A Gaza, da tempo, non è più vivere, ma sopravvivere: a bombardamenti, fame, paura. Ogni giorno, altro non è che una resistenza alla disperazione, un’affannosa volontà di vita nonostante tutto. Questo cerca di professare anche il protagonista del romanzo “Il libraio di Gaza” scritto da Rachid Benzine, pubblicato in Italia da Corbaccio con la traduzione di Lucia Corradini Caspani.
Nelle note che ne promuovono la lettura viene definito “il romanzo che ha commosso gli editori di tutto il mondo”. Già tradotto in undici paesi, è uno dei libri più attesi al prossimo Salone del Libro di Parigi. Racconta del fotografo Julien Desmanges, inviato a Gaza per conto di un’agenzia francese. A lui sono richieste soprattutto immagini di “bambini in lacrime in mezzo alle macerie, i soldati feriti vicino a un carro armato, gli edifici squarciati dai razzi”. Non è certo raro trovarsi dinanzi a queste scene.
Julien, però, vorrebbe anche documentare come in quel teatro di non-vita, la vita provi a darsi la normalità perduta. Approfitta così di una giornata di tregua dai bombardamenti per addentrarsi nella parte di città un po’ meno devastata, dove una parvenza di quotidianità si ostina ad esistere. Scorge così un uomo seduto fuori dalla sua bottega, “la vetrina circondata da centinaia di libri, la porta aperta su migliaia d’altri. E altre centinaia posate direttamente sul marciapiede, su un telone moribondo”. Costui è tra coloro che resistono alla disperazione. Si chiama Nabil, e “ogni mattina apre la sua libreria sotto le bombe”.
Julien si avvicina e chiede se può fotografarlo. Nabil acconsente, ma a patto che prima ascolti la sua storia, perché non avrebbe senso ritrarre una persona ignorandone il vissuto. Chi e cosa egli ha amato, gli ideali, l’impegno e la disillusione, gli entusiasmi e la sofferenza. Un’esistenza, comunque, sempre accompagnata dai libri. In essi ha trovato interrogativi, risposte, giudizio, conforto. Ogni svolta della sua vita è andata a coincidere con pagine di libri. Al punto che ascoltare la storia di Nabil è come sfogliare nuovamente quelle pagine, e ad ogni voltata avvertire il fruscio della speranza, il rifiuto all’arrendevolezza. Questo sta a significare la foto di Nabil che sotto le bombe di Gaza persiste ad esporre libri. Più che altro per regalarli. Nel caso qualcuno trovasse nelle loro pieghe un barlume di fiducia, almeno quanto basta oggi per domani.
***
Una giornata come tante. Ieri, due attacchi hanno ucciso quattro ragazzi, colpevoli unicamente di giocare a pallone sulla spiaggia. Ti svegli nella stanza che ti hanno assegnato il giorno prima, nello stesso albergo dove alloggia una parte della stampa internazionale. Avresti preferito stare a casa di qualcuno, ma la tua agenzia ti ha convinto a privilegiare la sicurezza. I quartieri che si salvano sono veramente pochi, e intere famiglie scompaiono perché abitano, senza saperlo o perfettamente consapevoli, in prossimità di un gruppo clandestino. I bombardamenti chirurgici risentono spesso degli errori medici.
L’ennesima tregua dovrebbe lasciarti qualche giorno per catturare istanti di quotidianità, le foto che ami, scevre di sensazionalismi. Il tuo capo invece preferisce i bambini in lacrime in mezzo alle macerie, i soldati feriti vicino a un carro armato, gli edifici squarciati dai razzi. La vita banale non piace ai giornali.
Esci dall’albergo. È mattina. Troppo presto, o forse tardi, chissà. Qui il tempo non gira come altrove, lo dicono tutti, qui accelera o rallenta, invischiato in un’attesa interminabile. E tutt’a un tratto fila via.
[…]D’improvviso, ti trovi in uno dei quartieri devastati. Sembra l’inferno sputato dalle viscere della terra. Una discarica a cielo aperto. Tutto ciò che la guerra vomita, distrugge, seppellisce, ridotto in niente. Facciate esplose, sventrate come carcasse di animali uccisi. Budella di cemento che penzolano, contorte, sparse sui marciapiedi. Le case non sono altro che casse toraciche fracassate, come se fossero implose in mille pezzi. Balconi incastrati nell’edificio di fronte. Come serpenti morti, pezzi di cavi ciondolano miseramente, le tubature si svuotano sulle facciate. Le finestre sono occhi vacui, voragini che guardano senza vedere niente. Tutto sembra urlare. Urlare senza motivo. I marciapiedi sono un mare di macerie, pezzi di cemento polverizzati, travi rotte, come se un gigante avesse schiacciato la città sotto i suoi piedi. Le automobili, o quel che ne rimane, sono bruciate, carbonizzate, incastrate nelle rovine, come barche arenate. Bandiere lacerate raccontano un’attesa sbeffeggiata. Un po’ di rosso, un po’ di verde, accostati a caso, brandelli di carne penzolanti. Graffiti senza speranza agonizzano sui muri sgretolati. Niente ha più senso. È un cimitero dove sembrano perdersi anche le ombre.
