Il 15 settembre 2006 muore Oriana Fallaci. Il 15 settembre 2026 ricorrono i venti anni dalla sua morte. Una morte di carne, non di pensiero, non di eco, come spesso accade per coloro che hanno vissuto di tumulti e di passioni come recita il sottotitolo del volume di Riccardo Nencini “Mai stanca di vivere” (Mondadori). La sua figura non teme oblio, ma continua ad alimentare dibattiti, confronti, discussioni incalzanti, talvolta anche strumentalizzati, esagerati, enfatizzati; tutto ciò conferma una eredità intellettuale di grande spessore, una testimonianza della Storia, oserei dire intransigente delle macerie del Novecento, che non risente del tempo, ma nel tempo si conferma.
I reportage, le interviste, i romanzi di Oriana Fallaci non sono tipologie testuali sono creature di una donna che ha attraversato la sua vita come una straordinaria avventura, che ha rispettato il valore della parola ed ha sedotto con le sue parole, con il piglio tenace e fiero, orgoglioso di chi dialoga in un corpo a corpo senza sconti con il potere e con la storia.
In questa ricorrenza, e non solo per la ricorrenza, soprattutto per il rapporto personale di stima e di amicizia che lo lega alla Fallaci (uso il presente intenzionalmente), Riccardo Nencini, storico, scrittore, già presidente della commissione cultura del Senato della Repubblica, presidente del Gabinetto scientifico G.P. Vieusseux, pubblica firma un ritratto intimo dell’Oriana, in cui però – ve ne accorgerete leggendo – c’è una dimensione umana, intellettuale, passionale di una donna che non può non essere, nella sua essenza, scrittore e giornalista. Non sono due Oriane. È Oriana Fallaci anche alla fine, mai così viva, nel rassettare, sistemare, organizzare, prepararsi alla morte senza lasciare nulla al caso; dove? Nella sua Firenze, l’inizio del viaggio; l’alfa e l’omega (cfr. Mai stanca di vivere, p. 9)
“… dove, sennò? Qui ho iniziato a volere la libertà quando ancora non sapevo cosa fosse. C’è un legame indissolubile tra me e Firenze, nonostante tutto” (cfr. p. 15).
DILADDARNO
Il testo di Riccardo Nencini non è un romanzo, è la ricostruzione attenta e onesta dell’ossatura morale e concettuale di Oriana Fallaci, di come abbia condotto la sua esistenza fino all’ultima battaglia, quella con l’Alieno, attraverso la rielaborazione narrativa del loro ultimo incontro. È l’estate del 2006, una telefonata, essenziale, stabilisce le coordinate del vedersi, solitudine e riserbo. Diladdarno.
L’incedere del racconto di Nencini, all’epoca presidente del Consiglio Regionale della Toscana, è lo sguardo privilegiato di chi conosce Oriana, al di là dei formalismi, dell’icona pubblica; di chi, in un rapporto confidenziale e protettivo (nato da “un litigio prima dell’abbraccio”), accoglie il lascito politico, civile e letterario di uno spirito anche fragile, ma sempre indomabile e rigoroso. Oriana Fallaci è, senza se e senza ma, una delle voci più emblematiche, complesse, controverse ed affascinanti del Novecento.
Nell’analisi del testo di Nencini, la cui lettura procede spedita ed agevole grazie ad un periodare chiaro ed essenziale, in cui i dialoghi sono vivi, reali, presenti, attuali, emergono, armonizzati con dettagli personali, intimi, confidenziali, quotidiani, gli snodi del pensiero di Oriana Fallaci.
LIBERTA’
Sicuramente la libertà, non solo come diritto da difendere a caro prezzo, ma come dovere assoluto, anche nella scelta di morire dove si hanno le proprie origini, i ricordi, gli affetti, nonostante tutto perché chi sostiene che il luogo di nascita non condizioni la vita è bugiardo. Oriana costruisce la sua idea di libertà non come privilegio ma come diritto e dovere attraverso le radici antifasciste (figura del babbo partigiano) e l’esperienza giovanile nella Resistenza come staffetta partigiana.
Questa libertà matura con la sua fiorentinità in un rapporto viscerale, quasi ossessivo, che si coglie nei tratti più salienti del suo carattere, ed anche della sua inimitabile scrittura: orgoglio, ostinazione, vena polemica, un’ironia affilata che l’ha resa indimenticabile sono radicati nella tradizione intellettuale e contadina della sua terra. Nella sua fiorentinità, nell’Oriana furiosa che si dimena ancora e sempre tra la vita vissuta e le distorsioni della politica.
