Home » L’artigianato tra rispetto della tradizione e logiche del futuro. Intervista alla docente ISIA Sabrina Sguanci Baroni

Condividi su:

Libri collegati

L’artigianato tra rispetto della tradizione e logiche del futuro. Intervista alla docente ISIA Sabrina Sguanci Baroni

È una tra le personalità più autorevoli nel panorama della formazione, del design e dell’innovazione applicata all’artigianato. Si tratta di Sabrina Sguanci Baroni, docente di Design dei Prodotti Ceramici all’ISIA di Faenza e di Tecnologia all’ISIA di Firenze, nonché insegnante all’Accademia di Belle Arti di Firenze.

La scelta di dialogare con lei scaturisce dalla sua capacità di unire la dimensione teorica a quella pragmatica, legando i nodi nevralgici della formazione accademica d’eccellenza e della cultura manifatturiera. L’osservatorio radicato tra sperimentazione digitale e arti tradizionali permette a Sguanci di ridefinire il rapporto profondo e strategico con l’artigianato.

Nelle risposte che seguono, l’artigianato contemporaneo viene infatti spogliato dai cliché di mercato per essere restituito alla sua dimensione più autentica. Una conversazione densa e lungimirante, imprescindibile per comprendere come materiali tradizionali possano dialogare con nuovi stili di vita e con le logiche del futuro.

Lei si muove tra progettazione digitale e lavoro manuale sulla materia. Come descrive questa doppia appartenenza — e come la vive nella pratica quotidiana dello studio?

Per me non esiste una vera separazione tra digitale e manuale. Il progetto nasce spesso attraverso strumenti digitali e dalle “abilità” dei materiali, che insieme mi permettono di esplorare forme, relazioni e scenari in modo rapido e complesso, ma acquista significato solo quando si realizza. È nel confronto con la materia, con i suoi limiti e le sue possibilità, che il progetto si verifica davvero.

Nella pratica quotidiana passo continuamente da uno schermo al laboratorio. Non vivo questa condizione come una doppia appartenenza, bensì come un unico processo progettuale in cui il digitale e la materia sono al tempo stesso strumenti di pensiero e di conoscenza. Entrambi producono informazioni e suggeriscono direzioni che da soli non sarebbero in grado di generare.

Questa integrazione permette anche di affrontare in modo più consapevole il tema della sostenibilità, evitando di scegliere processi e materiali che, ad esempio, provengono da logiche estrattive e coloniali, ottimizzando le risorse e sperimentando soluzioni che riducono sprechi e consumi senza rinunciare alla qualità del progetto.

Firenze porta con sé un’eredità artigianale ingombrante. Nel suo lavoro, la tradizione della città è uno stimolo o a volte diventa un peso?

Direi entrambe le cose. Firenze e la Toscana offrono un patrimonio straordinario di competenze, di tecniche e cultura del fare. Sono risorse enormi perché ci ricordano che la qualità nasce dal tempo, dall’esperienza e dall’attenzione ai dettagli. Basta pensare agli arredi progettati da Giovanni Michelucci per la Stazione di Santa Maria Novella: molti elementi realizzati in bronzo sono ancora oggi perfettamente conservati e testimoniano una cultura del progetto fondata sulla durata oltre che sulla qualità formale.

Mi interessa una tradizione viva, capace di trasformarsi. Le tradizioni che sopravvivono sono quelle che hanno saputo cambiare nel tempo. Per questo considero la tradizione più come un interlocutore che come un modello da replicare.

Oggi credo che proprio il dialogo con il modus operandi artigiano possa offrire risposte importanti anche alle sfide della sostenibilità. Molti saperi artigianali si fondano su una conoscenza profonda dei materiali, sul riuso attento degli scarti di lavorazione e su modelli che, in qualche modo, anticipano principi oggi definiti cradle to cradle (“dalla culla alla culla”). A questo si aggiungono una forte dimensione relazionale e sociale e la produzione di oggetti pensati per durare nel tempo. Studiare questi valori e reinterpretarli all’interno dei sistemi produttivi contemporanei attraverso il design significa costruire modelli più responsabili e consapevoli.

Ha lavorato con le tecnologie WASP applicate alla ceramica. C’è chi sostiene che la stampa 3D tolga valore all’oggetto artigianale. Cosa risponde, e dove traccia il confine tra manufatto e prodotto industriale?

Credo che la stampa 3D non tolga valore all’oggetto artigianale; semplicemente sposta il luogo in cui si manifesta la competenza. La qualità non risiede nello strumento, ma nelle decisioni progettuali, nella conoscenza del materiale e nella capacità di controllare il processo.

Nel caso della ceramica, la stampa 3D utilizza spesso la stessa argilla della lavorazione tradizionale e richiede comunque essiccazione, cottura e finitura manuale. È un’estensione delle possibilità del laboratorio, non una sua sostituzione.

