Sette sono gli stili che compongono il quadro del guardaroba di un gentleman: Inglese, Parigino, Americano, Napoletano, Milanese e Fiorentino. Solamente all’Italia sono dovute tre importantissime scuole di sartoria e ognuna si differenzia dalle altre per piccole e quasi impercettibili modifiche alla silhouette dell’abito.
È proprio a Firenze che la giacca eredita uno stile sobrio, elegante e minimale con profonde radicazioni artigianali. Proprio nella culla del Rinascimento, l’uomo rievoca quel concetto di “sprezzatura”, che ha distinto il savoir-faire delle corti medicee, portandolo nella contemporaneità.
Caratterizzata da una spalla spiovente, la manica attaccata senza pieghe e una sola pince; la giacca fiorentina fa dialogare la secolare relazione tra la città e la sua storia. Tra le vie del centro, botteghe diventano atelier fino a trasformarsi in fulcri della manifattura mondiale.
È il caso di Antonio Liverano, che in via dei Fossi realizza abiti su misura dagli anni ’60, e di Loretta Caponi che apriva il suo laboratorio nel 1967 e di innumerevoli altri artisti che, con i loro aghi, tramandano un’eredità fatta di pazienza, di precisione e di dedizione al lavoro. Per farsi realizzare un abito da loro occorrono tra le 50 e le 70 ore di lavorazione; con tecniche che abbandonano le macchine, per prediligere il lavoro manuale.
È in questo contesto che questi maestri combattono una costante battaglia contro l’istantaneità a cui siamo abituati a vivere. La loro sfida diventa culturale: insegnare al consumatore a preferire il valore al prezzo, far notare la contrapposizione della perfezione seriale, senz’anima, delle macchine alla “imperfezione vitale” del punto a mano.
I ragazzi di oggi, però, preferiscono pochi pezzi di eccelsa qualità o molti capi fast fashion? Fortunatamente sembra che le nuove generazioni si stiano muovendo nella direzione del second hand e del vintage riconoscendone, inconsciamente, la qualità maggiore e la capacità di durare nel tempo. Nonostante questo, il costo del “fatto a mano e nuovo” è un lusso che pochi giovani possono permettersi e questo inficia la possibilità di queste piccole realtà di lottare contro i grandi colossi della produzione mondiale.
Il fast fashion vende l’illusione del nuovo ogni settimana; la sartoria fiorentina vende l’eternità. In una realtà in cui viene imposto il bisogno di avere capi nuovi per ogni evenienza, dove troviamo, però, posto per la concezione dell’abito destinato a durare nel tempo? Un abito su misura si ripara, si allarga, si tramanda. È l’antitesi dello scarto tessile prodotto dalla moda veloce.
Sostenere le piccole realtà, la sartoria, il fatto a mano significherebbe preservare un tratto del volto della città e fare un investimento destinato a vestirci nel tempo. La resistenza delle sartorie non è nostalgia, è avanguardia.