Conoscere una delle voci più autorevoli e dinamiche nel panorama della formazione e della critica dell’artigianato in Toscana. Nasce con questo obiettivo l’idea di intervistare il prof. Angelo Minisci, noto per la sua capacità di unire la dimensione teorica a quella pragmatica, combinando i nodi nevralgici della formazione d’eccellenza fiorentina. Minisci è infatti docente al Design Campus dell’Università degli Studi di Firenze; professore e coordinatore del Dipartimento di Design della LABA (Libera Accademia di Belle Arti) di Firenze; collaboratore attivo dell’ISIA Firenze (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche).
Questo osservatorio radicato nel cuore di una regione che ha fatto della tradizione manifatturiera la sua identità globale, permette a Minisci di ridefinire il rapporto profondo e viscerale con l’artigianato. Nelle risposte che seguono, l’artigianato contemporaneo viene esplorato attraverso la lente della sostenibilità e della digital fabrication.
Come descriverebbe il suo rapporto con l’artigianato? È un punto di partenza per il suo lavoro di designer, uno strumento o qualcosa di più personale?
Se devo pensare a un’immagine, penso alla materia, quindi alla madre terra. Di conseguenza, penso a tutti gli strumenti che si adoperano per lavorare questa materia artisticamente: il mio rapporto è di forte empatia. Entrare in relazione, capire e, attraverso il progetto, costruire un’autenticità è un agire lavorativo che diventa generativo, una nuova grammatica sia per le esperienze, sia per l’apprendimento che deriva dalla formazione di nuove relazioni di collaborazione: la pratica di mestiere con la creatività volta all’innovazione. Quindi, qualcosa anche di personale. Per me il rapporto con l’artigianato non è una semplice tecnica esecutiva, ma rappresenta un vero e proprio paradigma del futuro, inteso come l’unione profonda tra pensiero e manualità.
Quando lavora con artigiani, come gestisce il confine tra la sua visione progettuale e la loro autonomia esecutiva? C’è un momento in cui lascia che sia il processo a guidare il risultato?
L’aspetto forse più interessante dell’“uomo-Me” in quanto creativo è che non solo tento di progettare o fabbricare qualcosa, ma anche di creare una narrazione intorno ai prodotti, definendone così qualità non visibili oggettivamente. Gli oggetti e il dialogo con loro costituiscono il modo in cui misuro il passare della nostra vita. Il connubio è molto naturale, nel senso che stare vicino a un artigiano ti porta a ottenere immediatamente quello che ti sei immaginato, quello che hai disegnato, ma con qualcosa in più: l’artigiano apporterà dei cambiamenti, delle modifiche rispetto al progetto, quasi sempre delle migliorie a ciò che tu hai pensato. Si sviluppa così un rapporto paritetico, migliorativo, di compromesso verso l’alto. Non mi piace parlare di stile; cerco di interpretare ogni volta il progetto in base alla mia sensibilità e, soprattutto, cerco contenuti narrativi che si aggiungano alle normali “funzionalità” che un oggetto deve esprimere.
Nel contesto della rivista D’A, quali aspetti dell’artigianato contemporaneo le sembrano ancora poco raccontati o sottovalutati dal sistema del design?
Il tempo di formazione, la condivisione del sapere e la cooperazione risultano essere, dopo tanto tempo, ancora i tre elementi essenziali per un lavoro che si contraddistingue per qualità e passione. Ciò che in realtà è accaduto negli ultimi anni è che questi e altri progetti hanno iniziato a collegarsi a rete e a scoprirsi reciprocamente e che — attraverso manifestazioni e social media — hanno, negli ultimi mesi, costituito una vera e propria comunità. Accanto all’attenzione per il metodo di lavoro, all’uso di tecnologie produttive digitali e alla cultura del fai-da-te e del bottom-up, anche in Italia i maker si caratterizzano per la propensione al collegamento a rete.
