Home » La chiamata. Storia di una donna argentina

Condividi su:

Libri collegati

La chiamata. Storia di una donna argentina

Quando il giornalismo diventa letteratura. Questo è il libro “La chiamata. Storia di una donna argentina” di Leila Guerriero (SUR), vincitore del Premio Strega europeo 2026; riconoscimento assegnato, in una sorta di ex aequo, anche alla traduttrice Maria Nicola. Guerriero è una delle voci più rappresentatrici della “crónica latinoamericana”, un genere di scrittura che fonde l’acribia del giornalismo d’inchiesta con il racconto letterario per affrontare temi sociali e spaccati di storia recente dai quali, tutt’oggi, la coscienza collettiva rifugge. Come nel caso delle vicende narrate nel libro che riporta all’Argentina degli anni Settanta, durante la dittatura militare di Jorge Rafael Videla.

Vi si racconta una storia vera. È il 1976 quando la ventenne Silvia Labayru, militante di Montoneros, gruppo armato di ispirazione peronista, viene rapita. Segregata in un centro clandestino di detenzione, subisce torture, vessazioni, abusi. È incinta di cinque mesi e lì partorisce la sua prima figlia. Verrà liberata dopo due anni. Rifugia in Spagna, a Madrid, ma le umiliazioni non sono finite, e per certi aspetti feriscono maggiormente di quelle patite fino allora. I compatrioti esuli l’accusano di essere una traditrice – chissà cosa ha concesso la bionda ed avvenente Labayru – perché è inspiegabile come lei e la bambina non siano finiti nel cupo gorgo dei desaparecidos.

Disconosciuta ed emarginata, Silvia dovrà ricostruirsi una vita. Solo nel 2018 torna in Argentina testimoniando in tribunale gli abusi subiti all’epoca del regime. È in tale circostanza che Leila Guerriero scopre il caso Labayru e decide di ricostruirne ogni passaggio, ombre, atrocità, giochi del destino, compreso il dettaglio di quella chiamata a suo padre che un giorno di marzo del 1977 le avrebbe salvato casualmente la vita. Con un’intervista lunga due anni (non solo a Silvia, ma pure ad altre persone coinvolte nei fatti), Guerriero ha così ripercorso la storia di una donna che può dire di avere vissuto, a caro prezzo, i più diversi ed estremi frangenti dell’esistenza umana: violenza, amore, impegno, amicizia, ripudio, solitudine.

È un racconto di forte impatto, ancorché asciutto, sostenuto da un ritmo cronachistico che poco concede alle emozioni. Una narrazione all’insegna della laconicità e del disincanto, come già fa intuire la scelta della frase di Marguerite Yourcenar posta in esergo e pubblicata da Silvia Labayru sulla sua pagina Facebook nel giugno del 2022: “Chi sarà tanto insensato da morire senza aver fatto almeno il giro della propria prigione?”

***

[…]

La prima volta che l’ho vista è stato in una foto su un giornale. Benché fosse seduta su quella che sembrava la copertura di cemento di un pozzo, in un giardino ombroso, si capiva che era alta. I capelli biondi, lunghi oltre le spalle, incorniciavano un volto sofisticato, quel tipo di bellezza felina che dona ad alcune persone la grazia di animali delicati e un po’ selvatici. Portava una frangia insolente da ragazza d’altri tempi. Le si addiceva questo sostantivo: «ragazza». Dimostrava molti anni in meno di quanti se ne potevano dedurre dall’articolo: sessantaquattro. Portava una maglia a maniche lunghe blu scuro, jeans aderenti, espadrillas con la suola di corda. Era magra, di una voluttuosità naturale. Se ne stava lì con la disinvoltura di chi si è seduto molte volte sul pavimento senza perdere in eleganza. Guardava in alto. La foto faceva pensare a un luogo al tempo stesso lussureggiante e minaccioso, immerso com’era in una luce acquatica che le conferiva un che di onirico (in seguito mi ha detto che si era pentita di essersi lasciata fotografare in quel giardino troppo identificabile, perché qualcuno di «quelli» avrebbe potuto rintracciarla e farle passare «un brutto momento»).

Colpivano le mani grandi, compatte, rudi, una musica molto forte nel resto dell’insieme, più tenue. Gli occhi, azzurri, non si vedevano. Il titolo dell’articolo, firmato da Mariana Carbajal e uscito il 27 marzo 2021 sul quotidiano argentino Página/12, recitava: «Il sequestro di Silvia Labayrú. L’arrivo alla ESMA e il parto in prigionia». C’era un errore, l’accento: il cognome è Labayru, non Labayrú. Ma il giorno in cui ho letto l’articolo – nell’edizione cartacea, era domenica – non avevo idea di chi fosse quella donna, e non ero interessata all’ortografia di un testo che si apriva con queste parole: «Il 29 dicembre del 1976, quando avevo vent’anni ed ero incinta di cinque mesi, mi portarono […] alla ESMA […] nel seminterrato, in una piccola sala di tortura […], in un posto famoso che chiamavano “Avenida de la Felicidad”. Lì sono stata interrogata, torturata. […] mi hanno tenuta per due settimane [ad ascoltare] giorno e notte, senza interruzione, le urla dei compagni che passavano per le altre sale di tortura». L’autrice dell’articolo chiariva che a parlare era «Silvia Labayrú, ex membro dell’organizzazione Montoneros, sopravvissuta del centro di detenzione clandestino» conosciuto come la ESMA, dove rimase sequestrata per un anno e mezzo.

La ESMA era la Escuela de Mecánica de la Armada, un istituto di addestramento della Marina militare dove, a partire dal colpo di Stato del 24 marzo 1976, fu creato un centro di detenzione clandestino, il più grande dei quasi settecento che si contarono nell’intero paese. Lì, tra il 1976 e il 1983, l’anno in cui ebbe fine la dittatura, furono tenute sequestrate, torturate e assassinate dai cosiddetti Grupos de Tareas (Gruppi Operativi) circa cinquemila persone. Di queste ne sopravvissero meno di duecento. Si calcola che in totale i desaparecidos, le vittime di sparizione forzata durante la dittatura, siano stati trentamila.

[da La chiamata. Storia di una donna argentina di Leila Guerriero, trad. di Maria Nicola, SUR, 2025]   

ISCRIVITI AL CANALE WHATSAPP DI TOSCANALIBRI

Per continuare a rimanere aggiornato sui principali avvenimenti, presentazioni, anteprime librarie iscriviti al nostro canale e invita anche i tuoi amici a farlo!