Quando varchiamo la soglia di un laboratorio di ceramica, raramente ci soffermiamo a riflettere sulla complessità che abita quello spazio. C’è una pazienza silenziosa, un dialogo continuo tra le mani e la materia, una ricerca che non si manifesta con fragore ma con discrezione. Firenze, città dove la tradizione artigianale continua a pulsare nelle vene del quotidiano, ha saputo accogliere sguardi nuovi senza rinnegare il proprio passato.
È in questo contesto che lavora Victoria Sabba, una ceramista di 25 anni originaria di un piccolo paese dell’entroterra romagnolo, che ha fatto di Firenze il suo territorio creativo. Quello che sorprende del suo lavoro è come riesce a dialogare con la tradizione ceramica fiorentina pur mantenendo una prospettiva contemporanea: sperimentazione sui materiali, smalti autoprodotti da scarti, una visione dove sostenibilità e ricerca estetica non sono in contraddizione, ma si rafforzano reciprocamente.
Ho chiesto a Victoria di condividere il suo percorso, i suoi dubbi e la sua ricerca sui materiali.
Da dove vieni e come sei diventata ceramista? C’è un momento preciso in cui hai capito che la ceramica sarebbe stata il tuo mestiere, o è stata una scoperta graduale?
Vengo da un paesino dell’entroterra romagnolo al quale sono molto molto legata, ma vivo a Firenze da anni ed è qui che ho scoperto davvero la mia passione per la ceramica. A farmi avvicinare a questa materia è stata una fortissima curiosità, ma non c’è stato un momento preciso nel quale ho deciso che la ceramica sarebbe diventata il mio linguaggio, è stato quasi inevitabile: sin da subito ho capito che il legame con l’argilla sarebbe stato duraturo. Direi un vero colpo di fulmine, come in amore, è stata questione di chimica.
Come si svolge una giornata tipo in bottega, dalla preparazione dell’argilla fino all’ultimo gesto prima di spegnere il forno?
In laboratorio le giornate cambiano molto a seconda della fase del lavoro, ma c’è sempre una parte iniziale quasi rituale: preparare lo spazio, toccare l’argilla, capire “come sta” il materiale quel giorno. […] Spesso, il lavoro in ceramica è invisibile: ore dedicate alle attese e a piccoli dettagli che forse nessuno noterà mai. Ma è anche il suo bello.
Come definiresti il tuo stile, se dovessi spiegarlo a qualcuno che non ha mai visto il tuo lavoro?
Direi che il mio lavoro vive in equilibrio tra ricerca materica e sensibilità naturale. Mi interessano le superfici imperfette, i segni del processo, le texture che nascono spontaneamente dalle reazioni dei materiali. Cerco oggetti essenziali ma non freddi, che abbiano una presenza silenziosa, pezzi gentili. […] La ceramica è un paradosso, è quasi sempre questione di contrasti. A me piace risaltarli, metterli in luce.
C’è un pezzo, una serie a cui sei particolarmente legata?
Sicuramente i lavori legati alla sperimentazione sugli smalti ottenuti dalla polvere di marmo. Sono pezzi a cui mi sento molto legata perché racchiudono sia la mia parte progettuale che quella più emotiva. Una di quelle cose da non dormirci la notte. Mi ricordo che camminando verso il laboratorio per l’apertura del forno il cuore mi batteva fortissimo.
Cosa ti dà ancora brividi, dopo tutto questo tempo, c’è un momento del processo creativo che non smette mai di emozionarti?
Sicuramente l’apertura del forno. È un momento che continua a emozionarmi perché, in qualche modo, ti rimette sempre al tuo posto. Puoi studiare, progettare, fare test, controllare ogni dettaglio del processo, ma la cottura ti ricorda comunque che non tutto dipende da te. C’è sempre una parte imprevedibile, qualcosa che sfugge al controllo. E credo che la ceramica insegni anche questo: ad accettare che le cose possano trasformarsi in modi diversi da quelli che avevi immaginato.
Hai mai dubitato di questa scelta? Come ne sei uscita?
Sì, soprattutto perché oggi scegliere un percorso artigianale e creativo può fare paura. Ci sono momenti in cui ti chiedi se riuscirai davvero a costruire qualcosa di stabile attorno a un lavoro così lento e delicato. Ne esco ogni volta tornando al fare. Quando lavoro con l’argilla ritrovo una specie di centro mentale. È lì che capisco che, nonostante i dubbi, questo linguaggio mi appartiene davvero.