A ogni angolo di strada, qualcosa attira lo sguardo. Qui un portone azzurro rimasto intatto, là un lampione piegato. Più lontano, una bicicletta abbandonata contro un pezzo di muro che non esiste più. Ogni cosa al suo posto, ma irrigidita in una logica dell’assurdo, tutti elementi di un inventario che hanno perso la loro funzione, la loro utilità, la loro ragion d’essere. Passi davanti a un edificio squartato, i piani schiacciati l’uno sotto l’altro. I tramezzi demoliti svelano interni esposti alla furia degli elementi, lo squarcio, offerto ai passanti, di una vita rubata. Un divano ribaltato. Una tenda continua a fluttuare, sospinta dai capricci delle correnti d’aria. Un quadro in mille pezzi, a terra. La foto di un avo con la kefiah sfida il tempo. I marciapiedi sono ingombri dei materiali più disparati. Blocchi di cemento, schegge di vetro, una sedia di plastica che non sta in piedi perché ha le gambe fuse. Un secchio arrugginito colmo di detriti, di giocattoli, un peluche sventrato. Gli alberi, quando non sono sradicati, sono mutilati, con i rami strappati. Un avvertimento. Una minaccia nemica.
Eppure, si continua a vivere. Un teatro di infelicità e follia, un ballo grottesco dove i vivi non sono ormai più vivi, ma non sono neppure morti. Si trascinano tra le rovine come fantasmi, con l’aria di chi ha visto di tutto, ha perso tutto, e non aspetta più altro che la fine. E invece continua. Bisogna pur vivere, mentre si aspetta. I bambini corrono, e ridono, ancora e sempre. Sanno già tutto della morte. Basta un vecchio pallone sgonfio, ed eccoli zigzagare in mezzo alle macerie. È un campo da gioco come tanti, magari anche più ricco, perché a volte vi si trovano dei tesori.
Gli adulti si accalcano negli angoli, dandosi da fare, o quanto meno provandoci. I veli delle donne fremono appena, mescolandosi alla polvere e alla cenere. Ci sono ancora famiglie che si siedono davanti a quel che resta della loro casa, come se niente fosse cambiato. Sedie, cuscini, un vassoio da tè posato su un tavolo in disarmo. Parlano a voce bassa. Tutto è frammentario: briciole di conversazione, bocconi dimenticati, cocci di ricordi sepolti. Quanti momenti rubati al tempo che passa, in questa paradossale devastazione. A volte, uno di loro si alza in piedi e scava freneticamente tra i detriti per ritrovare un non-so-cosa divenuto tutt’a un tratto indispensabile.
avo con la kefiah sfida il tempo. I marciapiedi sono ingombri dei materiali più disparati. Blocchi di cemento, schegge di vetro, una sedia di plastica che non sta in piedi perché ha le gambe fuse. Un secchio arrugginito colmo di detriti, di giocattoli, un peluche sventrato. Gli alberi, quando non sono sradicati, sono mutilati, con i rami strappati. Un avvertimento. Una minaccia nemica.
Eppure, si continua a vivere. Un teatro di infelicità e follia, un ballo grottesco dove i vivi non sono ormai più vivi, ma non sono neppure morti. Si trascinano tra le rovine come fantasmi, con l’aria di chi ha visto di tutto, ha perso tutto, e non aspetta più altro che la fine. E invece continua. Bisogna pur vivere, mentre si aspetta. I bambini corrono, e ridono, ancora e sempre. Sanno già tutto della morte. Basta un vecchio pallone sgonfio, ed eccoli zigzagare in mezzo alle macerie. È un campo da gioco come tanti, magari anche più ricco, perché a volte vi si trovano dei tesori.
Gli adulti si accalcano negli angoli, dandosi da fare, o quanto meno provandoci. I veli delle donne fremono appena, mescolandosi alla polvere e alla cenere. Ci sono ancora famiglie che si siedono davanti a quel che resta della loro casa, come se niente fosse cambiato. Sedie, cuscini, un vassoio da tè posato su un tavolo in disarmo. Parlano a voce bassa. Tutto è frammentario: briciole di conversazione, bocconi dimenticati, cocci di ricordi sepolti. Quanti momenti rubati al tempo che passa, in questa paradossale devastazione. A volte, uno di loro si alza in piedi e scava freneticamente tra i detriti per ritrovare un non-so-cosa divenuto tutt’a un tratto indispensabile.
Stupefatto, oltre che sconfortato, risali verso un quartiere meno colpito, a quanto pare più commerciale.
E mentre sei travolto dallo sgomento lo vedi proprio lì in mezzo, tra un panettiere e un ciabattino. La vetrina circondata da centinaia di libri, la porta aperta su migliaia d’altri. E altre centinaia posate direttamente sul marciapiede, su un telone moribondo.
[da Il libraio di Gaza di Rachid Benzine, trad. di Lucia Corradini Caspani, Corbaccio, 2025]
