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I fratelli Meraviglia, due eroi in incognito

Fedele alla sua prerogativa di saper tessere storie con i fili della Storia, Matteo Cavezzali è in libreria con il nuovo romanzo “I fratelli Meraviglia” (Mondadori). Un racconto costruito sulla scorta di memorie familiari, ma non solo.

Siamo nella provincia romagnola degli anni Trenta, XI anno della cosiddetta era fascista. Alfredo e Franco sono due fratellini nati a distanza di due anni l’uno dall’altro. Molto legati tra loro, per quanto di temperamenti opposti. Alfredo, posato e riflessivo; Franco, fin troppo esuberante.

Vivono sereni, tra la campagna e il mare, in una famiglia di modeste condizioni, ma dove mamma Jole li educa a quella dignità e modo d’essere che prescindono da quanti soldi si abbia in tasca: «“Se siamo poveri, almeno dobbiamo far vedere che siamo gente per bene” ripeteva in continuazione ai bambini, per essere sicura che il concetto gli entrasse in testa. E aveva funzionato, tanto che nel borgo li chiamavano “i fratelli Meraviglia”, con un tono tra l’ammirato e l’invidioso, perché erano belli e sempre in ordine […]».

Alfredo e Franco crescono così, tutto sommato felici, in un mondo che è difficile immaginare diverso. Le angherie e le scemenze del fascismo (raduni, marce, Figli della Lupa, Balilla, Libro e moschetto) paiono cose normali. Anche se Franco dà spettacolo davanti ai compagni di scuola nel cantare il motivetto di Faccetta nera con più prosaiche rime: «Pancetta vera / Bella grassina / Aspetta e spera che già il pranzo si avvicina».

 È una mancanza di rispetto al duce e alla patria, lo redarguisce il maestro Rietti prendendolo per un orecchio e assestandogli tre colpi con la stecca di castagno. Quel maestro Rietti che, nonostante il suo fervente credo di Patria Famiglia e Dio, verrà da lì a poco rimosso dall’insegnamento in quanto ebreo. È questa l’Italia fascista, anzi fasèsta, come diceva mamma Jole con spiccato accento romagnolo.

In pochi anni, quanto basta per passare dall’infanzia all’adolescenza, la vita dei fratelli Meraviglia viene segnata da due disgrazie: una famigliare, la morte del padre; una universale, la guerra, ma che, come in tanti altri casi, diventa pur essa sventura di famiglia.

La morte di babbo Angelino avviene del tutto inaspettata. Era uscito in bicicletta per andare al mercato a vendere due polli e raggranellare qualche soldo. Forse assalito da un cane, cade, batte la testa su una pietra e muore, «non sarebbe più tornato a casa lanciando il cappello sulla sedia, fischiettando qualche canzone della radio».

In quella circostanza anche Franco diventa pensoso: «Si può morire per una cosa da niente, che davvero viene da chiedersi che valore abbia la vita. Allora sembrò sfortuna. Quando sette anni dopo scoppiò la guerra, quella domanda parve trovare risposta: la vita non aveva più alcun valore».

Eh già, la guerra. Compiuti i diciott’anni Alfredo deve partire soldato. All’inizio scrive lettere a casa, ma da un certo punto in poi non arrivano più notizie: «L’ultima lettera di Alfredo era arrivata tre mesi prima. Breve, come sempre. Poi, più niente. Intanto era scoppiata la guerra, e andava avanti come un treno che passa ogni notte, a cui nessuno fa più caso. Franco era il suo fratello più giovane. E aveva un’idea fissa. “Lo troverò” diceva. “Succeda quel che succeda. Lo troverò.” E quando lo diceva, stringeva i pugni come se il mondo intero non bastasse a fermarlo».

Franco, dunque, inizia la sua ostinata ricerca del fratello. Sono i giorni dell’armistizio. Attraverso un’Italia allo sbando dove è difficile stabilire chi siano i nemici, arriva in Veneto. Poi, arrestato, finisce in un campo di lavoro a Danzica; riesce a scappare e raggiungere Berlino. Vede città devastate, orrori, luoghi e situazioni che diverranno storia. E ad altrettante efferatezze assiste Alfredo che, per niente disponibile a schierarsi con i nazifascisti, viene deportato a Bergen-Belsen.

Per tessere il racconto di questa storia nella Storia, l’autore ha fatto ricorso a una sorta di reliquiario domestico: lettere, fotografie, diari conservati dalla nonna in un baule. Unico arredo che la vecchia Ivana si è portata appresso nella residenza per anziani, perché lì dentro – dice al nipote – c’è tutta la sua memoria.

