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Faticosa, ma ineludibile democrazia

Viviamo tempi complicati, per troppe ragioni. Prima sconfortante presa d’atto, il mondo è in guerra. Calda o fredda che sia, diretta o per procura, ibrida o convenzionale, con schierati soldati o inafferrabili artificieri, è di fatto una guerra mondiale cui ci stiamo rassegnando. Il dramma è ormai derubricato a fastidioso impiccio (e che diamine, s’ha da campà!).

Persiste, poi, una guerra maggiormente assurda. Quella che l’umanità ha intrapreso verso sé stessa per giungere spensieratamente all’autodistruzione. Perché a questo condurrà il riscaldamento globale del pianeta, provocato dalle attività umane. Ne vediamo fin da ora gli effetti: migrazioni forzate, danni ambientali, sanitari, economici.

Quanto all’economia, le sue criticità vanno diventando sempre più strutturali, conseguenti al sovrapporsi di problemi geopolitici, sociali, tecnologici e, come dicevamo, ambientali. Oggi, parlare di economia non può prescindere dall’ascesa del capitalismo digitale, rigoglioso albero della cuccagna piantato sulla piazza del mercato globale, laddove si vende merce impalpabile: i nostri dati.

Una mole di informazioni che solo pochi individui (governanti, grandi aziende tecnologiche, apprendisti stregoni) intendono accaparrarsi per un controllo sociale e politico del mondo. Instaurare, così, una dittatura digitale in virtù (in virtù?) della quale le decisioni che riguardano le esistenze dei molti, dalle più semplici a quelle che implicano coscienza e discernimento, sono assunte da un algoritmo. Il monopolio dei dati rende ricchissimi, perciò la sua conquista è anch’essa una guerra senza quartiere.

L’intelligenza artificiale potrà hackerare l’intera umanità o, a suo piacimento, provocarne l’estinzione, qualora i cosiddetti agenti autonomi superino i confini operativi stabiliti eludendo il controllo umano. Persino alcuni di coloro che armeggiano queste cose, stanno accusando attacchi di panico, vorrebbero scendere dalla giostra. Cos’altro manca in questo rassicurante scenario? Forse uno di quei predicatori da film western che – vestito nero-menagramo, occhio lucido di pessimo whisky, capelli e disperazione al vento – sbraiti, con qualche ragione, la sua profezia pronta all’uso: «In quei giorni gli uomini cercheranno la morte ma non la troverannobrameranno morire ma la morte fuggirà da loro». Capito? Noi vorremmo crepare per levarsi da tutti i casini, ma nemmeno la Signora è disposta al favore.

IL POTERE DI UN POPOLO INFORMATO

E vabbè. Pagato da bere al sermonista etil-apocalittico (per un po’ ci siamo distratti), passiamo ad altra angustia. La crisi delle democrazie. I motivi sono arcinoti, ma ripeterli ha funzione palliativa. Avanti, dunque, con la playlist: sfiducia nelle istituzioni e in ciò che resta dei partiti di massa, disaffezione verso il sistema rappresentativo, distanza tra politica e vita reale, disuguaglianze, crescente disagio economico e sociale, indebolimento dei corpi intermedi, incapacità a gestire sfide globali come i flussi migratori… E si consideri quanto di un siffatto pelago sversi nel vissuto concreto delle persone.

Ma – dice il saggio – le soluzioni dei problemi stanno dentro i problemi, non altrove. Diffidare, pertanto, da millantatori, illusionisti, autocrati col petto in fuori e la testa all’indietro. Certo, la democrazia è impegnativa. Chiede confronto e scontro, mediazione e compromessi. Faticosi processi che, però, sono garanzia – quand’anche imperfetta – di libertà, uguaglianza, diritti per tutti. A nostra consolazione, continua a macinare like l’aforisma: «La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora». Ineccepibile sintesi di sagacia e pragmatismo risuonata ottant’anni fa alla Camera dei Comuni del Parlamento britannico per voce di Winston Churcill. Insomma, sono preferibili di gran lunga i tentennamenti di un sistema democratico alle ingannevoli risolutezze di dittature, oligarchie, democrature (catarroso neologismo a significare contraddizione di termini e soprattutto di sostanza).

