Notti fa, un’estate ancora in grande spolvero ha accolto l’arrivo ufficiale dell’autunno. Evento di indubbio fascino. Il sole si accomoda perfettamente perpendicolare al brulichio di vita dei terrestri per compiere un gesto d’equità: darci, parimenti, il tempo del giorno e della notte. Cerimonia sobria, ma ricca di significati.
Offre poco da vedere, ma molto da rimuginare; e, volendo, pure da raccontare, perché tante belle storie suggerisce la stagione che già nei colori si propone alla maniera di un pensoso tempo di passaggio. Dunque parliamone, e siccome raccontare è un po’ anche divagare, piacerà menarla larga fin da subito.
Era il 1725 quando, ad Amsterdam, il libraio-editore Michel-Charles Le Cène pubblicò “Il cimento dell’armonia e dell’inventione” di Antonio Vivaldi. I primi quattro dei dodici concerti che compongono l’opera sono noti come “Le quattro stagioni”, diventate celebri in epoca moderna dopo che, nel 1939, l’Accademia Musicale Chigiana di Siena, dedicò alla riscoperta dell’intera opera vivaldiana una memorabile Settimana Musicale. Fu l’inizio di un Vivaldi-Renaissance in tutta Europa.
Da allora, in un crescendo di popolarità, la musica del ‘prete rosso’ non risuona soltanto in ovattate sale da concerto. Come si sarebbe detto nello scorso secolo, la fischietta pure il garzone del fornaio. Dalle “Quattro stagioni” – cólte pagine di musica barocca – sono stati ricavati persino motivetti di rabbonimento per infinite attese di collegamenti telefonici, al raggiungimento dei quali non bastano, tuttavia, intere stagioni.
Le “Stagioni” di Antonio Vivaldi sono uno dei primi esempi di ‘musica a programma’, cioè di composizioni con intenti descrittivi. Così, nel caso specifico, attraverso melodie, ritmiche e contrasti armonici sorprendenti, la natura viene teatralizzata. La musica si fa racconto di scene e suoni reali: il canto degli uccelli in primavera, la spossatezza per il caldo estivo, la festosità della campagna per il raccolto autunnale, il temuto rigore dell’inverno.
In epoca barocca non si parlava ancora di ‘romanticismo’, né del rapporto viscerale tra artista e l’opera espressa. Si parlava, però, di ‘teoria degli affetti’, un principio secondo cui la musica doveva esprimere la gamma delle passioni e dei sentimenti umani. In Vivaldi la ‘spettacolarizzazione’ delle stagioni, delle sensazioni ed emozioni che esse suscitano, risponde egregiamente a questa teoria ed ottiene, in chi ascolta, una immediata adesione emotiva.
Ad esempio, nel concerto dedicato all’autunno, rallegra ascoltare il racconto di una vendemmia di paese, con laute bevute, onori a Bacco, contadini ubriachi arresi al sonno. Questi i versi (non proprio sommi, forse scritti dallo stesso Vivaldi) che in partitura introducono il primo movimento: «Celebra il vilanel con balli e canti / del felice raccolto il bel piacere / e del liquor di Bacco accesi tanti / finiscono col sonno il lor godere».
VARIEGATI COLORI
Terminata la digressione musicale ne potremmo cominciare una filosofica. Le stagioni, infatti, oltre ad accompagnare i nostri ritmi biologici, scandiscono il tempo interiore: della memoria, dei sentimenti, della coscienza. Il mutamento di cui sono portatrici – mutamento comunque rassicurante, non incognito – invita ad assumere una diversa postura psicologica, in qualche modo rende nuovi.
L’autunno è il tempo che maggiormente possiede lo spirito del ‘trascorrere’. La precocità dei suoi tramonti induce a rallentare, pensare al cambiamento, immaginare un dopo, elaborare i lutti, dare un ordine alle cose, verificare quanto collimiamo con ciò che vorremmo essere.
A suo modo è tempo di maturazione: «Gli olmi […] le loro foglie sono perfettamente mature. Mi chiedo se c’è qualche maturazione corrispondente nella vita degli uomini che vivono sotto di essi». È una delle riflessioni di Henry David Thoreau nel saggio “Autumnal Tints”. Il filosofo americano intreccia scienza, poesia, spiritualità per tessere una grande metafora dove l’autunno assurge a maestro di vita. Il continuo mutare della sua vegetazione – fa notare Thoreau – non è sfizio estetico, posa decadente, ma azione vitale. Giungerà a morire in funzione della vita.
Tuttavia – impossibile negarlo – la vista di quelle foglie inerti volge subito in malinconia; paiono i resti dei molti addii. «Le foglie morte cadono a mucchi / come i ricordi, e i rimpianti / e il vento del nord porta via tutto», così Yves Montand cantava i versi di Jacques Prévert (“Les feuilles mortes”) scritti a rimpianto dei giorni felici di un amore.
Tale è l’autunno. Specchia negli animi l’intera gamma dei suoi colori. Prima è stagione che si accende – «intima amica del sole al suo culmine, / che con lui cospiri per far grevi e benedette d’uva / le viti» (John Keats) – poi va ad affievolirsi, ritrae in sé il proprio essere, non per morire, ma per prepararsi a qualcos’altro.
È un pensiero, questo, racchiuso anche nel romanzo “I falò dell’autunno” di Irène Némirovsky, scrittrice ucraina di lingua francese, morta ad Auschwitz nel 1942 a soli 33 anni. Nucleo del romanzo è un sogno. A poche ore dalla morte, la nonna della protagonista vede sé stessa tenere per mano la nipote e, insieme a lei, attraversare la campagna in cui bruciano i falò alimentati dalle foglie morte.