È nato così un film in bianco e nero su due eroi in incognito (tali sono spesso gli umili) che hanno attraversato il loro tempo con la forza dei legami di sangue, con la fierezza di quel nomignolo, Meraviglia, che li ha resi per sempre belli e impeccabili, anche quando, come accadeva da bambini, «la terra della strada si infilava nei calzini e le ginocchia si sbucciavano sulla ghiaia». 

***

«Mi annoio, qui. Sono tutti vecchi» disse lei, che di anni ne aveva novantatré, guardandosi attorno con aria stranita. «Sono tutti sordi, non capiscono un cazzo.» Tra le novità di questa sua nuova vita in casa di riposo c’erano le parolacce. Non le aveva mai dette. «Mi hai portato del cioccolato? Non potrei mangiarlo, ma cosa vuoi che mi faccia? Se tiro i zampetti, di sicuro non diranno che mi ha ucciso la balia!»

Al suo sorriso mancavano diversi denti, era tenero e allo stesso tempo un po’ tetro. Mi ero seduto davanti a lei. Ivana mi guardava e annuiva, anche se pareva non sentire quello che le dicevo.

Le sue mani erano solcate da un reticolo di rughe, il volto era segnato come il delta di un fiume ormai privo di acqua. Stava seduta con una camicetta chiara e lo sguardo basso, concentrata sulle carte. Teneva le gambe, su cui era raggomitolato un gattino maculato, distese davanti a sé. Ai piedi, un paio di pantofole di feltro. Sul tavolo le carte da briscola erano disposte in solitario, e lei, di quando in quando, ne estraeva una nuova dal mazzo e la inseriva nel delicato mosaico.

La memoria le stava scomparendo. La sua mente, che un tempo era stata una roccia su cui erano scolpiti i ricordi, si stava sgretolando in sabbia. Però mi aveva riconosciuto. Le avevo detto che l’avrei portata in un luogo dove sarebbe stata più a suo agio.

Lei aveva alzato le spalle noncurante, poi aveva indicato un piccolo baule di legno. «Prima devi guardare lì dentro.»

Questa storia inizia con quel piccolo baule di legno. Era l’unico mobile che Ivana aveva voluto portare con sé in casa di riposo. Prima stava nel suo soggiorno, lo usava come un tavolinetto, ci teneva sopra le bollette da pagare, le chiavi e una minuscola pianta grassa. Adesso era lì, dietro la porta, coperto di polvere.

«Lì c’è la mia memoria» disse indicandolo.

«La tua memoria, Ivana?» le chiesi sorpreso.

«C’è qualcosa che non ti ho mai detto. Ed è il momento che tu lo scopra, prima che io me ne dimentichi. È tutto lì dentro.»

«Di cosa parli?»

«Tu sei giovane, sei più veloce, ma io che sono anziana conosco la strada. Fidati di me.»

Nel baule c’erano un taccuino e un quaderno dalla copertina nera. Con le pagine ricoperte di una scrittura fittissima. E una lettera ingiallita dal tempo, datata 8 luglio 1943. Era stata scritta da Ivana, quando aveva diciotto anni.

Mio caro Alfredo,

il mio cuore spera ancora che tu sia vivo, ed è certo che queste parole in qualche modo ti cercheranno per me e ti raggiungeranno. Oggi ho passeggiato lungo il fiume con tua madre, e parlavamo di te. Sono così tante le cose che avrei da dirti. Ho un cassetto pieno di lettere che ti ho scritto, ma che non ho potuto mai inviarti. Cose che avrei voluto sussurrarti quando ancora eri qui, ma mi mancava il coraggio. Solo scrivendo riesco a pronunciare il mio amore per te, che è così grande da non poter essere contenuto in queste righe, come gli scogli del molo non possono dare confini al mare.

Ma ora dove sei? Cosa fai? Perché non torni da me? Mi fai preoccupare. Mi dispiace usare parole dure con te, ma sappi che il nostro fidanzamento non può durare in eterno se tu non rientri. Io ti aspetto con il cuore in mano, e anche tua madre, che versa lacrime ogni sera. Ma tu, se puoi leggere questa lettera, devi tornare al più presto.

Con rinnovato amore,

tua Ivana

Non avrei mai sospettato che Ivana nascondesse uno spirito così romantico né che sapesse scrivere così bene. Aveva dei misteri che aveva tenuto nascosti a tutti.

In quel baule avrei trovato alcune delle risposte che stavo cercando.

 

[da I fratelli Meraviglia di Matteo Cavezzali, Mondadori, 2026]

 

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