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L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica

Nel secolo scorso era una città dentro la città. Tra i Settanta e gli Ottanta poté dirsi la fabbrica più grande d’Europa, arrivando a contare quasi 60.000 lavoratori. Oggi ne restano 4.080, e la sera, a fine turno, quella città nella città diventa spettrale.

È lo stabilimento torinese Fiat Mirafiori, icona dell’industria italiana e del boom economico, rappresentazione di trasformazioni sociali e teatro di una storia operaia giunta ormai all’epilogo. Nel linguaggio politico, sindacale, giornalistico ‘i cancelli Mirafiori’ indicavano un avamposto di sentimenti e di lotta (che parola antica!), il luogo-simbolo di una retorica rivendicatrice.

Parliamo di un tempo lontanissimo, non calcolabile con il mero computo degli anni. Un’altra epoca, il cui racconto pare oggi impossibile per quanto risulterebbe anacronistico, per come irrimediabilmente squinternato sia il vocabolario che ne fornirebbe le parole.

C’è riuscito, però, Niccolò Zancan con il libro “L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica” (Einaudi). Un testo che, tutto insieme, è romanzo, saggio, reportage, pamphlet, azione scenica, poesia civile. Non è fiction, purtroppo.

È la cronaca di una fine o – come sottotitola l’autore evocando subito un registro lirico-drammatico – il canto finale che precede il sipario, quando le luci affiocano in ombre bieche e lo spettatore morde sconforto.

Zancan affida questo canto all’”ultimo operaio” di Mirafiori. Non interessa nemmeno saperne il nome, perché lui è voce di tanti altri. Ora prossimo alla pensione, è stato partecipe di una storia che può raccontare in ogni passaggio, dall’età dell’oro alla depressione. Della grande fabbrica conosce le strade interne, sotterranei, recessi.

Tanto per dire: lui sa che per andare a piedi dalla porta 23 all’ingresso principale occorrono trentasette minuti, per fare l’intero perimetro dello stabilimento ce ne vogliono novantadue. Lui distingue benissimo la natura degli odori, rumori, silenzi. Ricorda la variegata umanità che brulicava là dentro, ciò che della vita e della sua fatica vi entrasse e uscisse giorno dopo giorno. Ha memoria per palarne, cuore per avvilirsi, sufficiente frustrazione nel constatare che di quel racconto non frega più niente a nessuno.

Il canto finale messo in partitura da Niccolò Zancan suona come un blues lento e malinconico, un’ultima istanza di orgoglio e di denuncia; e, considerato che in quel che resta della Fabbrica Italiana Automobili Torino, oggi si parla english, è pure un ultimo, pacato ma fiero fuck you. E così sia.

***

La porta 23

Di notte vanno via tutti, resta aperta solo la porta 23. È per i camion che portano i pezzi di ricambio. Hanno attraversato l’Europa, macinato chilometri, e quindi i camion, a qualsiasi ora, devono entrare. I vigilantes hanno la bolla, gli autisti scaricano: alberi, corone, differenziali, centocinquanta colli.

Io non so dove vadano a prendere quei pezzi, ma deve essere un posto molto lontano. Perché puzzano da fare schifo, sono pieni di grasso, hanno viaggiato nel mare, questo è certo. Gli hanno messo il lubrificante per non farli consumare. Così, il giorno dopo, per prima cosa qualcuno di noi li deve pulire. E quando uno li pulisce, se è un vecchio delle meccaniche come me, pensa che quei pezzi una volta ce li producevamo da soli: uno a uno, ce li facevamo noi, anche i particolari.

Hanno chiuso prima la porta 18. Poi la porta 19 e la porta 20. Hanno chiuso la 32 e la 33. Piante tropicali alla porta 27. Hanno chiuso l’asilo e la palazzina dei colletti bianchi. Nel mio turno alle meccaniche, fino al 2004, eravamo dodicimila operai. Adesso siamo cinquecentottantotto e ci conosciamo tutti, anche se non ci parliamo più.

Io, però, con Junior parlo. È uno di quei granata convinti di avere la verità in tasca. Si fa chiamare così in onore di Leo Junior, ma il suo vero nome è Leonardo Zorzan da Pieve di Teco, un terrone come me, solo arrivato da un’altra regione.

Nel 1987, quando siamo entrati, questa era ancora la Fiat, avevamo ancora le tute blu, i vecchi dettavano le regole ai giovani, ed erano regole buone per tutti: io e Junior queste cose ce le ricordiamo bene. Ieri sera, a fine turno, siamo usciti insieme. Un gelo boia. Non c’erano camion alla porta 23, nessuno per strada. I vigilantes stavano chiusi dentro a guardare Inter-Feyenoord. E io gli faccio: «Zitto Junior, non fiatare!»

Mi ha guardato con quella faccia da cane bastonato che potrebbe sbranarti.

«Lo senti questo silenzio?»

Ci siamo inchiodati lì, come due statue, in quel punto preciso dove eravamo.

«Sì», ha detto Junior. «È la fabbrica che sta morendo».

Miraflowers

Questo posto è immenso. Venti chilometri di ferrovie. Trenta chilometri di sotterranei. Era la fabbrica più grande d’Europa. Partivi da qua, e potevi sbucare ovunque. Una volta avevamo le nostre strade interne, indirizzi speciali della città della Fiat, vie segrete che conoscevamo soltanto noi.

È proprio questo vuoto, adesso, che non si vede da fuori: il buco al centro della fabbrica. Il buio delle palazzine, le strade chiuse, i tunnel sbarrati, le luci spente, l’odore di chiuso, il rimbombo del niente, la distanza enorme fra tutte le cose.

Quando è sera, a fine turno, certe volte cammino ai bordi di Mirafiori. Anche se fa un freddo da friggere i denti, camminare mi fa bene. Mi piace cronometrare le distanze, è un modo per ricordarmi cosa eravamo. Dalla porta 23 all’ingresso principale: trentasette minuti. Tutto il giro del perimetro: novantadue.

Per arrivare a un bar aperto: quarantuno.

Si può scegliere fra il chiosco di «Maury il Troione», oppure da «Mimmo» che sta all’angolo con corso Settembrini. Avevo lasciato l’auto là davanti e mi era venuta sete, volevo bermi una birra e starmene un po’ da solo, senza niente da fare.

Ma mi ha chiamato mia moglie e mi ha detto che se non mi spicciavo mi ammazzava.

Così, tornando a casa per la strada più lunga, sono passato davanti a piazza d’Armi e ho visto tutta quella gente che usciva dal palazzetto dopo la partita di Sinner. E a guardarli da lontano, mentre se ne andavano ai parcheggi, sembravano tristi anche se Sinner aveva vinto.

 

[da L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica di Niccolò Zancan, Einaudi, 2026]

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