Il Gioco dell’Oca è una metafora, traccia le tappe della vita umana, fatta di ostacoli, di vicissitudini, e di caselle, 63, 64 precisamente. Ogni casella può nascondere un ostacolo, imprevisto o una fortuna, l’oca. Si gioca a dadi, si tenta la casella 64, il Giardino dell’Oca.
Ma la storia che si racconta ne “Il Gioco dell’Oca” (PAV Edizioni) non è un gioco e non è nemmeno un’invenzione letteraria. Ci sono delle caselle, sì, e sono i punti di luce e di ombra di un percorso difficile di ricerca, di smarrimento e di rinascita.
La storia di Monica e di Federica, una mamma e una figlia che si raccontano, confrontandosi entrambe con una “Bestia che si avvinghia […], non lascia spazio, non dà tregua” (cfr. p. 72); entrambe con una versione della realtà, con una verità. Entrambe con la fine di una storia che è solo l’inizio, l’inizio della rinascita.
Perché l’anoressia si insinua e insidia, non è evidente, crea alibi e giustificazioni. Il corpo diviene una prigione ed il rifiuto del cibo il sintomo di una sofferenza simbolica. Non è solo una patologia fisica, ma l’espressione di un malessere profondo, spesso legato alla percezione del sé e del sé nello spazio sociale.
Nella narrazione a due voci di Monica e Federica questi aspetti si intersecano e in un certo qual modo dialogano, accompagnando il lettore nel lungo e complesso percorso della consapevolezza, dell’accettazione di un supporto, un aiuto e dell’inizio di una rinascita, la cura.
Questi “flussi di coscienza” di madre e figlia, che poi diventano “dialoghi riflessi”, mettono a nudo più di dieci anni di vita tormentata e provata dall’anoressia nervosa, una diagnosi che -ad un certo punto delle vite – squarcia il velo di Maya, l’illusione ingannevole degli alibi della malattia. E diviene reale. Diagnosi: anoressia nervosa.
Da questo momento Monica e Federica, nelle loro umanità, trovano risposte alle domande, a volte, domande coraggiose o domande disperate. Pur sempre dettate da un’urgenza: trovarsi di nuovo. Ri_trovarsi.
C’è un momento in cui Federica, siamo a p. 179, si misura con la scelta della cura “Sono io che ho scelto di venire [..], sono io che ho bisogno di loro. Sono io… Ma poi ritorno ad essere divisa, tra voglia e la paura di andare avanti, tra il desiderio di liberarmi di una malattia che mi fa da scudo, che mi permette di non sentirmi fragile e l’attrazione verso le promesse di questa stessa malattia”. In questa dichiarazione di umana fragilità c’è la divisione netta che la malattia provoca nella persona, divisione fra il corpo, che diviene sintomo, e la mente, che cerca difese, ma è come in gabbia.
Questo stato d’animo, e in letteratura e in studi scientifici, è ricondotto ad un malessere psicologico, correlato alla bassa autostima, al perfezionismo, alla difficoltà di gestire le emozioni, ad una forma quasi di ribellione, che sfocia nell’ ossessione del corpo”. La sincerità con cui Federica riconosce le due sé, dal punto di vista narrativo è estremamente efficace; giunge al lettore e alle lettrici con quella genuinità tipica di chi si è affidata perché vuole avere una scelta, smettere di sentirsi prigioniera. Riconosce chi la aiuterà.
Ecco, questo è un messaggio importante, che ha bisogno di essere trasmesso, senza genere. L’anoressia non ha genere. È una malattia che si insidia e diviene cattiva nel giudizio e nello specchio. È una malattia. La prima cosa da fare è prenderne atto. Questo momento, all’interno della narrazione, è un momento importante, molto doloroso, ma il primo passo verso il riconoscersi.
E se Federica è la figlia che cade e prova a rialzarsi, Monica è la madre che, tra i momenti di rabbia, stanchezza, tenacia, delusione, è lì, ferma, a difendere il proprio cucciolo, a volerlo vedere ancora, ancora come “la carezza rubata quando era piccola, la dolce e calda sensazione di quando la nutriva al seno”.
Perché Monica ha un rapporto speciale con la vita, la accoglie alla nascita, accompagna le mamme nel momento del parto “è ancora per me un momento magico, pieno di emozione, di tensione, mai come in quel momento vita e morte si avvicinano” (cfr. p. 125) Forse l’urlo che spesso dichiara, di tristezza, di rabbia, di stanchezza “vuoi vivere?” “questa è vita?” non è solo di mamma, ma è di chi vede la meraviglia della vita e non può lasciarla andare.
Questo libro è potente, si legge e va dritto al cuore; è scritto con delicatezza e forza insieme, la delicatezza e la forza tipiche delle donne che non si arrendono e sanno essere solidali fra loro. Ma sanno anche riconoscere le caselle di questo gioco dell’oca in cui si cade e ci si rialza ed in questo percorso, a lato, ognuno con il proprio contributo, i volti di una grande famiglia estesa: il babbo Riccardo, la sorella Eleonora, la Dott.ssa Daniela, l’Equipe del centro e molti altri (Monica e Federica dedicano a questo la sez. Ringraziamenti).
Sanno “raccontare, senza false promesse, un percorso difficile, che forse ha un inizio, ma che non ha fine, perché ciò che ci accade ci rimane dentro e ci rende più forti, anche se talvolta sembra persa”, scrive la Dott.ssa Daniela Pecchi nell’Introduzione. Lei che di questa storia è una casella importante.
Voglio essere chiara, non è una storia sulla malattia, bensì su come essa trasforma i corpi e le anime, e su quanto le relazioni ed i rapporti siano importanti per giungere alla cura. Non parla la malattia, nel libro, parlano le persone; non è importante la malattia, sono importanti le persone.
E allora a che cosa serve un libro? A chi serve un libro? Ce lo chiediamo sempre, noi che leggiamo, noi che raccontiamo i libri degli altri, ma in questo caso, più che in tanti altri, la risposta la suggerisce Federica “Per chi vorrà leggerlo”. Certo, per chi vorrà leggerlo, ma non solo, anche per chi ha bisogno che sia letto, che sia raccontato, che diventi uno strumento di sensibilizzazione, non sulla malattia, no. Su come si riconosce, su come i genitori si possono mettere in ascolto e possono accompagnare i propri figli, su come si offre un aiuto e su come si accetta. Su come ci si guarda allo specchio e ci si riconosce.
A margine del 15 marzo, Giornata del Fiocchetto Lilla, ricorrenza nata per sensibilizzare sui disturbi del comportamento alimentare, leggiamo “Il Gioco dell’Oca”. Leggiamolo per noi, perché a prescindere dall’anoressia, è un libro sui rapporti umani, sulla solidarietà e sulla determinazione a non arrendersi mai.
