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La fabbrica e i ciliegi. Tre personaggi in cerca delle proprie radici

Molti gli scriventi, pochi gli scrittori. Appartengono a questa seconda specie gli autori nelle cui pagine noti subito la perfetta aderenza delle intenzioni agli esiti. Una prosa che dall’esattezza sa ricavare intensità, dalla sottrazione ricchezza. Perciò Tommaso Giagni può dirsi uno scrittore, come conferma l’ultimo romanzo “La fabbrica e i ciliegi” (Ponte alle Grazie).

Protagonista è il cinquantenne Cesare, un ricercatore universitario di storia antica che vive a Roma da quando, neonato rimasto orfano di padre, vi era giunto, da Trento, insieme alla madre. Adesso, improvvisamente, è venuta a mancare pure lei. E mentre Cesare si aggira nella casa materna, quasi a compilare il mesto inventario di ricordi, oggetti, sentimenti di cui, in tali circostanze i sopravvissuti debbono farsi carico, scopre da alcune carte una crudele verità. Suo padre non era morto per una fatale leucemia, come gli si era sempre fatto credere, ma a causa del veleno (piombo tetraetile) respirato alla SLOI, fabbrica chimica di Trento, poi chiusa alla fine degli anni Settanta.

Mosso da sgomento e indignazione, decide di tornare nei luoghi d’origine. Un atto necessario: per ritrovare la memoria di suo padre, le tracce di un’esistenza dolorosa, i testimoni di un omicidio colposo plurimo rimasto impunito; per vedere i ruderi di quella fabbrica di morte che con le sue ciminiere incupiva il cielo, avvelenava persone e cose, ingannava i ciliegi che fiorivano fuori stagione (a questo allude il titolo del romanzo). Era vietato ammalarsi o protestare, pena il licenziamento o il ricovero in manicomio.

Cesare, dunque, si reca a Trento per una sorta d’inchiesta che lo risarcisca, se non altro, sul piano morale e degli affetti. Durante il soggiorno nella città di nascita, incrocia anche una storia dell’oggi, il complicato legame tra due trentenni, Marilù e Loris. Tra una donna del sud, di famiglia benestante, tanto libera quanto irrisolta, finita all’estremo nord a fare la barista, e un giovane accademico, insegnante di Geografia, studioso di confini, anche lui fuggito dalla natia valle trentina, ma ancora chiuso e inflessibile dentro il suo mondo.

Cesare, Marilù, Loris. Tre storie diverse attraversate dalla stessa inquietudine e che, in un gioco di rimandi, vanno a comporre un racconto sulla ricerca delle proprie radici. Per comprendere sé stessi e ciò che di essi è condivisibile con i molti.

***

Cesare non ride forte, non piange mai e non ha pianto neanche in queste ore, alla morte di sua madre. Neanche con lei ha saputo slanciarsi per una volta in un abbraccio inaspettato, o aprire un conflitto che non fosse inevitabile. Cesare non risponde alle chiamate da numeri sconosciuti. Al lavoro non sgomita, gli basta non retrocedere. Nulla lo stupisce. Nulla gli sembra valere abbastanza per emozionarsi.

Ora, davanti alle carte della madre, smette di respirare e si alza in piedi, senza nemmeno accorgersi che la sedia sta cadendo. Certe rivelazioni sono come la luce delle stelle morte: arrivano da un passato troppo lontano per stabilire un contatto, ma colpiscono il presente.

Barcolla per il corridoio dell’appartamento, e in cucina si ferma solo perché è l’ultima stanza. Punta le mani senza ragione sul frigorifero, che ronza ancora ma non contiene più nulla. Un magnete tiene ferma una cartolina che Cesare spedì alla madre da Lanzarote, ospite di un convegno sul rapporto tra Roma e le Canarie nell’antichità. Trascorse quasi tutto il tempo libero a guardare l’ombra azzurra dell’oceano e quasi non si rese conto che le alture dell’isola erano vulcani addormentati, o che le piantine sbucavano dalla terra lavica. Volta la testa e si accorge che sul calendario, accanto alla mensola, è cerchiato anche l’ultimo giorno della vita di sua madre: un segno a penna che ha fatto la domenica, appena sveglia, come ogni mattina. Non sono cerchiati i giorni successivi: il lunedì, che Cesare ha passato ad avvertire le persone e dare disposizioni per la sepoltura, il martedì del funerale, il mercoledì – oggi.

Sul pavimento della cucina vede tremolare l’ombra delle proprie braccia. Non l’avrebbe mai immaginato, lui che usa l’impassibilità come una risposta universale. E non avrebbe mai immaginato che tre giorni dopo aver perso la madre si sarebbe trovato a pensare al padre. Non ci pensava più, al padre.

