La violenta alluvione del 4 novembre 1966, una Firenze inginocchiata nel fango, fragile, deturpata nella sua bellezza, trasformata, nei “lineamenti” e nella geometria, dall’acqua che, salendo, aveva cancellato strade, linee di case e palazzi, punti di riferimento, come testimonia l’opera in copertina Florence in Flood, 1966 dell’artista scozzese David Cass, rientrante nel progetto Perimetri Perduti, realizzato nel 2016 per il cinquantesimo anniversario dell’alluvione.
È in questo scenario, e prendendo come riferimento temporale proprio i cinquant’anni dalla sciagura, che Marialuisa Bianchi innesta il suo racconto, Il diluvio degli innocenti (Marsilio), con un centro di gravità, l’Istituto degli Innocenti, dove nasce un legame tra le due protagoniste, Anna Maria, educatrice, e Donatella, nocentina abbandonata in istituto da una madre che lei ha aspettato per tutta la vita. Tra le due si crea un legame fortissimo, una specie di cordone ombelicale spirituale, che si intreccia con altre storie e, in particolare, con quella di Iacopo, che trascina con sé Anna Maria nell’avventura degli Angeli del Fango, facendo vacillare quel rapporto così speciale.
Tra vicissitudini varie, il romanzo è, quindi, un racconto a due voci, quelle delle due protagoniste, che portano chi legge fin dentro il terrore provato, il fango, gli afrori, la desolazione e la distruzione di una città che ha perso 35 vite – e non di più solo perché il 4 novembre era la Festa delle Forze Armate, una ricorrenza celebrata fino al 1976, per cui le scuole erano chiuse, e soprattutto erano chiuse le botteghe sotterranee degli artigiani – e che ha rischiato di perdere il più grande patrimonio culturale e artistico dell’umanità.
Marialuisa Bianchi accompagna il lettore nei luoghi, nei sentimenti di paura e sospensione di chi ha vissuto la tragedia, tra i pensieri, le preghiere, ma anche tra l’ironia dei fiorentini come reazione alla tragedia, non tralasciando le tradizioni e le usanze a supporto del verosimile, in un viaggio che continua tra i tanti giovani volontari arrivati a Firenze da ogni parte d’Italia e del mondo per aiutare la città a rialzarsi, denominati “Angeli del fango” dal giornalista del Corriere della Sera Giovanni Grazzini, e che hanno dato un grande esempio di solidarietà spontanea, gettando le basi della moderna Protezione Civile, perché salvarono libri e opere d’arte che altrimenti non sarebbero arrivate alle generazioni future.
E tra il fango e l’olezzo di nafta, Marialuisa Bianchi, come poche, alterna la Storia documentata all’altra storia, personale e intima, delle due protagoniste, ma sempre con quell’operazione che le permette di avvicinarsi al verosimile, arricchendo il contenitore storico di umanità e sensibilità, senza risparmiare la denuncia di una politica assente e indifferente rispetto alla tragedia, riallacciandosi all’attualità, al cambiamento climatico in atto, richiamando alla responsabilità i Governi e i singoli cittadini. Bellissima la metafora costruita intorno a quello che diventò simbolo del disastro, il Crocifisso di Cimabue: l’autrice paragona l’occhio sinistro di Cristo, chiuso, con la cecità delle istituzioni.
In fondo, Marialuisa Bianchi, come nei precedenti romanzi, si affianca alle donne, presentandoci il punto di vista femminile, che ruota intorno alle mancanze, all’abbandono, al delicato tema dell’adozione, all’Amore che è strabordante come l’Arno e distruttivo come le sue acque. Amore di figlie che, ognuna a modo suo, si sentono abbandonate, amore tossico per uomini sbagliati, ribellioni per cercare sé stesse, rabbia e tanto dolore, ma anche tanta voglia di farcela, perché, proprio come ha fatto Firenze, è possibile rialzarsi. Ma in questo marasma di negatività, c’è una luce, data dalla mano tesa verso l’altro o verso qualcosa: Anna Maria verso Donatella, e viceversa, Don Piccini verso i nocentini, gli “Angeli del fango” verso la città, i suoi abitanti e il suo patrimonio culturale, tutti innocenti, ma con l’iniziale minuscola, un gioco di parole con il nome dell’istituto, utilizzato ad hoc nel titolo dall’autrice che, ancora una volta, con lo sguardo rivolto al margine, si schiera dalla parte degli ultimi per riportarli al centro del foglio.
