Abbiamo avuto il piacere di farci raccontare la realtà di Rete Semi Rurali, un’associazione con sede a Scandicci che da anni si impegna nella salvaguardia della biodiversità agricola e nella riqualificazione delle aree verdi fiorentine. Abbiamo incontrato il referente dell’associazione, Daniel, per capire meglio come il loro operato stia contribuendo a rendere Firenze una città sempre più resiliente e vicina alla comunità.
Dalla terra al piatto: il valore della biodiversità, un seme per la comunità.
“Rete Semi Rurali nasce con l’obiettivo di preservare la biodiversità a tutti i livelli, dalla coltivazione alla tavola”, spiega Daniel, sottolineando come il valore di un seme si estenda ben oltre il raccolto. Dal nome stesso Semi Rurali traspare la ricchezza della diversità e la continua evoluzione custodita nel tempo. Attraverso la Casa dei Sementi e la partecipazione a progetti internazionali ed europei, l’associazione ha creato una vasta gamma di semi, perseguendo l’obiettivo della biodiversità agroalimentare.
Il sistema che sta alla base della “Casa dei Sementi” è un ingegnoso meccanismo partecipativo di prestito e restituzione che coinvolge attivamente i contadini. La semina riguarda principalmente cereali e legumi, e il processo garantisce un costante rinnovamento della semenza. Dopo due o tre anni, infatti, i semi perdono la loro produttività, ma grazie alla restituzione del 20% del raccolto da parte degli agricoltori, si innesca un ciclo di rigenerazione. Questa collaborazione reciproca è alla base di un sistema che valorizza la condivisione e la sostenibilità.
Parallelamente alla conservazione dei semi, Rete Semi Rurali promuove un approccio agroecologico attraverso una rete di aziende agricole, programmi di formazione e progetti di ricerca. “Ormai il trend per il 2050 prevede che tra il 70 e l’80% della popolazione mondiale vivrà nelle città. E quindi la città diventa una sorta di dimensione su cui sviluppare politiche ecologiche. Anche il cibo è importante in questo contesto”. Questa visione, riportata da Daniel, proietta l’importanza della biodiversità e dell’agroecologia anche nel contesto urbano.
Il progetto F’orti: quando la terra fa comunità
Tra le iniziative di Rete Semi Rurali, uno dei più importanti è F’orti, un progetto di orti comunitari nato dalla sinergia con la Società Toscana di Orticoltura. L’ambizione va oltre la semplice coltivazione di ortaggi: l’obiettivo primario è far germogliare relazioni umane autentiche e coltivare un forte senso di comunità. A differenza degli orti sociali tradizionali, che spesso assegnano appezzamenti individuali a specifici gruppi di cittadini, F’orti si basa sulla condivisione degli spazi. Qui, le persone coltivano insieme, trasformando la cura della terra in un fertile terreno per la socializzazione e la collaborazione. La scelta delle colture avviene collettivamente, superando la logica dell’interesse individuale per abbracciare la costruzione di un bene comune. Questo processo partecipativo, che nasce dal basso, vede la comunità autodeterminarsi nelle scelte su cosa e come coltivare, con l’intento di estendere questa dinamica positiva anche al di fuori dei confini dell’orto.
Come sottolinea Daniel, “Oggi, se ci fate caso, siamo tutti singoli, formichine, ognuno per la sua strada. Il senso di comunità magari si è perso. Ci guardiamo negli occhi: cosa vogliamo fare insieme? ci vogliamo divertire o no? Questa cosa affascina, perché si è persa”. In questo contesto, gli orti comunitari rappresentano una sfida stimolante per ricreare quel tessuto sociale che un tempo era più saldo e presente.
Tra le iniziative più significative portate avanti da Semi Rurali c’è F’orti, un progetto di orti comunitari nato in collaborazione con la Società Toscana di Orticoltura ed ha come obiettivo non solo quello di coltivare ortaggi, ma soprattutto di far germogliare relazioni e di creare un senso di comunità. A differenza degli orti sociali tradizionali in cui i terreni vengono assegnati a singoli cittadini, spesso a persone con difficoltà economiche o in pensione, gli orti comunitari diventano degli spazi condivisi dove le persone coltivano insieme.
La coltivazione del terreno diventa un pretesto per fare comunità. I terreni devono essere indirizzati verso un certo tipo di coltivazione che si sceglie insieme: non si coltiva più solo per sé stessi, ma per creare qualcosa di collettivo, in cui la comunità si autodetermina, definisce le proprie regole e cerca di aprirsi anche all’esterno. Gli orti comunitari sono visti come una sfida nel ricreare un senso di comunità che c’era una volta.
“Oggi, se ci fate caso, siamo tutti singoli, formichine, ognuno per la sua strada. Il senso di comunità magari si è perso. Ci guardiamo negli occhi: cosa vogliamo fare insieme? Ci vogliamo divertire o no? Questa cosa affascina, perché si è persa”, spiega ancora Daniel che chiarisce anche che il progetto F’orti poggia su tre pilastri fondamentali: le attività agricole concrete, il rafforzamento del legame comunitario e la creazione di reti esterne, coinvolgendo attivamente altri cittadini e realtà del territorio. Il Comune di Firenze, riconoscendo il valore intrinseco dell’iniziativa, ha formalizzato patti di collaborazione con le associazioni locali, aprendo le porte alla gestione condivisa di aree verdi pubbliche.