Le braccia lo hanno protetto nelle strade intorno a questa cucina, nella Roma degli anni Ottanta della sua adolescenza. Aveva e ha ancora un paio di bicipiti sovradimensionati, indefiniti come tagli di manzo, che garantivano per l’aggressività senza che Cesare dovesse dimostrarla, in giro per il quartiere, tra i tossici che si facevano sui marciapiedi e la bisca da dove usciva gente insanguinata, bastonata con le stecche da biliardo. In realtà lui non sarebbe stato capace di aggredire nessuno. Anzi avrebbe attirato la violenza su di sé, senza quelle braccia, tanto era sottile il suo corpo e con la cantilena trentina in fondo alla voce. Gli è bastato un soprannome, invece: «Braccio», lo chiamavano così.

Nel tempo la deformità ha smesso di distinguerlo. Un po’ perché l’ambiente universitario è pieno di corpi sproporzionati – corpi sbilenchi, trascurati o proprio dimenticati. E soprattutto perché Cesare non è più un ragazzino esile con le braccia enormi, ma un uomo complessivamente appesantito. Un uomo di quasi cinquant’anni che pochi minuti fa, affrontando vecchie lettere e fotografie, ha scoperto di non sapere la verità sul perché sia cresciuto senza padre.

Mentre torna indietro per il corridoio, ricorda la risposta che diede a un medico mentre si controllava la salute: «Casi di tumori in famiglia?», «Sì, leucemia. Mio padre». Credeva di doversi difendere da una familiarità pericolosa, invece di colpo l’espressione sangue del mio sangue ha preso un significato diverso.

Entra nella stanza degli ospiti, che un tempo era la sua camera. Non accende la luce, si avvicina alla finestra. Sono rimasti appesi i panni sui fili, inzuppati dalla pioggia. I lampioni illuminano la strada negli stessi punti di quando su cui Cesare si affacciava da ragazzo, e anche il paesaggio di blocchi neri dei palazzi è uguale, tranne per una scritta sul muro (TAMMY ABRAHAM ALL YOU CAN EAT). Parecchie di queste case vennero scosse da un boato al gol dell’Unione Sovietica contro l’Italia, nell’amichevole del 1988. Famiglie intere si riunivano al parco ogni domenica per leggere insieme «l’Unità» e dibattere. Nella sua famiglia, comunisti non ce n’erano. Una volta la madre stava ascoltando alla radio una cerimonia in onore di De Gasperi in diretta da Trento, Cesare aveva sei anni e iniziò a gridare con la bocca vicina all’apparecchio («Papà!»), convinto che il padre potesse sentirlo.

Trento era questo nella prima infanzia di Cesare: una specie di Cielo dove il padre viveva, lontano e non visibile ma comunque in contatto con lui. Se più tardi da bambino osservò diversamente la sua morte, fu per come veniva guardato, per certi indugi, certi affievolimenti della voce. Lui non sapeva che gli mancava qualcosa, erano gli altri a chiedersi cosa provasse Cesare a non avere un padre – sono stati gli altri a farlo orfano.

Accende la luce della stanza: compaiono il divano letto, l’asse da stiro, la vecchia tv col cavo attorno, lo specchio quadrato che la madre riuscì a portare nel loro trasloco da Trento. Si ostinò, perché era lo specchio che il padre di Cesare aveva in camera da ragazzo. In quel trasloco c’erano, soprattutto, le sue ceneri. La cremazione era una scelta anomala per l’epoca, ma la madre odiava l’idea di lasciarlo a Trento.

È la stessa stanza in cui la madre raccontava a Cesare storie di spiriti che infestavano i boschi di montagna, tiravano a fondo chi osava nuotare nei laghi. Si impegnava per temprarlo – lui che era figlio unico, orfano di padre, bambino ai bordi di Roma. Di laghi e boschi Cesare non sapeva niente, al massimo conosceva il parco del quartiere con le siringhe nei muri di tufo.

«Pensarmelo che muore là tra i matti non finisce di addolorarmi. Vorrei dire che un brutto male non sarebbe stato diverso, ma invece hai ragione tu che un male si accetta. Perciò devi essere più forte, nella fede soprattutto. Io e Franco vorremmo darti un po’ di forza e togliercela noi».

La lettera, un foglio sparso tra gli altri in un cassetto, era indirizzata a sua madre («Cara Paola») e aveva la data del 26 maggio 1976, quando lei e Cesare neonato vivevano già a Roma, in questa casa. Era una lettera breve, un gesto di sostegno alcuni mesi dopo la perdita – nella fase in cui la morte prende consistenza. La firma è incomprensibile anche per Cesare, ricercatore di Storia antica, abituato a sciogliere i misteri di grafie di duemila anni fa. Ha dedicato la vita a credere che il passato non smetta di parlare, e non è stato smentito.

Vigilio Merz. Operaio trentino. Morto a ventinove anni, subito prima che lui nascesse, per una leucemia fulminante. Questo sapeva Cesare.

 

[da La fabbrica e i ciliegi di Tommaso Giagni, Ponte alle Grazie, 2025]

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