VERITA’
E poi la ricerca spasmodica della verità attraverso una scrittura che rifiuta la neutralità, come potremmo definirla, la neutralità comoda, quella che pone, senza evidenza alcuna, il compromesso implicito. E c’è nel dialogo fra Riccardo ed Oriana, intorno all’Imperfetto assoluto, romanzo a cui Nencini si dedica proprio nei mesi dei loro incontri, bellissime riflessioni sulla scrittura, sulla forza delle parole e sul senso di responsabilità di chi scrive, di chi racconta, di chi analizza fatti e contesti.
“Ogni frase deve essere armonica, musicale, deve gocciolare passione e verità, non deve disturbare l’orecchio […] Io ci riesco perché parlo mentre scrivo. Non dimentico mai che la parola scritta è voce” (cfr. p. 104)
E poi il decalogo dello zio Bruno, che non vi svelo, ma di cui, anche io, come lo stesso Nencini scrive, prendo nota. La scrittura, dunque, è uno strumento d’indagine, anche brutale; è volto a svelare le ipocrisie del potere, la piccineria dei compromessi della storia e di coloro che ne prendono parte. C’è, a questo proposito, la bellissima riflessione secum di Nencini che mi affascina oltremodo perché investe il presente, l’impoverimento verbale e civico di cui siamo spettatori e fruitori, purtroppo (anche per il pressapochismo e l’ostentata superficialità quasi come pregio di sintesi) e di cui sono certa faccio già tesoro nella condivisione di principio:
“La verità è che mi ha taciuto l’essenziale: il perché la parola domina sulla spada” (cfr. p. 107)
Questa riflessione sulla narrazione della parola come forza catartica, ancestrale, olimpica, faticosa, profetica, trova una sua realizzazione anche nella percezione dell’Alieno (così Oriana si riferisce alla malattia), alla convinzione salda che sia proprio la scrittura, la parola, la costanza di lottare per un’idea, per una passione, per una verità ad annientare la clessidra del tempo che scorre, inesorabile.
L’AMORE
L’altro fulcro del pensiero di Oriana Fallaci che traspare dal testo di Nencini è l’amore. La conversazione incalza nel momento della richiesta di alcuni autografi, Niente è così sia, Un uomo e Insciallah. Ci troviamo a New York, febbraio 2006. Data, firma rotonda in terza pagina e passa all’altro; chiosa “Riccardo, nella vita si ama una volta sola”. Una affermazione falsa, sostiene Nencini, lei stessa ha amato, e con passione, più volte. E ricorda nel racconto, i maschi alfa con cui Oriana corre l’immutabile e l’irrazionale follia delle emozioni, ma non raggiunge mai l’approdo: Alfredo Pieroni, Francois Pelou e Alekos Panagulis. Se è vero -sostiene Oriana – che non si può vivere senza amore è altresì evidente che certe vite impongono una seconda lettura, soprattutto quando sono lunghe e convulse.
IDENTITA’ OCCIDENTALE
Lo scontro di civiltà e l’identità occidentale segnano l’ultimo periodo della vita di Oriana Fallaci, dopo l’11 settembre 2001 e la trilogia che ne ripercorre la sua percezione ed analisi storica: La rabbia e l’orgoglio (2001), La forza della ragione (2004), Oriana Fallaci intervista sé stessa – l’Apocalisse (2004/2005). Qui Nencini dà voce ad una Fallaci lucida, furiosa e preoccupata dopo l’11 settembre 2001, la telefonata a Ferruccio de Bortoli, direttore del “Corriere”, l’intervista e, soprattutto, dopo il 29 Settembre 2001, un sabato che “taglia Oriana a metà: scaraventata nel dirupo dei cattivi maestri (cfr. p. 140).
“Morirò in piedi” è l’ultimo atto, concitato e doloroso, nel ritorno a Firenze e in quell’ultimo sguardo che dalla clinica di Santa Chiara conduce il suo spirito fino alle colline fiorentine e alla cupola del Brunelleschi.
“Mi dispiace morire, cara Sophia (dall’11 settembre Oriana, in uno stato di semicoscienza, riesce solo a parlare per qualche secondo con Sophia Loren). Non dimentico cosa mi disse Anna Magnani: Oriana mia, non è giusto morire, visto che siamo nati” perché, ed è fra le frasi più celebri della Fallaci, la vita è bella, anche quando è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere il regalo dei regali.
“Mai stanca di vivere” è una lettura preziosa per chi ama Oriana Fallaci e ne è affascinato; per chi vuole conoscere lo spessore di donna e di scrittore; per chi è contrariato e confuso dalla sua voce netta, rigorosa, inflessibile, da quell’analisi spietata ed inquieta del secolo breve. Ed è una lettura preziosa perché pone al centro non la morte, ma la vita. Il grande tributo che lei stessa, sempre, ha regalato ai suoi lettori, a fine di ogni suo scritto. Un inno alla vita. Libera.

