visibilità personale, ma la diffusione delle attività e dei progetti. La Camera rappresenta un punto di incontro tra imprese italiane e ungheresi e un riferimento per i giovani interessati alle relazioni economiche internazionali. L’intento è valorizzare l’esperienza maturata per contribuire alla continuità delle istituzioni. Le organizzazioni evolvono e le persone cambiano, ma il valore del lavoro svolto nel tempo rimane il principale elemento di continuità.
Ringrazio il Presidente Bernardino Pusceddu per la disponibilità a condividere molti aspetti della sua esperienza umana e professionale all’estero. Parlare oggi di impresa all’estero vuol dire avere una vision ampia in cui l’identità è motore primario ma non senza l’integrazione. Parlo di capacità di sintesi culturale; mi spiego, vedere l'imprenditoria come strumento di integrazione - lo dice il Presidente Pusceddu più volte in questa intervista - vuol dire creare un ponte bidirezionale in cui diventano determinanti azioni nodali e strategiche: export, know-how, diplomazia economica, impatto sistemico e valorizzazione dei talenti.
Ci piace questa prospettiva che, in qualche modo, avvalora anche la narrazione di storie di successo integrato in cui la tradizione diviene un valore condiviso e la mobilità umana un acceleratore di sviluppo sociale ed economico reciproco. E in questo contesto i giovani devono rappresentare una finestra di dialogo verso il futuro.
ISCRIVITI AL CANALE WHATSAPP DI TOSCANALIBRI
Per continuare a rimanere aggiornato sui principali avvenimenti, presentazioni, anteprime librarie iscriviti al nostro canale e invita anche i tuoi amici a farlo!