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Maledetti uomini. Manuale all’incontrario per diventare maschi adulti

Crudo, ironico, fiabesco, per certi aspetti pedagogico. Tale è il romanzo “Maledetti uomini” di Andrev Walden, affermato giornalista svedese, al suo esordio nella narrativa. Il libro, uscito in Svezia nel 2023 dove ha riscosso lusinghieri giudizi della critica, è ora pubblicato in Italia da Iperborea per la pregevole traduzione di Laura Cangemi, che dell’originale lascia bene intendere atmosfere, ritmi, linguaggio.

Voce narrante è Andrev bambino. Nel 1987 ha sette anni, e da qui muove questo romanzo di formazione che procede con il modo diretto di raccontare dei bambini, per i quali il reale non è mediato da concetti e astrazioni. Le cose, belle o brutte che siano, stanno tutte dentro a dove accadono, favole comprese.

Così Andrev guarda il marginale mondo di casa sua dove una madre, disallineata al presente, figlia dei fiori ormai fuori stagione, insiste ad essere sempre e comunque ‘contro’. Pure contro sé stessa, come dimostrano i suoi amori tossici con uomini sbagliati che l’uno dopo l’altro s’improvvisano, per Andrev, padri a tempo determinato.

Si inizia con il Mago delle Piante. Di lavoro fa il falso invalido con regolare sussidio statale. È prodigo di insegnamenti botanici, strategie scacchistiche, utili suggerimenti di vita quotidiana, quale, ad esempio, defecare alla maniera dei Pellerossa. Il Mago delle Piante è un simpatico. Meno quando s’accende di rabbia e tira sberle fino a far male.

Segue l’Artista, non si sa di quale arte se non quella di sedurre donne. Subentra quindi il Ladro, un taccheggiatore arrestato proprio al cospetto del ragazzino. Gli succede il Pastore, simil ministro di chissà quale Dio, assillato dai riflessi luciferini presenti negli sguardi altrui. Poi giunge l’Assassino, forse il più pericoloso, considerato quanto sia irascibile e possessivo. Quando Andrev è nel pieno dell’adolescenza ecco apparire il Canoista, e sarà costui a influire maggiormente sulla sua vita che si avvia verso l’età adulta.

In una siffatta ridda di padri a prestito, l’unica sicurezza diventa il padre mai visto, cioè il vero padre, descritto dalla madre come un indiano dai capelli lunghi e neri. Dal momento che ha saputo della sua esistenza, Andrev immagina e sogna l’Indiano. Senz’altro manderà uno spirito che lo conduca da lui, in un mondo fantastico, via dalla rabberciata vita che una madre affettuosa ma incasinata gli va prospettando.

Il romanzo di Walden è la storia di un ragazzo fattosi uomo avendo idee un po’ confuse su come un uomo debba amare, crescere figli, legittimare dinanzi agli altri il proprio esistere. I maschi da lui conosciuti hanno fornito, in proposito, pessime o tantomeno scarse indicazioni. Ma per la legge dei contrari, anche i mediocri possono assurgere a pedagoghi: mostrano, infatti, ciò che sarebbe meglio non essere.

***

Si accovaccia e mi guarda negli occhi.

«Hai due nasi», dice.

Mi tocco il naso, come se ce ne fosse bisogno per smentirlo. Non capisco cosa vuole dire ma capisco che sta per spiegarmelo, perché vedo aggirarsi un sorriso nella barba.

Quando sorride è molto bello. Gli occhi, di un grigiazzurro chiaro, non sembrano appartenere al resto della testa perché sono incastonati in una cornice di ricci neri, ma i colori non stonano, anzi. Lui è la luce e il buio che la circonda. Lo sguardo luccica come il dorso di un salmone in una foresta di alghe brune e gli dona la capacità di stregare. E adesso sono di nuovo stregato.

«Fai come me», dice sollevando una mano nello stretto spazio tra le nostre facce. Unghie sporche di linfa. Vuole darmi un ultimo insegnamento prima che ci separiamo per sempre.

E io faccio come lui ma mi sforzo di odiarlo. È da pochi mesi che so di non essere mai stato suo figlio e a volte mi dimentico di essere esentato dall’obbligo di amarlo. Sull’odio mi sto ancora esercitando ma comincio a essere bravino. Ho trovato la nota fondamentale e alzando la mano per metterla davanti alla sua la faccio risuonare dentro di me.

Il Mago delle piante vuole darmi un ultimo insegnamento, però non posso cominciare da qui. (In realtà ho già cominciato, ma ho pensato che l’attacco può restare com’è: come base per l’arco drammaturgico può andare.)

Voglio cominciare dal giorno in cui ha smesso di essere mio padre perché è stato molto strano, e delle stranezze io ho ricordi molto nitidi.

Mi sa che prima però devo spiegare cos’è un mago delle piante.

Temo che il tuo sguardo interiore si sia già posato su una specie di druido in tunica di bigello, ma lui non girava vestito così. L’uomo che chiamavo papà portava una salopette blu e guanti di terriccio. In estate non metteva altro, in inverno scarponi Graninge e, sopra la salopette, un maglione di lana tinta con coloranti vegetali. La lana l’aveva tinta mia madre.

Mentre ritocchi la tua immagine interiore voglio sottolineare che era molto bello. Devi farlo bello, altrimenti la logica che lo circonda non regge. Era il genere di uomo a cui le belle donne fanno maglioni di lana ai ferri. Era il genere di mago che scopa. Questo lo so per certo perché gliel’ho visto fare.

