Dopo il recente scritto su Pellegrino Artusi, cultore della buona cucina e delle belle lettere, crediamo utile proporre anche un excursus a tema cibo e letteratura. Nel corso del tempo, cucina e scrittori hanno avuto molteplici occasioni di incontro: giocose, libertine, colte, eleganti, popolari. D’altra parte, nel cibo sono rappresentate vere e proprie metafore sociali, differenze e identità di gruppo, modalità di socializzazione, linguaggi. E di conseguenza letteratura.
Potremmo cominciare da molto lontano, I secolo d.C., con quella Cena di Trimalcione dal Satyricon di Petronio, che ad un’analisi letteraria mostra quale teatralità possa assumere il cibo. E via via risalendo i secoli, tante sono le pagine apparecchiate a bella mostra di mangiari e convivialità.
Nel Decameron (1349-1351/53) è interessante, ad esempio, come Boccaccio usi il cibo in funzione narrativa: per evidenziare disparità di rango, sfidare la morale che predicava la mortificazione del corpo o per giocare con metafore erotiche e doppi sensi (digiuni, diete, lauti pasti). Come quando, nella prima novella della VII giornata, il giovane amante si ritrova nella felice condizione di far precedere lo sfogo degli appetiti sessuali da una bella mangiata di cappone e uova fresche, a dispetto del marito tradito cui non resterà che rosicchiare qualche pezzetto di carne sotto sale.
Quanto ad amori adulterini, inevitabile non pensare alla flaubertiana Madame Bovary e al suo matrimonio iniziato male già dal pranzo di nozze. Emma, che aveva sempre sognato una festa all’insegna dell’eleganza e del romanticismo, dovrà invece sciropparsi un interminabile ed esagerato pranzo (lombata di bue, fricassea di pollo, umido di vitello, cosciotto arrosto e, al centro della tavola, un maialino di latte allo spiedo circondato da quattro salsicciotti all’acetosella) allestito nella fattoria del suocero, in un’atmosfera pacchiana tipica della borghesia rurale. Gran finale, una torta nuziale ideata come un tempio, con portici, statuette, un torrione di pan di spagna e savoiardi, un prato verde con laghetti di marmellata e, alla sommità, un amorino su un’altalena di cioccolata.
Ma in letteratura il convito più rinomato resta ancora Il pranzo di Babette. L’autrice, Karen Blixen, da vera baronessa qual era, fa preparare alla protagonista del suo romanzo un ricco, ma raffinato menu, con piatti della tradizione gastronomica francese. Tale è la bontà di quel pasto da risultare un miracolo della riconciliazione. I convitati, infatti, abbandonano finalmente il ghigno dei reciproci rancori, svelano la parte migliore di sé stessi al di là di ipocrisie e moralismi. E quando, al termine, viene servito il caffè con cioccolatini al rum e friandises, sembrano essersi ormai convinti che le cose dello spirito non sono necessariamente alternative a quelle materiali.
Gli asparagi di Proust
Nella Recherche Marcel Proust, a un certo punto, mette su pagina una sorta di apologia degli asparagi, perché, a detta dell’autore, sono in grado di suscitare una vera e propria estasi visiva: “piccole creature celesti tinte di rosa, d’oltremare e di iridiscenze d’aurora che sembrano aver preso la forma di ortaggi”. Quanto all’effetto olfattivo di queste creature celesti, Marcel ci scherza sopra dicendo che mutano persino il vaso da notte in “anfora di profumo”.
Per Proust, oltre alle famigerate madelaine, avevano un potere evocante l’infanzia, la villeggiatura, un certo universo aristocratico, anche i gelati e i dolci freddi. Ne mangiava con voluttuosità frequentando storici locali parigini come il Café Procope, fondato dal siciliano Francesco Procopio dei Coltelli. Carlo Goldoni fu, al contrario, di gusti più popolari. Da buon veneto amava tantissimo la polenta condita. Nella commedia La donna di garbo trovò il modo di inserire una scena dove Rosaura prepara giustappunto la polenta per conquistare Arlecchino, da sempre simbolo della fame e della ghiottoneria.
