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“La carezza della memoria” di Carlo Verdone. Non un libro sui successi, ma su come relazionarsi coi ricordi

C’è una sequenza del libro autobiografico di Carlo Verdone “La carezza della memoria” (Bompiani) che racchiude due aspetti focali della narrazione: lo stupore e la memoria. “È bello ritornare con la mente a immagini passate. È una carezza per l’anima, mi fa capire che sono un uomo che ha vissuto nello stupore continuo. E la cosa più miracolosa è che ricordo tutto: nomi, luoghi, aneddoti, atmosfere, situazioni comiche, assurde, noiose, gente importante o gente banale” (cfr. La carezza della memoria, p. 12).

Il tempo che scorre, che si colloca alle spalle senza mai perdere di vista la proiezione del futuro, è, a ben leggere, il fil rouge di questo diario intimo, quasi segreto, di uno dei registi e attori più amati del cinema italiano, Carlo Verdone. Eppure in questo viaggio nella memoria non c’è Verdone ma Carlo, il figlio, il ragazzo, il padre, l’uomo, con le fragilità, i dubbi, le emozioni, le gioie e le delusioni di ogni essere umano che vive e nella vita mette in scena il suo atto più importante, rimanendone sempre e comunque meravigliato.

Ed è la vita, la commedia umana della strada, che ha il tempo come suo regista, a guidare la narrazione della memoria, come una carezza, delicata ma sicura, che recupera volti, voci, gesti, storie. In questa carezza della memoria, Carlo Verdone recupera i tre pilastri dell’identità di un uomo: la famiglia, il lavoro e le esperienze e lo fa con quella meraviglia e quell’ironia riflessiva tipica della sua commedia umana.

In una Roma di notte, che non conosce silenzio, in una casa con duecento gradi di panorama, dalla Pineta di Castel Fusano al Pincio, che non è quella sopra i portici, ha meno poesia della casa paterna, non ha storia; è lì, durante il lockdown, in un tempo sospeso, incredulo e spaventato, che Verdone decide di aprire un grosso scatolone con su scritto dal compianto segretario Ivo, “Fotografie sparse (da riordinare)”. È giunto il tempo di farlo.

In questa iniziale contestualizzazione c’è una bellissima riflessione su uno dei momenti più bui del XXI secolo, la pandemia; l’uomo nel suo delirio di onnipotenza è stato messo con le spalle al muro dal virus. Solitudine, paura, disperazione, incredulità diventano improvvisamente arbitri della sospesa umanità, racchiusa nell’immagine di questa Roma notturna senza rumore, con una fioca luce, una donna che fruga in un cassonetto, Carlo che osserva ed appella Roma città aperta.

Lo scatolone che Ivo ha riposto sull’ultimo ripiano di un armadio dà inizio ad un flusso di coscienza attraverso racconti autonomi l’uno dall’altro (dal punto della struttura narrativa) ma legati indissolubilmente dalla carezza della memoria: sono i colori dei ricordi. Ed ecco che ritornano gli assi centrali, famiglia, lavoro, vita, in brevi ed intensi capitoli che nascono sempre da una foto e alla foto ritornano in un dialogo fra passato e presente.

Il nucleo emotivo del racconto è rappresentato dalla famiglia, la madre Rossana, la donna che ha sempre creduto in lui e lo ha spronato al suo debutto; il padre Mario, stimato critico cinematografico, figura carismatica, più incline a stare coi piedi per terra. E poi i fratelli, Luca e Silvia, i figli Paolo e Giulia, tutti ricordi familiari in una Roma fatta di quotidianità, di momenti conviviali e di importanti lezioni di vita, che non si dimenticano.

Ma gli incontri, imprevedibili, straordinari, a volte quasi surreali raccontano anche il teatro, il cinema, il mondo a cui Carlo si avvicina nel decisivo 1977, dopo una condizione di stasi ed un grande sogno: fare il regista, il documentarista “o perlomeno un filmmaker d’avanguardia alla Kenneth Anger” (cfr. p. 55). In questi racconti i grandi nomi del cinema, da Fellini a Sordi, ma anche personaggi in erba che sarebbero divenuti volti noti della televisione come i Gatti di Vico Miracoli, Renato 33, Zuzzurro e Gaspare, i Giancattivi, Massimo Troisi; insomma Verdone ci regala una full immersion in un momento d’oro della cultura italiana, teatrale, televisiva, musicale. Ma che ha qualcosa di estremamente umano perché legata alla quotidianità, alla vita, alla fatica, allo studio ma anche alla spensieratezza ed alla genuinità di anni che guardano al futuro con entusiasmo.

Accanto a volti e vite famose, diciamo così, ci sono persone comuni che segnano la vita di Carlo, ognuno a suo modo e con un particolare piglio. Incontri fugaci, inaspettati, ricercati, attesi. E c’è il racconto bellissimo di un amore giovanile, che rievoca le vacanze romane, in quel desiderio di spensieratezza di girare per le vie di Roma sulla lambretta, immaginando di sfiorarsi e di attendere un bacio “Nella vita ti succedono certe piccole cose a cui resti legato anche se sono durate poco” (cfr. p. 35). Lascio ai lettori e alle lettrici la meraviglia di scoprire questo racconto – affresco di tenerezza e di umanità.

Carlo Verdone è uomo di tante passioni, e da qui nascono anche le riflessioni sulla solitudine che troverete all’interno della narrazione; ma ci sono due passioni raccontate con immagini splendide. Quella del treno, metafora del viaggio, ma non solo luogo in cui la commedia umana si è mostrata in tutta la sua straordinaria meraviglia e singolarità. E poi quella della fotografia che riporta alla memoria di Carlo il viaggio a Praga con il padre nel 1973 e l’incontro con il Prof. Digrin.

Nella conversazione fra Digrin e Carlo, il messaggio più forte di autenticità e di formazione che dovrebbe essere letto ai giovani perché conserva quella forza, quella tenacia e quell’entusiasmo motore di ogni tempo e di ogni animo: “Verdone – dice Digrin – cerchi lo stupore dentro di lei. Non faccia fotografie per soddisfare chi le vedrà. Sennò farà solo cartoline. Segua i colori, le atmosfere della sua anima. E alla fine troverà il suo stile. E non spieghi mai che cosa ha voluto dire in una foto. La fotografia non ha bisogno di parole” (cfr. p. 103)

Questo libro ci ricorda che i legami stretti durante la vita sono una componente costante della nostra umanità; recuperarli con lucidità emotiva non è solo accarezzare la memoria (anche quando sono dolorosi), curare quell’ombra di solitudine che fa parte dell’essere, evitare di perdersi e riconoscersi sempre nella propria identità, ma è quasi un dovere civile. Vuol dire salvare dall’oblio storie, persone, epoche, gesti che altrimenti andrebbero dimenticate. Ed invece meritano una carezza.

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