«Ai bambini non bisogna nascondere l’amore», diceva, e quando faceva sesso con nostra madre ci lasciava sguazzare nel lettone.

Io mi ritiravo in fondo al letto e ascoltavo il loro respiro. Non mi piaceva. Lui la faceva ansimare come una strega. Avevo paura di vedere la faccia di una strega, se avessi controllato, e così invece di controllare mi arrampicavo con lo sguardo sulle pareti.

Sopra il letto era appeso uno strano quadro. Il dio delle stagioni. Aveva baccelli per palpebre, pannocchie per orecchie, spalle di porri e un’enorme zucca grigioverde come petto. Era orribile. Un demone dalle guance di mele. Secondo il Mago delle piante, invece, era buono. Quando i versi da strega cessavano, si alzava e toccava la cornice del quadro, come per ringraziare il demone prima di infilarsi la salopette e sparire in giardino.

Aveva sempre molto da fare e il suo compito sulla Terra era importante. Così importante che lo stato gli dava uno stipendio perché ci si potesse dedicare. L’uomo che chiamavo papà era un mago delle piante stipendiato dallo stato.

Non serve essere del partito conservatore per sentirsi mozzare il fiato da una frase così, quindi prima che ti vengano le labbra blu voglio aggiungere che lo stato non sapeva bene quello che faceva mio padre. E anche che, se lo stato avesse saputo a cosa dedicava le giornate di lavoro, probabilmente lo avrebbe licenziato dal suo posto di mago delle piante stipendiato dai contribuenti. O forse lo stato non sapeva nemmeno che lui dedicava le giornate al lavoro, perché in un qualche cassetto di un classificatore statale c’era un foglio su cui si leggeva che mio padre non era in grado di lavorare e doveva essere pagato per non farlo.

Era invalido, ma solo su quel foglio. In realtà aveva una mobilità tutt’altro che ridotta. Una mattina si era svegliato con una voglia improvvisa di correre fino a Västervik e dopo colazione era partito. All’epoca abitavamo a Gamleby ma in ogni caso Västervik era lontano e lui ci era quasi arrivato. Verso il pomeriggio, uno sconosciuto di Hermanstorp aveva chiamato chiedendo di andare a prendere il tipo che aveva trovato sdraiato nel suo giardino. La mamma e lo sconosciuto lo avevano trasportato insieme fino alla macchina. Non riusciva a camminare ma era raggiante come un vincitore.

Il Mago delle piante era spesso raggiante come un vincitore perché era un vincitore. Aveva ingannato e sconfitto il sistema, e la soddisfazione per questa vittoria superava sempre la paura che scoprissero che non era invalido. Era un oppositore, fiero e spavaldo. Appena trovava un orecchio che non aveva ancora sentito com’era andata quando aveva sconfitto il sistema, prendeva fiato e si metteva a raccontare.

Sicuramente anche tu vorrai sentire quella storia e sapere di più sulla magia in sé – e ne hai pieno diritto, visto che sei stato tu, o almeno i tuoi genitori, a finanziarla – ma sono dettagli che dovrò inserire lungo il percorso, perché adesso bisogna arricchire la narrazione di un movimento e una direzione.

Quindi racconterò del giorno in cui ho smesso di essere suo figlio.

[…]

Suono il campanello e quando la porta si apre mi gonfio tutto.

«Ci sono…»

Vorrei dirlo con la vociona da Babbo Natale, ma non ci riesco. Rido troppo. Le parole mi escono dalla bocca sotto forma di sibili e devo prendere fiato. Ho solo sette anni e sono a piedi nudi nella notte invernale. Che riesca anche a parlare è pretendere un po’ troppo.

«… dei bimbi buoni, qui?»

Lui ha l’aria perplessa. Bene. Che altra faccia potrebbe fare tra l’incendio e la risata? E per sicurezza lo ridico. Anzi, lo grido. Non è più nemmeno una domanda.

«ci sono dei bimbi buoni, qui!»

Non avrei dovuto gridare. L’incendio divora le grida. Lui non si ricorda nemmeno di aprire bene la mano prima di colpire. È una novità. O comunque è diverso. Le sberle di solito mi fanno bruciare la pelle. Mille aghi, ma nella guancia. Adesso mi spacco ed è quasi più piacevole degli aghi. Come quando scoppiano le vesciche piene d’acqua.

Da vedere però è peggio, chiaramente. La faccia sanguina.

La mamma urla. Anche questa è una novità. Non le urla, ma la tonalità. Le succede qualcosa. Non arretra come fa di solito. Va verso di lui. Il mento sollevato. Dritto nelle fiamme. Il sole ha fatto in tempo a tramontare prima che questo giorno smettesse di essere un giorno qualsiasi, e adesso non si sazia mai di essere un giorno nuovo.

«Non è il tuo vero papà!» grida lei. «Un vero papà non farebbe mai una cosa del genere a suo figlio.»

Nell’attimo stesso in cui pronuncia la formula magica lui mi molla. Come se avesse perso ogni diritto su di me.

E io ci metto solo qualche attimo a capire che è vero. Non ci avevo mai pensato ma appena quell’idea mi si deposita dentro so per certo che è così. Non gli somiglio e non somiglio nemmeno ai miei fratelli. Non ho i loro occhi grigiazzurri e nemmeno i loro riccioli biondorossi o le loro lentiggini. E difficilmente loro hanno i miei lividi. Chiaro che è vero. Il Mago delle piante non è mai stato mio padre.

 

[da Maledetti uomini di Andrev Walden, trad. di Laura Cangemi, Iperborea, 2026]

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