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Da nessuna parte. Nascere apolidi, liberi ma spersi

Per guadagnare la consapevolezza di chi siamo occorre il coraggio di guardarsi nella realtà dei giorni comuni, che in un bilancio esistenziale costituiscono la posta più consistente. Come farlo? Con onestà verso sé stessi, una bella dose di spietatezza e, quanto basta, un pizzico di ironia.

Qualora, poi, cercassimo un metodo, potrebbe risultare illuminante la lettura dei libri di Yasmina Reza, frutto di insistite ricognizioni nel proprio (e non solo proprio) vissuto, che sortiscono – almeno all’apparenza come se non fossero cercati – sorprendenti esiti letterari. Pensiamo a libri come “Felici i felici”, “Babilonia”, “Serge”, dove il racconto dei giorni comuni assurge ad epica della normalità: spesso crudele nelle relazioni interpersonali, tragica e insieme comica per quanto sia, giustappunto, normale, disperatamente ovvia.

Persevera in quest’opera di scandaglio, anche il libro “Da nessuna parte” recentemente uscito in Italia per Adelphi con la traduzione di Anna Morpurgo e Daniela Salomoni. Una raccolta di scritti “letterari” (così definiti dalla stessa autrice per distinguerli dai testi teatrali). Un memoir che, in quanto tale, molto rivela di Yasmina, ad iniziare dal titolo (anche titolo allo scritto di apertura), esplicita dichiarazione di non appartenere a nessun luogo, d’essere senza patria, priva di radici.

Nata nel 1959 a Parigi da un ingegnere iraniano e da una violinista ebreo-ungherese, Yasmina Reza è un’apolide: “Non conosco le lingue, nessuna lingua, di mio padre, mia madre, dei miei antenati, non riconosco né terra né albero, nessun suolo è stato il mio come quando si dice io vengo da lì…”.

Un “mal d’identità” che ha indubbiamente influito sul carattere, su un modo oggettivo e disincantato di guardare al mondo. L’apolidia ha i suoi vantaggi. Risparmia dalla nostalgia, da certi legami che divengono limiti, dal sentirsi fuori posto quando non ci riconosciamo più nella nostra patria. Di contro, la mancanza di un’identità può generare insicurezza, costante paura di essere ‘smascherati’, senso di inadeguatezza e perfino di colpa.

Con stile netto e raffinato, attraverso quell’epica delle cose minime che prima dicevamo, Yasmina Reza indaga così fragilità e ambasce rispetto cui un po’ tutti ci troviamo nella condizione di apolidi. Liberi ma spersi in chissà quale posto.

***

Non conosco le lingue, nessuna lingua, di mio padre, mia madre, dei miei antenati, non riconosco né terra né albero, nessun suolo è stato il mio come quando si dice io vengo da lì, non esiste un suolo in cui potrei provare la brutale nostalgia dell’infanzia, né un suolo in cui scrivere chi sono, non so di quale linfa mi sono nutrita, la parola natale non esiste, né la parola esilio, una parola che pure credo di conoscere ma è falso, non conosco musica degli inizi, canzoni, ninnenanne, quando i miei figli erano piccoli li cullavo in una lingua inventata.

Di dov’era mio padre, neppure lui poteva dire da dove venisse, da Tashkent, da Samarcanda, che non aveva mai visto, da Mosca dove era nato, dalla Germania dove aveva imparato la sua prima lingua poi dimenticata, da nessuna parte di cui potesse parlare, di cui serbasse traccia salvo che nel suo corpo, nei suoi occhi e in certi suoi modi bruschi. Ho visto la città di mia madre, ho sentito la lingua di mia madre, esiste un paese chiamato Ungheria che era il suo, di cui lei non mi ha detto niente e che non è niente per me. Non posso apparecchiare la tavola come mia madre, mia madre non ha mai apparecchiato la tavola, non so fare quel che le madri fanno e che hanno imparato dalle proprie madri nella loro tradizione, io non ho tradizione, non ho religione, non so accendere le candele, non so celebrare nessuna festa, non so raccontare la storia del nostro popolo, non sapevo neppure di avere un popolo.

Mi piace il nome delle regioni francesi, mi piacciono i nomi Creuse, Vendée, Haute-Marne, Franche-Comté e altri nomi ancora, regni di terre, nomi più remoti dei paesi e che mi escludono, non posseggo una casa, di quando in quando sogno una casa, non una casa per le vacanze ma una casa per seppellirmici dentro. Non voglio il benessere ma l’austerità. Sogno un rifugio. E voglio colline e boschi per camminare. La Francia è questo, è sempre stata questo, nomi di luoghi, di comuni, quelle oasi irraggiungibili, quei cimiteri di generazioni. Io non ho radici, in me non si è piantato alcun suolo. Non ho origini. Quando leggo sui giornali, iraniana, russa, ebrea, ungherese, sono parole che ho detto. Non ci sono immagini, luci, odori, niente. Non ci sono neppure fotografie. Ne ho ritrovate alcune scattate da Marta Andras a casa sua, di me e Veronka Ligetti nel millenovecentonovantuno.