Una città che si riappropria dei suoi spazi
L’efficacia del progetto si misura anche nella sua capacità di intrecciarsi con il tessuto urbano. Inizialmente nato per i cinque quartieri di Firenze, oggi F’Orti ha attirato l’attenzione anche di privati cittadini e realtà esterne che desiderano avviare iniziative simili e che hanno a cuore il tema della biodiversità agroalimentare.
Nel Quartiere Uno, dove il verde scarseggia, la richiesta di spazi naturali è in forte crescita, diversamente dalla situazione nel Quartiere Quattro, che grazie alla presenza diffusa di aree verdi registra una domanda più contenuta. Un dato che conferma quanto l’accesso al verde urbano incida direttamente sul benessere percepito dai cittadini.
Daniel ci racconta: “Il chiostro della biblioteca Thouar, situata in piazza Tasso, è uno degli spazi più simbolici: lì, tra mura che hanno attraversato secoli di storia, oggi cresce una nuova comunità fatta di giovani, anziani, famiglie e persone di culture e vissuti diversi”. Un luogo che unisce passato e futuro, e che incarna quello spirito di rinascita e condivisione che, negli ultimi anni, sembra essersi smarrito.
Accanto ai progetti di orticoltura urbana nei quartieri, F’Orti continua a crescere, intrecciando relazioni e iniziative anche oltre i confini cittadini. Tra le novità più significative, l’apertura di un’area verde nei pressi della casa circondariale vicina al carcere di Sollicciano. Uno spazio destinato a coinvolgere detenuti in regime di semilibertà in attività agricole, offrendo percorsi di reinserimento sociale e professionale.
“All’inizio non è stato facile capire a chi rivolgersi – raccontano – ma una volta costruita la rete, è stato chiaro il potenziale di questo progetto”. L’associazione Rete Semi Rurali, oltre ad aver lavorato al progetto degli orti comunitari, è coinvolta anche nel programma Horizon, finanziato dall’Unione Europea, che mira a mettere in rete le città impegnate in politiche di cibo sostenibili. In parallelo, è in corso la costruzione di un biodistretto locale, con l’obiettivo di creare una governance condivisa e trasversale sul tema agroalimentare. Si tratta di un’iniziativa che tocca diversi ambiti: il diritto al cibo, la lotta allo spreco alimentare – che in Italia riguarda circa un terzo della produzione agricola -, l’educazione alimentare nelle scuole, il supporto alla ristorazione scolastica e sociale.
Particolare attenzione è data alla filiera: dalla trasformazione dei prodotti alla loro distribuzione, spesso ancora oggi poco sostenibile. “Se un prodotto locale finisce per essere trasformato in Cina e poi reimportato, non possiamo parlare di chilometro zero”, spiega. Da qui nasce l’impegno per filiere realmente etiche, locali e attive nel territorio.
Non manca lo spazio per la ricerca: da attività sul campo che sperimentano varietà di grani più resistenti ai cambiamenti climatici, a progetti dedicati alla selezione di sementi adatte ai diversi ecosistemi. Tutti questi saranno al centro del festival 72 ore di Biodiversità, in programma il 22, 24 e 25 maggio tra le scuole fiorentine e il Castello dell’Acciaiola a Scandicci. Un evento diffuso, nato in occasione della Giornata Internazionale della Biodiversità, che vedrà alternarsi laboratori per bambini, mercati agricoli, workshop su panificazione, birrificazione e saponeria artigianale, incontri istituzionali e momenti musicali.
Tre giorni per toccare con mano quello che spesso resta nei discorsi. Per riscoprire il legame con la terra, ma anche tra le persone. Per capire che la biodiversità non è solo un valore ambientale da preservare, ma un principio sociale e che coltivare insieme, oggi più che mai, può essere un atto radicale di cura per il futuro.
Domande finali
Ha un libro inerente al tema della biodiversità che vuole consigliare ai lettori?
Consiglio Agroecologia, Sovranità alimentare e resilienza dei sistemi produttivi di M.A. Altieri, C. Nicholls e L. Ponti, pubblicato dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. È un testo fondamentale per comprendere come costruire sistemi agricoli più equi, sostenibili e resistenti. Aggiungo anche L’orto biologico di Mimmo Tringale, edito da Demetra: un manuale pratico per chi vuole iniziare a coltivare in modo naturale, rispettando la stagionalità e la biodiversità.
Se dovesse descrivere la biodiversità con una sola parola, quale sceglierebbe?
Resilienza. Perché la biodiversità è ciò che permette agli ecosistemi di adattarsi, evolversi e resistere agli shock. Senza diversità biologica, ogni sistema – agricolo o naturale – diventa fragile.
C’è uno spazio divulgativo o una realtà che reputa significativa nel campo?
Credo che la Società Toscana di Orticultura (STO) svolga un ruolo importante nella divulgazione e formazione. Organizza corsi, eventi e attività sull’orticoltura e sul giardinaggio urbano, offrendo strumenti concreti a cittadini e appassionati. Tra l’altro, STO è anche partner nel progetto F’Orti, che promuove orti urbani come spazi educativi e inclusivi.