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Il sole nelle pozzanghere. Riparare cose per riparare persone

Le botteghe dei rigattieri sono un mondo. Un labirintico mondo di oggetti che racchiudono storie, ricordi, età; una Babele olfattiva e di voci che paiono volersi raccontare, come a chiedere un supplemento di vita. Quelle cose sono lì, assiepate, ad evocare esistenze oggi dismesse, ma che, appunto, sono state vita. Ne ha piena consapevolezza il signor Pi, protagonista del romanzo di Matteo Bussola “Il sole nelle pozzanghere” (Einaudi). Pagine lievi che procedono per pensieri, stati d’animo. Un racconto per chi ama fiabe credibili.

Il signor Pi, ogni mattina alle otto e dieci in punto (quei dieci minuti sono un ritardo calcolato a beneficio dell’idea che le cose importanti debbano avere un’attesa) apre la sua bottega di rigattiere in una stradina secondaria della città. Con gesti ponderati, come quando ci si accinga a fare qualcosa non per costrizione ma per scelta, china il corpo esile a sollevare la saracinesca, gira la chiave nella porta a vetri, supera il bancone (non una barriera, ma uno schermo alla riservatezza) ed entra in quel piccolo universo di memorie. Che tali sono gli oggetti verso cui egli esercita quotidiana dedizione. Tiene persino un quaderno dove sono annotate le storie di quegli oggetti; spesso storie di sofferenza, che a maggior ragione non devono essere dimenticate.

Gli abitanti del quartiere lo chiamano “il vecchio delle cose rotte”. In realtà lui ripristina cose usate affinché non vadano perdute, tornino a far parte dell’oggi. Il signor Pi si assume ciascuna di quelle memorie finché non giunga la persona giusta cui affidarla; così che – al pari di quanto accade nella grande storia del mondo – a memoria possa aggiungersi memoria. Per dire: lo gratifica trovare qualcuno cui consegnare una chitarra che, dopo anni di silenzio, tornerà ad arpeggiare canzoni; o vedere un paio di orecchini, profanata reliquia di un grande amore, accendersi di nuova luce nel sorriso di una donna.

Al signor Pi non piace, però, essere definito colui che aggiusta tutto. Perché “sistemare tutto è un modo elegante per far tacere il passato”. Lui “al massimo pulisce, spolvera, accomoda, riporta alla luce. Come si fa con i ricordi quando smettono di far male.” Accade quasi sempre che si entri in quella bottega per disfarsi di qualcosa e si finisca per confidare rimpianti e ferite. Il rigattiere che ogni giorno alle otto e dieci apre bottega e pensa che ciascuno sia “la storia abbandonata di qualcun altro”, in effetti ripara persone. È una sua maniera di condividere la vicenda umana. E così facendo, riparare anche sé stesso.

***

La passeggiata quotidiana, prima del lavoro, lo fa stare bene, è un’abitudine alla quale l’uomo non sa rinunciare. Ogni tanto viene affiancato da qualche ragazzo che lo supera svelto sulla strada per la scuola, il cappuccio della felpa tirato su, gli auricolari affondati nelle orecchie, oppure da qualcuno che sta correndo al lavoro, di fretta già di prima mattina, già avvolto dalle bende delle proprie preoccupazioni, sul viso un’espressione che pare indifferente alla vita terrestre.

L’uomo, invece, si muove come se il percorso potesse riservare a ogni passo una sorpresa tra il minuscolo e l’imprevedibile. Eppure, fa lo stesso breve tragitto ogni giorno, ormai da anni, nelle mattine piene di neve, in quelle fradicie di pioggia, in quelle tiepide di primavera o in quelle afose d’estate. Ne conosce ogni angolo, ogni piega, ogni anfratto, come se passeggiasse nel corridoio di casa sua.

Ventotto passi, ventinove. Si appoggia a un muro per rifiatare, si tocca la coscia destra con una smorfia, solleva lo sguardo verso la strada, e solo allora la vede.

Spalanca gli occhi, convinto di essere vittima di un abbaglio. Li chiude e li riapre. Guarda ancora. La piccola mano spunta da un cestino della spazzatura come un fiore germogliato fra le pietre, il cestino è fissato a un lampione di cemento.

L’uomo si paralizza, poi inspira a fondo, infine si decide e raggiunge piano il cestino. Ci guarda dentro.

Una ciocca di riccioli dorati balugina coperta da qualche cartaccia sporca.

L’uomo ha un sussulto, si fa largo tra i rifiuti e afferra la piccola mano, la tira con forza e delicatezza insieme, gli pare di estrarla dai flutti di un naufragio.

La bambola sarà alta una trentina di centimetri.

Indossa un grazioso abito a fiori rossi e blu, in testa un cappellino di paglia sgualcito. Le mancano il braccio sinistro e l’occhio destro mentre l’altro, azzurrissimo e vitreo, fissa l’uomo con un’intensità che lo turba.

– No, non è possibile, – dice lui. – Devo smettere di pensarci.

L’uomo esita, per un momento sembra che voglia proseguire per la sua strada e mollare la bambola dov’è, come se non si fosse trattato che di una deviazione imprevista. Poi nota l’annerimento sulla guancia della bambola, quasi una bruciatura. Solo allora si scuote.

– Ti fa male? – chiede l’uomo, passandole un dito sotto l’occhio mancante.

Prende la bambola, la stringe a sé senza più guardarla e ricomincia a camminare. D’un tratto pare attraversato da un’urgenza che non riesce a contenere.

– Non ti lascio qui, – aggiunge, – non preoccuparti.

 

[da Il sole nelle pozzanghere di Matteo Bussola, Einaudi, 2026]

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