Inoltre, la sostenibilità è uno degli aspetti che rende queste tecnologie particolarmente interessanti. La fabbricazione additiva consente di utilizzare il materiale in modo più controllato, riducendo gli scarti e permettendo di produrre solo ciò che è realmente necessario. Se inserita all’interno di una filiera consapevole, può contribuire a ripensare il rapporto tra produzione, consumo e risorse.

La stampa tridimensionale, e più in generale, la robotica applicata alla produzione, ci consente di superare alcuni dei vincoli che hanno caratterizzato il modello industriale novecentesco, fondato sulla serialità come condizione necessaria per ottimizzare costi e processi.

Oggi i sistemi produttivi legati all’industria digitale aprono scenari inediti tra arte, artigianato e design. Si rafforza una cultura produttiva basata sulla mass customization, che si nutre delle sperimentazioni dell’artigianato e delle nuove possibilità offerte dalla progettazione parametrica e dalla connessione continua tra sistemi, dati e persone.

Diventa possibile, così, realizzare pezzi unici o piccole serie altamente personalizzate mantenendo processi produttivi efficienti. In un certo senso, il pezzo unico non rappresenta più l’eccezione ma può diventare la regola. 

Il tema dell’unicità non è forse sempre stato uno dei paradigmi fondamentali dell’arte? La differenza, a mio avviso, sta nel fatto che il design continua a confrontarsi con le necessità dell’abitare, con le funzioni d’uso, con i bisogni delle persone e con la possibilità di trasferire queste soluzioni in sistemi riproducibili. È in questa dimensione tra unicità, funzione e riproducibilità che oggi si ridefinisce il confine tra manufatto e prodotto industriale.

Negli anni in cui ha lavorato in Artex, ha seguito da vicino molte realtà artigiane toscane. Qual è stato l’ostacolo più ricorrente che impediva a un artigiano tradizionale di aprirsi al design contemporaneo (culturale, economico, generazionale)?

Se dovessi individuarne uno, direi che era soprattutto di economia delle risorse in senso lato. Molti artigiani possiedono competenze tecniche straordinarie, ma spesso hanno avuto poche occasioni per confrontarsi con il progetto come strumento strategico e non solo come risposta a una richiesta del mercato.

Non credo che il problema fosse una mancanza di apertura mentale. Piuttosto, spesso mancavano il tempo, le risorse e gli interlocutori giusti per costruire un dialogo tra saper fare e innovazione. In molti casi emergeva anche la difficoltà di investire in processi di ricerca, che sono invece fondamentali per affrontare le trasformazioni contemporanee, comprese quelle legate alla sostenibilità ambientale e sociale.

Il ruolo di realtà come Artex è stato proprio quello di creare occasioni di incontro tra artigianato, design, nuove tecnologie e nuove visioni del mercato, favorendo una cultura dell’innovazione in senso allargato e in relazione alle singole necessità accessibile anche alle piccole imprese.

Insegna design a futuri professionisti. Chi pensa che saranno gli artigiani tra dieci anni: designer che imparano a lavorare la materia, o artigiani che aggiungono strumenti digitali al loro repertorio?

Penso che le due figure tenderanno sempre più a sovrapporsi e a mutare. Le categorie tradizionali stanno diventando meno nette. Mi auguro che tra dieci anni vedremo professionisti capaci di muoversi con naturalezza tra progetto, tecnologia, materia, comunicazione; già oggi si vedono questi risvolti nelle nuove generazioni. Persone che sappiano utilizzare strumenti digitali avanzati senza perdere il rapporto diretto con i materiali, con i processi produttivi e, soprattutto, senza rinunciare a una visione ecologica del progetto; oggi necessaria per ripensare il rapporto tra la nostra specie e le altre forme di vita che abitano il pianeta.

Ai miei studenti cerco di trasmettere proprio questa idea: non scegliere tra mano e tecnologia, ma comprendere le relazioni complesse che le legano e come ciascuna possa amplificare le potenzialità dell’altra. Credo che il futuro appartenga a figure ibride, capaci di pensare come designer e di comprendere la materia come artigiani.

A questa capacità si aggiungerà necessariamente una forte attenzione alla sostenibilità. Personalmente trovo nei materiali tradizionali come ad esempio la ceramica una dimostrazione particolarmente significativa: è un materiale che porta con sé l’eredità dell’epoca preindustriale a cui oggi guardiamo con interesse: non per nostalgia, ma perché contiene alcuni insegnamenti preziosi su come costruire un rapporto più equilibrato tra uomo, natura e tecnologia.

ISCRIVITI AL CANALE WHATSAPP DI TOSCANALIBRI

Per continuare a rimanere aggiornato sui principali avvenimenti, presentazioni, anteprime librarie iscriviti al nostro canale e invita anche i tuoi amici a farlo!