Di fronte a quelle foto dove non la smettiamo più di ridere mi commuovo. Ridevamo di sfinimento. Marta non si decideva a scattare e continuava a criticare la nostra mancanza di naturalezza. Marta è morta un anno dopo, Vera Ligetti non so che fine abbia fatto. Ma quel che più mi commuove in quelle fotografie è l’appartamento di Marta, l’appartamento di una persona senza patria, le porcellane, i quadri, elefanti, teiere, buddha, lampade senza patria, fiori anch’essi senza patria, il tessuto impalpabile e stinto del divano che ormai sembra dire voglio qualcosa di pulito, di nuovo, di allegro. È stata la mia agente e amica sino alla sua morte, parlo di lei in Hammerklavier. Nel corso del nostro primo incontro mi aveva detto, non c’è nessuna urgenza, ci pensi su, con tutta calma, non voglio metterle fretta. Mi aveva regalato un’orchidea che mi aspettava distesa sulla sua scrivania. Me n’ero andata nella notte con il fiore e una vertigine di eccitazione.

L’indomani mattina, di buon’ora, squillò il telefono: e allora, aveva sospirato con il suo accento ungherese, più ungherese di quello di mia madre che io non sento, che succede? Che cosa ha deciso? Perché ci mette tanto? Sì, sì, Marta, mi scusi, riconosco che ci ho messo tanto, assurdamente tanto, sì, facciamo in fretta perché ignoro dove stiamo andando, se è lontano o vicino, se è in alto o in basso. Quando le chiedo della sua infanzia, mia madre dice almeno dieci volte nel corso della conversazione, che la infastidisce: bisogna voltare pagina. Voltare pagina ritorna senza che io riesca mai a vederla, quella pagina. Dice, non si può rimuginare su quello che si è stati, dice, è stupido avere nostalgia di un mondo che non esiste più. In un corridoio della mia infanzia c’era un quadro, un dipinto di lei che suonava il violino.

Mia madre era violinista, io non l’ho mai sentita suonare. Però a scuola scrivevo lo stesso violinista nella casella professione dei genitori. Il violino è abbandonato in un armadio sul fondo di uno scaffale, in alto, non l’ho visto con i miei occhi fino a quando non sono stata adolescente. Non molto tempo fa mia madre ha deciso di venderlo. Giusto per sbarazzarsene, non vale niente. Alla fine lo ha regalato a un giovane portoghese, senza dircelo. Io non ho rimpianti. Per un luogo, per un posto della mia vita, non c’è nessun posto che io rimpianga, e nello scriverlo penso nessun posto preciso, reale, rimpiango soltanto tempi e luoghi ignorati, sono capace di violentissime nostalgie per spazi in cui non sono mai andata.

In Io, un altro, il diario di Imre Kertész, ho scoperto con stupore questo passo: «Non ho ancora analizzato un grave fatto, e cioè che durante l’infanzia, la mia favola preferita fosse Il brutto anatroccolo. L’ho letta innumerevoli volte, e ogni volta puntualmente mi scioglievo in lacrime. Spesso mi è tornata in mente – per strada, a letto, prima di addormentarmi, ecc. – come consolazione o vendetta nei confronti di tutti e di tutto. Forse questa favola illustra il pensiero-guida della mia vita molto meglio delle grandi letture della giovinezza, che pensavo avessero determinato le svolte fondamentali del mio destino, segnando la via, giusta o sbagliata, che avevo imboccato». Quante volte, nel corso delle più disparate letture, mi sono detta: questo mi sarebbe piaciuto scriverlo o avrei potuto scriverlo, ma si dice avrei potuto scriverlo riferendosi all’idea, per così dire, mai all’espressione stessa.

Il brano di Kertész mi colpisce perché potrebbe essere stato scritto da me parola per parola. Non credo di essermi mai imbattuta in una coincidenza del genere, ed è ancora più singolare perché si tratta di una riflessione intima, di una confessione. Forse la sola differenza risiede in quest’ultimo punto. Da sola, non l’avrei mai scritto. Senza Kertész questo riferimento al Brutto anatroccolo sarebbe rimasto sepolto nella memoria, insieme ad altre cose nascoste e taciute. Il modo in cui Imre Kertész dà conto di questo fatto, con le stesse parole con cui avrei potuto farlo io, se avessi osato trasformarlo in materia, formularlo io stessa, mi obbliga a un disvelamento. Non posso permettere a un altro di dissotterrare un angolo della mia esistenza senza reagire. Perché c’è una terra dura, calpestata da anni, che forse, un giorno, se ne avrò la forza e l’audacia, mi toccherà rivoltare.

[Da nessuna parte di Yasmina Reza, trad. di Anna Morpurgo e Daniela Salomoni, Adelphi, 2026]

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