La democrazia, comunque, non la si difende con la retorica, ma con la critica: alle sue inadempienze, degenerazioni, tradimenti. Utili interrogativi e qualche consiglio possono tutt’oggi ricavarsi da opere che della scienza politica restano i fondamenti. Si legga “Il Federalista” (“The Federalist”, 1788) raccolta di articoli e saggi a firma di Alexander Hamilton, James Madison, John Jay (inizialmente celati dietro il comune pseudonimo di Publius) per sostenere l’approvazione della Carta costituzionale degli Stati Uniti d’America. Pagine di dottrina politica, ma, nondimeno, testimonianza dell’appassionato dibattito, svoltosi all’epoca, attorno al tema della democrazia rappresentativa.

Una conquista che deve guardarsi anche da sé stessa. La tirannide, infatti, può riproporsi, sotto mentite spoglie, all’interno dello stesso sistema democratico. Da qui – avvertivano gli autori – la necessità di un ordinamento politico che salvaguardi divisione e bilanciamento dei poteri (checks and balances).

Non si dimentichi che gli Stati Uniti – oggi quasi imbarazza ricordarlo – sono comunemente detti ‘patria della democrazia’. Chi avesse visitato il National Archives Building a Washington, rammenterà l’atmosfera di sacralità che si respira nella Rotunda for the Charters of Freedom, dinanzi alla copia originale della ‘Costituzione degli Stati Uniti d’America’. Sta solennemente esposta insieme alla ‘Dichiarazione d’Indipendenza’ e alla ‘Carta dei Diritti’.

Ebbene sì, ‘America, the birthplace of democracy’. Altrimenti dovremmo andare troppo lontano nel tempo per trovarne la culla nell’antica Atene. Allorché Pericle (431 a.C.) nella famosa orazione per i caduti nella guerra del Peloponneso – più che altro un elogio politico e culturale della città di Atene – ebbe a dire: «Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia». Giusto in nome di questo egualitarismo, si adoperò molto per promuovere politiche sociali ed economiche a favore delle classi popolari. I giudizi su di lui furono controversi. Lo storiografo Tucidite ne parla come di un leader autorevole e incorruttibile, dedito alla causa del popolo; gli oligarchi, suoi avversari, come di un demagogo che comprava il consenso del popolo con il denaro pubblico. Chissà che gazzarra nei talk show di Tele Atene.

Chiusa la parentesi sulla dorata ‘Età pericleniana’, torniamo a parlare di democrazia moderna, e nuovamente di Stati Uniti, cui il francese Alexis de Tocqueville, tra i più importanti studiosi del pensiero liberale, dedicò l’opera “La democrazia in America” (1835-40). Egli riteneva che certi processi storici sarebbero stati ineludibili («Ai miei occhi le società umane, come gli individui, diventano qualcosa solo grazie alla libertà»). Definì la democrazia «il potere di un popolo informato», ovvero la forza di chi, nella conoscenza e consapevolezza della realtà, non è disposto a farsi manipolare (tradotto ai giorni nostri: i populisti sono avvertiti). Ma non mancò di mettere in guardia su come il potere del popolo possa subdolamente trasformarsi in «tirannia della maggioranza».

In Europa, già un altro illuminato pensatore, Jean-Jacques Rousseau, con sorprendente anticipo sui tempi, aveva argomentato l’idea di Stato democratico, quale superamento di una smaccata contraddizione: «l’uomo è nato libero, ma dovunque è in catene». Rousseau espose il suo pensiero nei quattro volumi de “Il contratto sociale” (1762). Titolo che allude alle origini della disuguaglianza tra gli uomini, dovuta al fatto – sosteneva il filosofo – che agli inizi della civiltà umana fosse stato stipulato un iniquo Contratto basato sulla forza e non sul diritto. E quando la legge è quella del più forte vengono meno i diritti naturali di ciascuno. Perciò necessita uno Stato a tutela universale. Sono i concetti che hanno ispirato i capisaldi (sovranità popolare, bene comune) della democrazia moderna.