Ciò che invece è sicuramente differente sono le mutate situazioni tecnologiche, di potenzialità dei media digitali o di altri canali distributivi; forse la stessa condizione di nuovi utilizzatori, più avvertiti e sensibili, che si muovono dentro le logiche di mutevoli nicchie o tribù di consumo. L’innovazione, quindi, non è un problema di dimensioni, ma di atteggiamento mentale. In questi contesti crescono e maturano artigiani digitali, promotori di un movimento dal basso e tesorieri di una cultura del lavoro che vede in questo l’espressione delle proprie passioni. Questi sono gli aspetti che cerco di evidenziare attraverso la rivista D’A, per dimostrare come il design debba dare forma al pensiero attraverso un legame vivo e costante con le arti applicate e decorative.
Artigianato e produzione industriale vengono spesso contrapposti. Nel suo lavoro, come convivono o come entrano in tensione?
Questa nuova apertura del design alle competenze collaterali al progetto è fondamentale per l’aggiornamento della sua natura e del ruolo del progettista: ancora oggi il designer è interprete di bisogni che affronta con l’aiuto di chi possiede gli strumenti, a cominciare dagli antropologi ed ergonomi cognitivi, ad esempio, competenze fondamentali per leggere i comportamenti del consumatore e intuirne la modificazione in relazione allo sviluppo e al cambiamento dei modelli culturali.
Mettendo a disposizione questa nuova dimensione, il mio lavoro e la mia ricerca si completano con l’artigianato, dando motivazione (senso e valore) al manufatto, orientandolo ai contemporanei modelli di consumo e accrescendone la qualità a livello sia di progetto, sia di processo. Credo fermamente che la vicinanza dell’artigianato sia strategica per il mondo produttivo attuale, per la generazione di nuovi prodotti che attingano al patrimonio mirabile delle lavorazioni storiche tradizionali: sapienza manuale e deposito di un sapere potentissimo. È un’istanza assoluta a cui io credo da sempre e, in modo particolare, negli ultimi anni.
Guardando ai giovani designer oggi, vede un interesse genuino verso i saperi artigianali o è diventato più un’estetica, un posizionamento di mercato?
A mio avviso questo contesto sollecita una cultura del progetto inedita: molto più interdisciplinare, sinergica con tutti i settori del mondo della ricerca e della società, in cui cultura e prassi siano fondate non solamente sulle buone pratiche, ma diventino ispiratrici di “una nuova modernità”; in un’ottica di valorizzazione della prossimità e condividendo quel senso di destino comune di cui parla Edgar Morin (1994). Una cultura del progetto dove le visioni di progresso e di futuro siano alimentate da valori di inclusività e proattività, contribuendo a rendere più sostenibile, equa, intelligente e competitiva la nostra società, e più tutelato e confortevole il nostro essere.
L’artigianato contemporaneo deve superare la visione riduttiva del fare come semplice abilità manuale. Come scrive Stefano Micelli in Futuro Artigiano, “c’è molta intelligenza nel fare”. L’artigiano non è più solo un esecutore: è pensatore, innovatore, progettista. Opera in uno spazio intermedio tra arte, design e industria, costruendo significato attraverso la materia. In coda al finale, essere “progetto” è pensare, fare e vivere il design come cultura, responsabilità e visione. Stiamo assistendo al passaggio dal design della sostenibilità ambientale al design attuatore di valore da economia circolare e di rilancio di una nuova cultura del progetto, dell’impresa e dei territori.
Ciò che invece non può più mancare è una narrazione completa, in grado di esaltare non solo le competenze di progettisti e creatori, ma anche i luoghi, i momenti e le situazioni in cui un determinato oggetto ha preso vita. In questa prospettiva, l’artigianato non è solo mestiere, ma paradigma del futuro: un futuro che unisce estetica, cultura e innovazione, in un dialogo tra passato e contemporaneità. Direi: ripartiamo da qui.