La ceramica è un mestiere dove le mani hanno memoria. Come si modifica quella memoria quando incontri una nuova tradizione?
Entrare in contatto con una nuova tradizione non significa cancellare quello che si era prima, ma lasciare che il proprio gesto si trasformi. Ci sono movimenti, attenzioni, modi di guardare la materia che iniziano a entrare nel corpo attraverso l’osservazione quotidiana. Credo che la trasformazione avvenga sempre e solo a una condizione: lasciare andare la paura dell’ignoto e smettere di aggrapparsi con le unghie a ciò che conosciamo.
Cosa porta via con sé chi ha lavorato in una bottega fiorentina?
Secondo me soprattutto un certo modo di guardare il lavoro manuale: non tutti possono — e non tutti vogliono — capire un certo linguaggio, e va bene così. Stando in laboratorio impari che anche i gesti più piccoli hanno importanza. C’è una cultura della cura che rimane addosso: sia verso la materia sia verso gli arnesi da lavoro. Ci si affeziona anche a quelli.
Come descrivi l’ambiente delle botteghe artigiane fiorentine: un mondo chiuso oppure capace di accogliere nuovi sguardi?
Penso che esistano entrambe le anime. Ci sono realtà molto legate alla conservazione della tradizione, ed è giusto che esistano, ma ho incontrato anche botteghe e laboratori estremamente curiosi aperti alla contaminazione. Lavorare con la propria creatività ti rende più vulnerabile, per questo cerco sempre di entrare in punta di piedi nelle realtà e nei mondi altrui. A volte è questione di fortuna, ma il segreto sta nel saper cogliere con delicatezza: assorbire come spugna quello che ti viene concesso.
Pensi che l’artigianato ceramico fiorentino abbia bisogno di nuovi sguardi, o il suo valore sta nella continuità?
Penso che la tradizione rimanga viva solo quando continua a dialogare con qualcosa di nuovo. La continuità è fondamentale, ma lo è anche la contaminazione. Gli sguardi esterni non dovrebbero sostituire la tradizione, ma attraversarla, metterla in discussione, creare connessioni inattese. È spesso da questi incontri che nascono linguaggi contemporanei capaci di mantenere viva l’identità di un luogo senza trasformarla in qualcosa di statico.
C’è un progetto che senti come il passo successivo del tuo percorso?
In questo momento mi interessa approfondire sempre di più la ricerca sui materiali naturali e sugli scarti, soprattutto nel rapporto tra ceramica, sostenibilità e sperimentazione tecnica. Sto lavorando molto sugli smalti autoprodotti da materiali di recupero, cercando di trasformare ciò che normalmente viene considerato un residuo in una superficie viva e sensibile. Più che creare semplicemente oggetti, mi interessa costruire un dialogo tra materia, territorio e trasformazione. Credo che questo sia il mio contributo personale: mostrare che sostenibilità e ricerca estetica non sono valori in contrasto.»
Parlando con Victoria emerge con chiarezza come la ricerca ceramica non sia semplicemente questione di tecnica o estetica, ma di linguaggio, quello stesso linguaggio che le mani imparano quando entrano in contatto con una tradizione viva. Nei dubbi che ha affrontato, nella memoria che si trasforma, nell’ascolto paziente della materia, c’è il ritratto di chi ha scelto di abitare lo spazio fra ciò che è stato e ciò che sarà. Non per cancellare il primo, ma per fargli respirare dentro il secondo. È in questa tensione che nascono gli oggetti più onesti, quelli che raccontano una storia di compromesso consapevole, dove niente è perfetto ma tutto è autentico.
Se la ceramista che eri prima di Firenze potesse vedere il tuo lavoro oggi, cosa penserebbe?
Credo che vedrebbe una persona molto più consapevole, ma anche più libera. Penso che si sorprenderebbe nel vedere quanto spazio abbiano preso la ricerca, l’imperfezione e l’ascolto del materiale all’interno del mio lavoro. E forse sarebbe felice di sapere che stiamo continuando a credere in questo progetto e in questa passione. Ora mi assecondo con fiducia, seguo il flusso e mi lascio stupire.