«Vedi, le diceva, sono i falò dell’autunno; purificano la terra, la preparano per nuove semine». Nella vicenda raccontata da Irène Némirovsky, il sogno è premonitore della devastazione morale che la Grande Guerra avrebbe provocato; nondimeno è un’esortazione alla speranza-nonostante-tutto. Fu, quello, un drammatico autunno della Storia, ed altri ancora ne sarebbero venuti.
TORNANO GLI ASSENTI
Alle lunghe notti autunnali si addicono feste, riti, atmosfere goticheggianti. Viene inscenato il terrore per esplorare tabù e paranoie. Ecco allora le zucche di Halloween, intagliate a spaventose o beffarde facce, illuminare l’ultima notte d’ottobre. Evocano la leggenda di Jack-o’-Lantern, l’astuto fabbro irlandese che ingannò il diavolo e fu condannato a vagare per l’eternità con una lanterna. I Celti credevano che fosse la notte in cui i mondi dei vivi e dei morti arrivassero ad essere così vicini che gli spiriti potevano tornare sulla Terra. Occorreva, allora, mascherarsi di brutto per spaventare gli spiriti maligni.
Oggi è diventato un trastullo per bambini che si fanno paura per non avere paura. Se vogliamo accondiscendere al giochino – din-don, dolcetto o scherzetto? – apriamo la porta alla santa innocenza (meno innocente è il business creato attorno a questa ricorrenza, solo in Italia sono stati superati i 300 milioni di euro). Dopo di che, assolto il precetto festivo con i mostruosi chierichetti, possiamo tornarcene in poltrona, magari a leggere “La leggenda di Sleepy Hollow” dello statunitense Washington Irving.
In quella remota valle addormentata dello Stato di New York si aggira il fantasma del Cavaliere Senza Testa, un soldato assiano, decapitato durante la Guerra d’Indipendenza. Ad avere un incontro ravvicinato con lo spettro sarà Ichabod Crane, il maestro del villaggio. Un tipo superstizioso, magro, goloso e infatuato della ricca ereditiera Katrina Van Tassel, contesa, però, con il giovane e prestante Brom Bones. Proprio dopo una festa nella dimora Van Tassel, Ichabod, rincasando a notte fonda, si imbatte nel Cavaliere e scompare misteriosamente per sempre.
Lasciamo i fantasmi malvagi al loro tormento e veniamo al piccolo paradiso di affetti che ciascuno si porta dentro. Capita spesso, nelle sere di novembre, sfogliare gli inventari dei sentimenti e, allora, chi manca si fa quanto mai presente. In alcune regioni italiane, la notte tra la festa di Ognissanti e la Commemorazione dei defunti, è tradizione che nelle case venga lasciato acceso un lume; la tavola mantenuta con la tovaglia, il pane, una brocca d’acqua, talvolta un dolce. Poiché i defunti tornano alle loro case, hanno camminato molto, devono rifocillarsi. Del resto, come diceva il reverendo Henry Scott Holland, la morte di una persona cara, è solo un passaggio nella stanza accanto.
IL TEMPO DEL MUTAMENTO
Dal nostro ‘taccuino di stagione’ estrapoliamo un ultimo appunto. È riferito alla città, dove l’autunno non dispone delle vastità consentitegli da pianure, distese boscose, declivi a perdita d’occhio. In città i cieli autunnali sono appena dei ritagli. Il vento è costretto in tortuosi percorsi, umiliato dal cemento, ferito da spigoli, gronde, pensiline. I colori non possono che omologarsi allo strapotere del grigio, fosse anche quello di pietre medievali.
Laddove possibile, l’autunno di città rifugia nei parchi e là prova ad allestire il suo scenario. Sempre da là, a volte le foglie cadute tentano inurbamenti più azzardosi. Vanno così a giostrare nei posti meno opportuni, raggiungono gli ingressi della metro, i sagrati delle chiese e degli ancora più sacri centri commerciali; felici loro, trovano parcheggio ovunque.
Hanno solo un nemico, le spazzatrici: per chi ha danzato pas de deux con il vento, finire in quel vortice puzzolente è oltraggioso. Più giusto e poetico sarebbe restare tappeto, fino ad estrema usura, sotto i passi di bambini, innamorati, vecchi dall’andatura incerta, runner tenaci, uomini e donne sempre in affanno a recuperare ritardi sulla vita.
Ma sì. A ben pensarci ha un fascino anche l’autunno urbano. Diciamo che va saputo guardare, còlto nelle sue imprevedibili epifanie, talvolta percepito ma non visto. Può fare scuola lo stralunato Marcovaldo (di calviniana memoria) che proprio un giorno d’autunno, nella fetta di cielo d’una via cittadina, fu l’unico ad accorgersi di un volo di beccacce, «era su un triciclo a furgoncino, e vedendo gli uccelli pedalò più forte, come andasse al loro inseguimento».
Tutto ciò può bastare per concludere che questa stagione dalle larghe cadenze, di «ripensamento sugli anni e sull’età» (Francesco Guccini, “Canzone dei dodici mesi”) spiega molto della vita. Vengono in mente Harry e Sally dell’omonimo film, mentre passeggiano tra i tigli e gli aceri di Central Park, con i viali coperti di foglie gialle e arancioni.
Parlano, parlano e discutono sullo sfondo di un autunno che allude al volgere del tempo, soffia tra gli alberi rimpianto e nostalgia di futuro, mostra la bellezza del mutamento per far intendere alla bizzarra coppia che anche qualcosa del loro rapporto è ormai cambiato, al punto da poterlo considerare amore. Insomma, per dirla con quel tizio che la buttava sempre sul difficile: ragazzi, l’autunno è davvero tanta roba.