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La narrativa di Viola Ardone fra analisi del contesto storico e interpretazione poetica delle vicende umane

La scrittura di Viola Ardone ha uno spessore e una cifra originale, impatto e coinvolgimento. Riflessione ed emozione. Sentimenti che non confliggono assolutamente nella percezione del lettore: le storie trasportano emotivamente e inducono naturalmente alla riflessione e al confronto, anche fra ieri e oggi. Anzi, direi, soprattutto fra ieri e oggi. È presente, a volte non esplicita, una finestra sulla contemporaneità anche quando a raccontare è il passato. Una visione che non perde lucidità sul presente. Pertanto la sua voce si colloca nel panorama letterario contemporaneo come una delle più limpide, intense ed empatiche; capace di costruire universi narrativi in cui le vicende dei singoli, i “qualunque” della storia, sono specchio delle grandi trasformazioni di ogni epoca.

C’è un interesse evidente nella costruzione dei romanzi, ed è quello per la ricerca della verità, soprattutto quando essa si incardina nella vita degli invisibili, degli ultimi. Questo aspetto è strettamente collegato con il profilo giornalistico della scrittrice che, attraverso la collaborazione attiva con testate come La Repubblica, Il Mattino e La Stampa, si distingue sempre per un forte impegno culturale e civile nell’animare il dibattito socio-politico su tematiche cruciali come la parità di genere, la memoria storica, il diritto all’istruzione, l’integrazione e la condizione giovanile.

LA NARRATIVA DI VIOLA ARDONE

Pertanto, la riflessione sulla narrativa di Viola Ardone, come già anticipato, conduce ad una evidenza, la combinazione interessante fra analisi del contesto storico ed interpretazione poetica delle vicende umane, laddove emerge una intensa compartecipazione alle individualità del testo. Mi spiego: il racconto procede con dettaglio di contesto, senza tradire alcuna memoria storica ad esso collegata, ma non decontestualizza le individualità che al suo interno animano le vicende; anzi, ne tratteggia attentamente, quasi con precisione chirurgica, l’aspetto emotivo e psicologico, portando all’attenzione aspetti della socialità e della quotidianità di interesse universale (ergo, dal particolare all’universale della storia).

Un processo che consente ai romanzi dell’Ardore di essere strumento di indagine e di riflessione; di studio e di analisi attraverso la fluidità nella lettura di pagine intense e straordinarie, dense ma non dispersive. Viola Ardone riesce a tenere i lettori dentro la storia attraverso una narrazione che va oltre il racconto e irrompe nella vita; ecco, mi sembra, anche da lettrice, che possa essere questa una possibile interpretazione dell’interesse di pubblico che i suoi romanzi suscitano.

LA TRILOGIA DEL ‘900

Il successo di Viola Ardone, anche internazionale, si consolida attraverso la Trilogia del Novecento, un progetto letterario che si afferma come notevole e potente nell’ambito della narrativa contemporanea. I tre romanzi storici sono pubblicati da Einaudi e si configurano quale analisi di un processo storico che ha come teatro l’Italia (contesto) e la sua evoluzione dal Secondo Dopoguerra agli anni Settanta. In questa narrazione del fatto storico emergono le vicende di coloro che si collocano ai margini dei grandi eventi ma hanno il compito sostanziale, pur non consapevoli, di rappresentare proprio l’evolversi di questi eventi, da una prospettiva accessibile e quotidiana.

Il treno dei bambini (2019) è il primo della trilogia. Si ambienta negli anni ‘50 e prende spunto da uno dei progetti di solidarietà più importanti della storia: il treno della felicità. Iniziativa solidale organizzata dal PCI per salvare i bambini del Sud dalla miseria. Da Napoli all’Emilia la storia di tanti piccoli Amerigo Speranza, protagonista ma testimone universale di quel mondo. Qui ci sono molte evidenze sociali legate al contesto ambientale, oltre che storico: lo sradicamento, l’emigrazione interna, la condizione di miseria e a volte anche di promiscuità di molte famiglie di quartiere, la dualità degli affetti (il distacco e l’accoglienza, il dolore e l’affetto ritrovato) e il potere del riscatto personale attraverso la cultura e la musica.

Oliva Denaro (2021), invece, è il romanzo dell’autodeterminazione e della forza dei NO che, in alcuni contesti, possono determinare una emarginazione sociale, una esclusione. Ambientato nella Sicilia degli anni ’60 e ispirato alla vicenda storica di Franca Viola, Oliva Denaro consente una riflessione ampia sul concetto/consuetudine del “matrimonio riparatore”, sulla violenza di genere e sul peso del giudizio sociale. La giovane Oliva non si piega e ricerca la propria libertà, pagando con sofferenza la propria scelta; ma se il ruolo di questa giovane donna “ribelle” è indimenticabile, la figura del padre, silenzioso accompagnatore delle scelte della figlia, rimane una delle figure maschili più commoventi della narrativa.

