Quella descritta da Fabrizio Rondolino nel libro “Elena. Storia di Elena Colombo, una bambina sola nella Shoah” è una dolorosa storia di famiglia. Una vicenda privata salvata dall’oblio che va ora a inscriversi in una delle pagine più cupe della Storia. Insieme ad analoghi drammi, irrompe nella coscienza collettiva, riaccende ancora una volta il tormento della domanda – sempre la stessa, ma infausto sarebbe il giorno che non venisse più posta – come è stato possibile?
Elena Colombo nel 1944 viveva con la sua famiglia a Torino. Aveva dieci anni quando, il 25 marzo, venne arrestata dalle SS. Tre mesi prima i genitori erano stati deportati ad Auschwitz. La bambina era dunque sola, forse affidata a persone di fiducia. Condotta al campo di Fossoli, anche lei sarà poi trasferita ad Auschwitz e lì mandata a morire nella camera a gas lo stesso giorno del suo arrivo, il 10 aprile 1944. In procinto di partire aveva inviato una cartolina all’amica Bianca scrivendo: “Devo darti una notizia meravigliosa! Finalmente potrò raggiungere i miei genitori! Sono tanto felice! Parto domani per la Germania”.
Nella storia della Shoah italiana, la vicenda di Elena (“treccino caro”, così era chiamata in famiglia per le sue trecce bionde) risulterebbe l’unico caso di deportazione infantile disgiunta da quella di genitori o parenti. Un elemento che aggiunge angoscia a ciò che è già terribile e il cui pensiero è diventato per Fabrizio Rondolino (Elena era cugina prima a suo padre) una “ossessione” dalla quale sono scaturite le pagine che provano a ricostruire la storia di questa creatura finita, in solitudine, nel gorgo della Shoah.
L’autore inizia il proprio lavoro di indagine quando apprende dal Museo Diffuso della Resistenza di Torino che, nel corso di ricerche documentali sulle persone cui dedicare alcune ‘pietre di inciampo’, è stata rinvenuta una lettera di sua nonna, Marcella Colombo, la quale, nel maggio 1946, si rivolgeva alla Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei chiedendo come poter avere notizie sulla sorte di suo fratello Sandro, di sua moglie Wanda e della loro figlia Elena (“della bambina nessuna notizia mai”, scriveva Marcella).
Da qui Rondolino prende a ricercare negli archivi, compulsa carte, vecchie fotografie, cerca chi potrebbe avere qualche pur pallido ricordo di quanto accaduto alla famiglia Colombo. Ma il tempo ha disperso troppe esistenze, cose, memorie. Predomina il vuoto. Ed è proprio il vuoto – dice l’autore – “l’aspetto più disperante della Shoah: dei non sopravvissuti, degli scomparsi, delle vittime non rimane che un vuoto, un vuoto che spesso ancora oggi non siamo neppure riusciti a colmare con un nome, e raramente con un’immagine o una storia”.
Dunque – avverte l’autore – siamo di fronte a un libro di vuoti che sarebbe improprio colmare con la fantasia. La Shoah non può essere romanzata. Il racconto va affidato a documenti e testimonianze: “è la sua burocratica esattezza a renderla unica, senza precedenti, e dunque indescrivibile se non attraverso se stessa. Ogni aggettivo, ogni avverbio, persino ogni struttura narrativa non può, non riesce a cogliere fino in fondo quella realtà integralmente distopica: e dunque inesorabilmente, involontariamente finisce con l’assimilarla ad altre realtà, alla realtà del mondo che conosciamo”.
Dire l’inenarrabile – tale è il racconto della Shoah – impone la spoliazione delle parole, la tolleranza al silenzio, all’assenza, a quel rumore bianco che sta nelle pause tra una parola e l’altra. E così dire la nuda verità.
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[…]La lettera di nonna Marcella solleva un gran numero di domande. Come è possibile che una bambina ebrea di dieci anni, arrestata con i genitori, sia stata poi “rilasciata” dalle SS e nuovamente arrestata dopo più di tre mesi? Dove è stata Elena in quei mesi, chi si è occupato di lei? E perché alla fine di marzo del ’44 è stata infine deportata? Come ha vissuto i diciassette giorni che separano il secondo arresto dalla morte?
Gli ultimi diciassette giorni di Elena sono la mia ossessione, e il motore di questo libro. La sua vicenda è unica nella Shoah italiana, perché di norma i bambini erano presi e deportati insieme con i genitori, e spesso anche con i nonni, gli zii, i cugini. L’unico sollievo nella tragedia era condividerla con i propri cari.
