Si può raccontare la storia di un paese, l’Irlanda del Nord, da un osservatorio insolito e puzzolente come quello di una friggitoria? Me lo domandavo e la cosa mi incuriosiva. Ebbene Michelle Gallen lo ha fatto e anche molto bene, con un romanzo d’esordio – “Grande ragazza, piccola città” (edizioni Keller) – che ha sorpreso il pubblico e messo d’accordo la critica. “Una voce fresca, provocatoria e toccante”, dice Miriam Keys.
Protagonista è Majella O’ Neill, una ragazza di 27 anni, dura e tenera, che vive con una mamma alcolista e il ricordo di un padre affettuoso, scomparso nel nulla, che ha lasciato un grande vuoto e molti interrogativi. È sola, ma non se ne cruccia, lavora duramente fra la gente che viene a mangiare in friggitoria, avventori spesso anche loro soli e problematici. Potremmo dire senza la speranza di un futuro fuori dalla cittadina di Aghhybogey. Un luogo inventato ma realistico, come realistica è tutta la storia.
Dunque, un romanzo femminile nel senso meno convenzionale, che dà voce a una protagonista che sfugge dagli stereotipi e racconta il disagio di essere una donna, per di più obesa, in una realtà provinciale che giudica, isola e soffoca. Più che insistere sui dettagli estetici, il romanzo sembra costruirla attraverso il suo portamento: solitaria, trattenuta, antisociale agli occhi degli altri, poco interessata a piacere.
Sullo sfondo, però, c’è soprattutto un’Irlanda segnata da divisioni politiche, tensioni sociali, povertà culturale, alcolismo e memorie di violenze irrisolte. Il ricordo delle bombe, degli arresti e attentati è sempre lì. Il libro mostra bene come il corpo femminile, la famiglia e persino i desideri individuali diventino campi di controllo dentro una società ancora ferita dalla storia e molto poco indulgente verso chi non si conforma. Ma lei non se ne preoccupa e va avanti per la sua strada “… sfarfalla le dita e si dondola avanti e indietro…”, l’unica cosa che la madre non tollera e le inibisce.
“Grande ragazza, piccola città” è un romanzo feroce, ironico che racconta una giovane donna fuori dagli schemi senza ridurla mai a uno stereotipo. Più che dell’obesità, parla di vergogna, desiderio, classe sociale, famiglia e del peso di crescere in un’Irlanda periferica, dura e ancora attraversata dal ricordo dei “Trubles”. Ne esce un ritratto lucidissimo della marginalità, ma anche una voce ribelle, intelligente e sorprendentemente vitale.
Sottolineo l’uso di una lingua mimetica e quotidiana piena di ritmo orale. L’autrice mescola registri diversi adattati in italiano nella traduzione di Elvira Grassi, che ha fatto un lavoro impegnativo e originale. Umorismo nero diffuso nel testo che si alterna a momenti tragici e spesso li sottolinea con effetti tragicomici e spiazzanti. Sì: uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio la lingua, così originale, aspra e vitale. È una lingua fortemente incarnata, antiletteraria solo in apparenza, perché dietro la rudezza c’è un lavoro molto preciso su cadenze, umorismo e voce.
Proprio questo stile dà forza alla protagonista: la rende molto vitale e insofferente, con un’energia notevole e la capacità di guardare oltre la friggitoria, oltre la cittadina, oltre l’Irlanda. Un romanzo che vi consiglio vivamente, con una grande apertura sulla vita e sul futuro.
