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Carlo Collodi, il pedagogo irriverente

Già un ricco calendario di iniziative è annunciato per il bicentenario della nascita di Carlo Lorenzini, alias Carlo Collodi, nato a Firenze il 24 novembre 1826, primogenito di Domenico, cuoco del marchese Carlo Leopoldo Ginori Lisci, e di Angiolina Orzali, figlia del fattore dei marchesi Garzoni Venturi, originaria di Veneri (frazione di Collodi, località il cui nome piacque assumere a Carlo come pseudonimo).

La ricorrenza, come le altre celebrate nel passato, sarà giusta occasione di ulteriori approfondimenti su questa figura che, da sagace giornalista (un “critico della giornata”) si fece scrittore diventando, con la sua “Storia di un burattino”, l’autore della letteratura italiana dell’Ottocento più conosciuto al mondo.

E’ vero che il capolavoro collodiano faticò un po’ ad ottenere lo sdoganamento della critica da un àmbito pedagogico e di genere (quello dei libri per bambini) a una reputazione letteraria tout court. Così come occorsero anni per ammettere quanto riduttivo fosse limitare quella storia a un mero apologo del bene e del male. Ben più complessi – magari inconsci – sono, infatti, i significati racchiusi nell’opera di Collodi.

Ebbe a scrivere Benedetto Croce (1937): “Il legno, in cui è intagliato Pinocchio, è l’umanità, ed egli si rizza in piedi ed entra nella vita come l’uomo che intraprende il suo noviziato”. E in quel noviziato, verrebbe da aggiungere, freme il desiderio di libertà, la trasgressione, la fantasia. C’è un ‘divenire’ (da ceppo d’albero a essere umano), dunque una ricerca di identità e consapevolezza di sé. Del resto si può assumere fattezze umane e rimanere burattini a vita, poiché costa fatica diventare persone, restare sé stessi rifuggendo da omologazioni e comfort zone.

E’ Illuminante quanto scrive lo psichiatra Giovanni Jervis nella prefazione all’edizione einaudiana (1968) de “Le avventure di Pinocchio”, laddove si fa notare che “Pinocchio gode della innocenza della distrazione e sfuggendo alla penna di Collodi ha finito per rivelare più di quanto gli sarebbe stato concesso a una riflessione più attenta.” Condizionato dal perbenismo, da quel ruolo di pedagogo-moralista obbligatoriamente assunto, il Lorenzini “riversò in Pinocchio ciò che in altre sue opere certamente più meditate era rimasto impedito dalla necessità di ricoprire un ruolo istituzionale.”

Così che, conclude Jervis, “in Pinocchio il pedagogismo non viene abbandonato, ma anziché risolversi in se stesso, si rivela nella propria contraddizione.”

Non inganni nemmeno quel finale oltremodo moraleggiante (“… e come ora sono contento di essere diventato un ragazzino per bene!”) di cui l’autore stesso insinuò il sospetto che fosse sgocciolato da altra penna. Dunque un explicit apocrifo, probabilmente ad opera dell’editore, la Libreria Editrice Felice Paggi, che vantava di pubblicare “libri tutti con la morale”.

Carlo Collodi fu, pertanto, un pedagogo irriverente. Insomma, stette al gioco. Ma adottando la chiave favolistica, i registri spiazzanti della parodia e del paradosso, del comico e della poesia, irrise il suo tempo – e non meno la letteratura dell’epoca – ponendosi oltre le contingenze storiche. In tal modo, forse inconsapevolmente, si è procacciato la sua parte di immortalità. Ergo, Collodi è vivo e lotta insieme a noi.

***

Come andò che Maestro Ciliegia, falegname,
trovò un pezzo di legno, che piangeva e rideva come un bambino.

– C’era una volta…
– Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori.
– No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.
Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.

Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome Mastr’Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura.

Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò tutto; e dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce:

– Questo legno è capitato a tempo; voglio servirmene per fare una gamba di tavolino. –

Detto fatto, prese subito l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e a digrossarlo; ma quando fu lì per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perché sentì una vocina sottile sottile, che disse raccomandandosi:

– Non mi picchiar tanto forte! –

Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia!
Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno! Guardò sotto il banco, e nessuno; guardò dentro un armadio che stava sempre chiuso, e nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; aprì l’uscio di bottega per dare un’occhiata anche sulla strada, e nessuno. O dunque?…

– Ho capito; – disse allora ridendo e grattandosi la parrucca – si vede che quella vocina me la son figurata io. Rimettiamoci a lavorare. –
E ripresa l’ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di legno.

– Ohi! tu m’hai fatto male! – gridò rammaricandosi la solita vocina.

Questa volta maestro Ciliegia restò di stucco, cogli occhi fuori del capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua giù ciondoloni fino al mento, come un mascherone da fontana.

Appena riebbe l’uso della parola, cominciò a dire tremando e balbettando dallo spavento:

– Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi?… Eppure qui non c’è anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo qui; è un pezzo di legno da caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c’è da far bollire una pentola di fagioli… O dunque? Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se c’è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l’accomodo io! –

E così dicendo, agguantò con tutte e due le mani quel povero pezzo di legno, e si pose a sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della stanza.
Poi si messe in ascolto, per sentire se c’era qualche vocina che si lamentasse. Aspettò due minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci minuti, e nulla!

– Ho capito; – disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la parrucca – si vede che quella vocina che ha detto ohi, me la son figurata io! Rimettiamoci a lavorare. –

E perché gli era entrata addosso una gran paura, si provò a canterellare per farsi un po’ di coraggio. Intanto, posata da una parte l’ascia, prese in mano la pialla, per piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che lo piallava in su e in giù, sentì la solita vocina che gli disse ridendo:

– Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo! –

Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde giù come fulminato. Quando riaprì gli occhi, si trovò seduto per terra.

[da Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi, Edizione critica edita dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi in occasione del Centenario di Pinocchio (1983), a cura di Ornella Castellani Pollidori con il patrocinio dell’Accademia della Crusca]

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