Prima di cominciare questa ricerca, sapevo di lei soltanto che si esercitava al pianoforte con mio padre, di un anno più grande. Come tutti i piemontesi di una volta, mio padre sapeva custodire ermeticamente i ricordi e soprattutto le emozioni: ed è forse per timidezza, o per rispettare i suoi sentimenti, che non gli ho mai chiesto di più.
Tuttavia questa immagine, l’immagine di due bambini inconsapevoli che suonano insieme il pianoforte, è stata ed è tuttora per me l’immagine definitiva, e forse la più angosciante, della Shoah: un confine fragilissimo, un confine che nessuno sapeva esistesse, separa questo quadretto di serenità borghese dallo sterminio.
La vita di Sandro, di Wanda e di Elena era una vita normale, normalissima: una vita come tutte le altre. Non avevano fatto o pensato o scritto nulla di speciale, o per meglio dire nulla di diverso da quello che fa, pensa, scrive la stragrande maggioranza della gente. Siamo noi a rendere unica la nostra vita: vista da fuori, è quasi sempre come tutte le altre. Eppure dentro una vita così ovvia può all’improvviso spalancarsi, letteralmente, l’abisso. Senza motivo, senza preavviso, senza ragione.
La lettera di nonna Marcella descrive un vuoto – il vuoto della sorte allora sconosciuta di Sandro, Wanda ed Elena, ma anche il vuoto dell’angoscia di chi aspetta e cerca notizie – destinato di fatto a rimanere tale: e così coglie quello che a me pare l’aspetto più disperante della Shoah: dei non sopravvissuti, degli scomparsi, delle vittime non rimane che un vuoto, un vuoto che spesso ancora oggi non siamo neppure riusciti a colmare con un nome, e raramente con un’immagine o una storia.
Un grande vuoto, del resto, campeggia sulle carte geografiche dell’Europa centrale e orientale, dove non ci sono più i villaggi e le città un tempo popolate da milioni di Ostjuden, non c’è più la loro lingua, non ci sono più i teatri e i giornali, i canti e i balli, spesso neanche le sinagoghe e i cimiteri: non c’è più nulla di loro: qui la Soluzione finale ha funzionato alla perfezione.
Il nostro vuoto è più piccolo, ma è lo stesso. I genitori di Elena non sono tornati. Su di lei non ci sono testimonianze né ricordi dopo l’arresto. La famiglia che forse s’è presa cura di Elena nel campo di concentramento di Fossoli – ma è soltanto una debolissima supposizione, come molte in questo libro – è stata interamente sterminata: i genitori, i due figli di nove e dodici anni, lo zio, il nonno. Nessuno è tornato per raccontare qualcosa di Elena, né Elena ha potuto raccontare qualcosa di loro. Così questa ricerca, come ogni ricerca sulla Shoah, è costretta a muoversi fra spazi, luoghi, archivi vuoti (gran parte di quelli nazisti sono stati distrutti prima della capitolazione), fra persone che non ci sono più e di cui neppure la memoria è riuscita a sopravvivere, fra assenze non più rimediabili.
[…]Questo libro su Elena è dunque, per dir così, un libro di vuoti. Penso che non sia consentito romanzare la Shoah, con le parole o con le immagini, sebbene ci siano esempi contrari di valore; penso anche che non si dovrebbero mai usare aggettivi nell’esposizione dei fatti, anche se non sempre rispetterò questa regola, e che si debbano soltanto leggere i documenti e le testimonianze con la freddezza con cui si leggono i risultati di un’autopsia: perché è precisamente la burocratica esattezza della Shoah a renderla unica, senza precedenti, e dunque indescrivibile se non attraverso se stessa. Ogni aggettivo, ogni avverbio, persino ogni struttura narrativa non può, non riesce a cogliere fino in fondo quella realtà integralmente distopica: e dunque inesorabilmente, involontariamente finisce con l’assimilarla ad altre realtà, alla realtà del mondo che conosciamo.
[…]Alla scorciatoia dell’inimmaginabile, che chiude il discorso troppo in fretta e, archiviandolo, «rassicura la coscienza», bisogna dunque preferire il sentiero aspro del ricordo minuzioso e del singolo dettaglio, la fatica della memoria che sfida il pudore e l’incredulità – la paura più grande dei sopravvissuti, l’incubo che già affollava le loro notti nel Lager, era raccontare e non essere creduti –, e insomma l’ingombro fastidioso dei fatti.
[da Elena. Storia di Elena Colombo, una bambina sola nella Shoah di Fabrizio Rondolino, Giuntina, 2025]