Restiamo in Veneto (anche se lui era uomo di mondo) per ricordare Giacomo Casanova, che ovviamente prediligeva cibi afrodisiaci. Uno su tutti le ostriche, da condividere a colazione con l’amante di turno. Beveva inoltre molta cioccolata in tazza, quale coadiuvante per mantenere alto il livello delle sue performance erotiche. Usava l’espressione ‘boccone squisito’ per definire entrambi i piaceri: quello del palato e quello del sesso. Il bon viveur veneziano non faceva mistero della sua filosofia: “il piacere sessuale è per l’anima ciò che la buona tavola è per lo stomaco”.
Quando il grembiule è sexy
Cultore di questo binomio fu notoriamente D’Annunzio. Nel suo villone sul Lago di Garda faceva preparare alla cuoca Albina (da lui soprannominata Suor Intingolo) paté di fagiano, aragoste, caviale, tartufi. La tavola era parte del rito di seduzione.
Restiamo sul tema, ma in tempi più recenti, con Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci di Isabel Allende. Pagine piccanti e ironiche che badano a dimostrare come la cucina sia l’anticamera del “piacere dei piaceri”. Ecco, allora, una serie di ricette che vanno dalla salsa corallina alle pere ubriache, dall’habanera di gamberi all’insalata delle odalische, dalla zuppa scacciapensieri alle ciliegie civettuole. Mai, come in tal caso, il grembiule risulta essere un indumento sexy.
Infine, non possiamo dimenticare quanto iconico sia il cibo nelle storie di Nero Wolfe, il celebre investigatore ideato da Rex Stout (fece il suo esordio letterario nel 1934). Wolfe è un vero gourmet, per lui la cucina è arte e civiltà. Tra i piatti frequentemente preparati dal suo cuoco (maestro d’arte culinaria) troviamo le uova al beurre noir, l’insalata di aragosta alla brasiliana, le cozze al vino bianco, la fricassea di pollo con nocchetti e svariati manicaretti. Nel romanzo Alta cucina, Wolfe partecipa a un raduno internazionale di chef, riuniti per scoprire la ricetta segreta delle leggendarie “salsicce mezzanotte”. Neanche a dirlo, il convegno vedrà presto le atmosfere del giallo con l’immancabile assassino da smascherare. Nel 1973, Rex Stout pubblicò Il manuale di cucina di Nero Wolfe dove sono raccolte oltre 250 ricette tratte o ispirate alle sue storie.
Un po’ meno attraente ci sembra “il sapore dell’olio rifritto che aveva fatto da base a una paella cucinata da uno specialista in scienze naturali, ossessionato dall’idea di combinare tutta la botanica e tutta la zoologia possibile in un solo piatto” di cui parla Manuel Vasquez Montalban nel romanzo Il centravanti è stato assassinato verso sera, un giallo che vede impegnato un altro celebre investigatore, Pepe Carvalho.
Il cotto e il crudo
Ad evitare un’indigestione da citazioni fermiamoci qui, pur sapendo che tante altre avrebbero meritato d’essere richiamate. Così come sarebbe interessante ragionare di quelle pagine che del cibo hanno trattato gli aspetti sociali, etno-antropologici, di costume. Pensiamo agli studi di Mary Douglas sulle massaie inglesi e i loro piatti rispondenti a precise logiche culturali; a Claude Lévi-Strauss che, prendendo spunto da alcuni miti amerindi, si addentra nelle categorie universali del cotto e del crudo (Il cotto e il crudo è il titolo di un suo libro del 1964); alle analisi di Michel Focault su come il cibo sia uno dei principali strumenti di controllo sociale e di auto-costituzione dell’individuo; o agli scritti di Jack Goody focalizzati su gusti e saperi culinari quali mezzi di affermazione di identità etniche e sociali.
È insomma acclarato che il mangiare è molto più di una necessità biologica fondamentale per la sopravvivenza. Ciò spiega quanto spazio abbia conquistato su mass media, social, discorsi della gente. Alcuni anni fa, a David Remnick, direttore dello storico settimanale New Yorker, fu chiesto perché la rivista si occupasse sistematicamente di culinaria. La risposta fu: “Noi viaggiamo non soltanto con la nostra testa, ma anche con lo stomaco”.