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Il tempo dei semplici. Come un inno a gloria delle vite minime

In tema di addii Luigi Nacci potrebbe dirsi buon emulo di Beethoven, allorquando il grande Ludwig affidò a una Sonata per pianoforte (Les Adieux) tutto lo struggimento del distacco, e dunque il vuoto dell’assenza, del restare soli. Nacci, già con “I dieci passi dell’addio” – storia di un amore finito che, però, non riesce a finire – aveva raccontato il tormento della separazione. Ora, con “Il tempo dei semplici”, assistiamo ad una elaborazione preventiva del lutto, all’esercizio cui cuore e raziocinio debbono prestarsi nel vedere i propri genitori invecchiare, lento preludio ai saluti estremi. Con essi svanirà la storia di due persone, del tempo e del mondo che hanno attraversato. Si disperderà un universo domestico di piccole cose, un modo di stare al mondo, una tacita intesa su come declinare affetti e premure.

Nel libro di Nacci, un figlio, prima ancora che questo accada, vuole dare un tributo di giuste parole a quelle esistenze, semplici, ma grandiose nella loro autenticità (“noi viviamo a modo nostro … con il vento in faccia”, diceva il padre al figlio bambino), portatori di un’etica brusca e decisa (“a noi nessuno ci regala niente, e quel poco che abbiamo lo dobbiamo difendere. Ma a chi ha bisogno devi dare tutto, e amen”).

Vivono in un quartiere periferico di Trieste, dove si respira “odore di nafta e Balcani”. Entrambi di modeste origini, lui immigrato dal Sud, lei triestina, ma completamente estranea a certe atmosfere della città, quelle dei miti letterari e del cosmopolitismo (in tutta la sua vita ha preso due treni). Il melting pot che essi hanno conosciuto ribolliva nelle case della periferia e dei marginali (istriani, slavi, rom, immigrati del Sud Italia), affumicava il cielo basso delle osterie di cui lo zio Mario era massimo esperto, tanto da poter sentenziare che “tra scegliere l’osteria giusta e scegliere la strada giusta nella vita non c’è differenza”.

Era ed è il tempo dei semplici, che adesso il figlio guarda contrarsi sotto l’incombenza degli anni. Giorno dopo giorno i genitori abdicano a pezzetti di vita. Inevitabili rinunce, perché il fisico non supporta più gli slanci dei pensieri. È in atto una progressiva dismissione, al pari della gran quantità di oggetti che si conservano in casa, ancorché inservibili. Suscita tenerezza la fragilità di due esseri, una volta ben forti nel condividere la fatica del vivere, adesso così labili e precari: “papà è un filo d’erba, oscilla in soggiorno come ci fosse bora”; mamma è la più ferita nel corpo, “vuole essere curata da papà” e “papà vuole curare mamma”.

Luigi Nacci scrive da poeta. Procede per sottrazione, sa che per ricavare potenza dalle parole occorre sceglierne poche, meglio se attinte dal lessico della consuetudine. Così – per apparente paradosso – ha prodotto un solenne epinicio a gloria delle vite minime che, per bellezza e veridicità, hanno maggiore ragion d’essere di tante altre.

***

Mezzanotte

Periferia est di Trieste, odore di nafta e Balcani, Vigilia di Natale.

Mamma sta portando in soggiorno i ravioli. Una volta li preparava a mano, uno a uno. Erano sacri i ravioli di mamma, sacra la pasta che stendeva sul tavolo della cucina, sacro il ripieno di ricotta. Mamma è vecchia, ci vede da un occhio solo, compra i ravioli già fatti. Mamma è stanca e bella. Papà è un filo d’erba, oscilla in soggiorno come ci fosse bora. Aiuta a servire e a sparecchiare la tavola. Un tempo sollevava il tavolo con due braccia, avrebbe sollevato il soggiorno se glielo avesse chiesto mamma. Papà dava ordini a tutti tranne che a mamma. Mamma faceva ordine dentro la casa, papà fuori dalla casa. Papà è stanco e bello, anche se non sa di esserlo.

Il tavolo del soggiorno è sbilenco. Una gamba è crollata quando ancora vivevo con loro. Cambiamolo, dicevo.

Lo cambieremo, dicevano. Cambiamolo, dico.

Lo cambierai tu, dicono.

Mamma dice che ormai non ha senso comprare niente. Più roba abbiamo più sarà difficile quando non ci saremo più, dice.

Mamma da una vita ha problemi ai denti, mastica piano. Papà l’ha sempre accompagnata dal dentista. A volte mi sono offerto di portarla io, ma non c’è stato modo di convincerli. Papà vuole curare mamma, mamma vuole essere curata da papà.

Ecco il maialino portafortuna, dice mamma, poggiandolo al centro della tavola. Ne mangeremo un pezzetto a testa a mezzanotte.

Ma si fa a Capodanno, non per la Vigilia, dice papà. Allora lo mangeremo oggi e a Capodanno, dice mamma. Il maialino di marzapane troneggia sulla tavola. Attira i nostri sguardi. Io guardo mamma e papà e li vedo già morti. Mi manca il respiro.

Sono tanto stanco, dico.

Ma come? dice mamma. È tra un’ora. Ti porto a casa, dice papà.

Vado a prendere la giacca in corridoio. Papà si mette le scarpe. Mamma mi chiama in cucina. Quando mi chiama in cucina so che sta per dirmi qualcosa di grave.

Non abbiamo mai mancato una mezzanotte, dice. Sì, mamma, l’anno scorso. Non ricordi?

Non è vero.

Tanto vengo domani a pranzo.

Le do un bacio sulla guancia. La sua guancia è triste. Papà mi porta a casa. Mi metto a letto. Controllo l’ora più volte. A mezzanotte in punto penso a papà e mamma, a mamma e papà, al maialino, ai risultati delle Tac che arriveranno tra quindici giorni.

 

[da Il tempo dei semplici di Luigi Nacci, Einaudi, 2026]

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