Con Grande meraviglia (2023) Viola Ardone ripercorre le fasi di attuazione della Legge Basaglia (L. 180/1978) e la transizione verso la chiusura degli ospedali psichiatrici. La voce della giovane Elba, cresciuta in un manicomio, è la lente d’ingrandimento da cui esplorare i confini labili tra normalità e follia, la dignità della cura e il diritto all’identità.

La Trilogia del Novecento fa una operazione importante dal punto di vista della memoria collettiva: ricostruisce il contesto e riscatta le piccole storie ai margini, lo abbiamo detto, e le trasforma in patrimonio civile condiviso: il treno della felicità, le leggi del codice penale sulla violenza e le istituzioni manicomiali. La storia attraversa il destino dei singoli.

TANTA ANCORA VITA

In Tanta ancora Vita (2025), con un salto prospettico, irrompe la contemporaneità. E non è più memoria di fatti ma presente. Un presente di fuga e di accoglienza, di guerra e di amore. Da una dimensione mondiale (la guerra russo-ucraina) alla dimensione domestica/marginale/invisibile (una casa, a Napoli). Non è un romanzo sulla guerra, ma sui rapporti umani e sulla loro forza; sulle persone e sui legami che si stringono al di là della lingua, della cultura, della propria storia. E, forse, proprio per la “singolarità” della storia di ognuno.

La simmetria narrativa è geniale. È Kostya, con la sua voce bambina, in fuga dall’Ucraina in guerra, in viaggio verso Napoli per raggiungere la nonna Irina, colf presso la signora Vita, a suddividere il libro in due slot emozionali e tematici:

Parte prima “Io sono nato con la guerra e nessuno mi può fermare” (cfr. p. 9)

Parte quinta “Io sono nato con la guerra e alla guerra ritorno” (cfr. p. 247)

Nell’intermezzo di questi due slot si snoda la narrazione dell’imprevedibile incontro fra Kostya e Vita, una donna paralizzata dal lutto per la perdita del proprio figlio. Due solitudini, due fragilità, due dolori che, però, non si consumano nella commiserazione ma si riattivano con la cura emotiva e la solidarietà. Qui, c’è tanta ancora vita. Ed è ciò che resiste alla guerra, la forza di chi la subisce e trova un modo per autodeterminarsi, raccontandola e sdrammatizzandola.

Non è un romanzo sulla guerra, ribadisco, c’è ironia nel racconto, quella giusta dose che serve per evidenziare il ritmo silenzioso e impetuoso della storia e di alcune storie. Di alcuni invisibili. Perché la guerra – lo dice Kostya – non dovrebbe mai uscire dai videogiochi. Eppure, in questo bizzarro presente, la guerra sta tornando amaramente protagonista. Ma i bambini fanno magie, anche fra le macerie della guerra fuori e della guerra dentro di noi: ci sincronizzano sul tempo dell’amore. E anche qui, c’è tanta ancora vita.

Questo ultimo romanzo di Viola Ardone rivela come gli incontri, anche fra estranei, possono curare ferite profonde, ridefinendo i legami d’affetto (una maternità che ritorna) “ogni figlio nato sulla terra è il figlio di tutte, di tutti” e scoprendo nella cura la via per salvarsi. Una reciprocità solidale. E d’altra parte la coralità della narrazione determina chiaramente l’intreccio fra le storie; Kostya, Irina e Vita, tre punti di vista sulla guerra, la molteplicità delle ferite e la complessità degli affetti.

Viola Ardone riesce, con una scrittura sobria, che arriva dritta al cuore e allo stomaco, a costruire personaggi che inciampano nella vita e si rialzano, fragili e resistenti. Personaggi che empatizzano con la loro fragilità e con gli altri.

Ho conosciuto Viola Ardone, abbiamo parlato dei suoi libri, e delle sue parole mi è rimasto l’incanto di una percezione. La condivido con voi: la letteratura non è solo una semplice evasione (può esserlo, badate bene e non c’è nulla di blasfemo. Anzi, menomale che sia anche così), ma è anche uno strumento sociale, politico ed empatico per comprendere la complessità dei rapporti umani e delle dinamiche storiche che, quando si intrecciano con la quotidianità, determinano uno spaccato interessante e stimolante per coltivare senso civico, ma soprattutto la forza di una prospettiva che ci impone di trovare tanta ancora vita, anche nella tragedia.

 

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