TRE STORIE E UN MONITO

Volenterosi avvocati d’una class action contro chi e cosa rende il mondo infame, vorremmo aggiungere argomenti alla causa ricorrendo anche alla letteratura. Che della realtà sa essere non solo resoconto, ma interpretazione. La letteratura vede lungo, racconta le cose per ciò che sono, e, ancora meglio, per come potrebbero essere.

Sul tema che qui ci preme, citiamo almeno tre classici, nei quali si parla di democrazia raccontando il suo rovescio. È il 1945 quando George Orwell pubblica “La fattoria degli animali”, romanzo allegorico sulla corruzione degli ideali democratici e paritari, frutto di una riflessione dell’autore sui fatti che avevano portato alla Rivoluzione russa e alla successiva era staliniana. Orwell adotta una chiave allegorico-satirica e rappresenta una rivolta degli animali contro l’uomo-padrone. I maiali riescono a prendere il potere, ma a un certo punto, visto il comportamento dispotico del loro rappresentante Napoleon, gli altri animali non riescono più a distinguere lui dal fattore Pilkington, il maiale è diventato uguale all’uomo. Morale della favola: il potere politico ha dinamiche perverse, una volta conquistato induce alla corruzione, a tradire le promesse.

Sempre Orwell, due anni dopo, dà alle stampe il libro ritenuto il suo capolavoro, “1984”. Questa volta un romanzo distopico, che racconta la vita in tre superstati perennemente in guerra tra loro e organizzati in modo da controllare ogni pensiero e azione dei loro cittadini. «Il Grande Fratello ti sta guardando», espressione entrata nel linguaggio comune, proviene dalle pagine orwelliane, dove, attraverso lo stratagemma fantapolitico, si inscena la paradossale pantomima del totalitarismo.

Allorquando la libertà di pensiero è soffocata («La libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Se è garantita, tutto il resto ne consegue»). I valori sono sovvertiti, la verità manipolata; il linguaggio controllato fino a chiamare le cose in maniera illogica, così che «La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza». Per inibire qualsiasi moto di coscienza critica, si procede ad una sistematica riscrittura della storia («Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato»).

Ricorre al racconto allegorico anche William Golding con “Il signore delle mosche” (1954), per dimostrare che addirittura una micro-società democratica creata da innocenti ragazzini può ribaltarsi in barbarie. Narra la fantasiosa storia di un gruppo di giovanissimi alunni, unici sopravvissuti a un disastro aereo avvenuto nel corso di una guerra planetaria. Precipitano su un’isola deserta, nessun adulto si è salvato, così provano a riorganizzare la loro vita sociale con regole di autogoverno («il sogno confuso di un mondo immaginario si faceva realtà»). Dopo i primi successi, subentrano, però, tensioni, paure irrazionali, comportamenti egoistici, perché – amara ammissione dell’autore – «l’uomo produce il male come le api producono il miele». Nella pessimistica parabola di Golding soggiace il monito a farsi coscienti di quanto incerto sia il confine tra la civiltà e il suo infimo contrario, tra il divenire e il caos.

L’ARTE DELLA MANUTENZIONE

Alla luce di tutto ciò, la democrazia potrebbe dirsi l’arte della manutenzione del bene comune. Pertanto… ‘AAA cercasi manutentori umanità, testacuoremuniti, astenersi perdigiorno’. Ma pare sia uno di quei lavori che non vuole fare più nessuno, lascia poco tempo libero per dedicarsi al suo opposto.

Rientra nella manutenzione ordinaria anche serbare consapevolezza che la democrazia non è cosa data una volta per sempre, quindi ne va sorvegliato di continuo il funzionamento, aggiornato spesso il software e l’antivirus. Fuori metafora, occorre capire come i suoi principi debbano necessariamente reinscriversi nei diversi frangenti della Storia.

Infine, poiché idee e azioni non sono disgiunte da un intimo sentire, esige cura ‘il sentimento democratico’, per dare cuore a un vero e proprio modo di stare al mondo o – per dirla con le alte parole di un poeta – affinché «sia grazia essere qui, / nel giusto della vita, / nell’opera del mondo» (Mario Luzi). Un sentimento da affidare a chi – volens nolens – di questo mondo si ritroverà erede. Quanto felice? 

 

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