“È meglio che non lo dici a nessuno, tranne che a te stesso. Tua madre ne morirebbe…”. Marco era sincero nel dirmi queste parole, eppure dentro di me quando le sento pronunciare qualcosa dentro brucia. Non so bene se nella pancia o nella testa, la vista mi si annebbia ed è come se smettessi di vedere oltre un tempo o uno spazio. Vorrei staccarmi dalle convenzioni e da quello che pensano gli altri, o forse vorrei staccarmi principalmente da quello che pensa mia madre.
Io non so più chi sono, a volte mi sento nelle descrizioni della mia famiglia, soprattutto di mia madre, altre in quella degli sconosciuti… come quella volta, mentre andavo a Roma in un malandato treno regionale e passai del tempo così piacevole con un perfetto sconosciuto tanto che ancora oggi, a distanza di anni, tengo stretta quell’immagine tra i ricordi più caldi e colorati. Quello sconosciuto mi disse delle cose che mi rispecchiano più di quanto io stessa sarei capace di vedere. A distanza di anni quello sconosciuto è diventato nella mia mente bellissimo e mi dice ancora delle cose che mi lusingano, ma oggi quelle parole credo siano frutto della mia mente e probabilmente lo è anche il bel ragazzo moro dai capelli scompigliati e lo sguardo tanto furbo quanto allegro.
È così difficile scoprirsi e sapere come si è, che quando qualcuno lo dice al posto tuo alla fine diventa meno faticoso seguire le parole che ascolti fuori. Le parole di mia madre non sono state tante negli anni, ma quelle poche proferite hanno sempre avuto il peso di un macigno. E poi quel suo modo di fare, di guardarmi, di strizzare gli occhi e rimpicciolire le labbra quando in lei montava la disapprovazione nel guardarmi o nell’ascoltarmi. Qualcuno mi ha detto che è tutto dentro la mia testa, che magari mia mamma rimpiccioliva gli occhi nel guardarmi per mettermi a fuoco poiché probabilmente non aveva una buona vista. Ma io so che non è così.
Questa cosa che è successa va però affrontata, bisogna che lo confessi a mia madre e a nessuno altro. Non dirlo sarebbe andare in una zona oscura dalla quale non so se mai potrò uscire e poi ora so che solo lei potrebbe aiutarmi. Marco mi conosce bene e insiste che io stia zitta, ma ora scoperto il segreto e anche lui ne fa parte, non può e non deve tirarsi indietro. La soluzione è dirlo a mia madre.
Mentre percorro il vialetto che conduce a quella che una volta era la mia casa, cerco di svuotare la mente, o meglio cerco di lasciarvi solo parole e immagini che mi possano poi aiutare nella comunicazione. Il rumore del mio calpestio sulla ghiaia mi fa tornare in mente quando da bambina giocavo a nascondino e nessuno riusciva a trovarmi tradito dal rumore dei passi sui piccoli sassi bianchi. Poi l’eco del nome di mia madre che echeggiava nell’aria calda, “donna Rosa”, così la chiama da sempre la gente del posto.
Com’è beffardo il destino… un nome, il suo, che richiama colore tenue e fiore pregiato, eleganza e dolcezza. Eppure, quando si apre la porta e ritrovo il suo sguardo pungente e indagatore, di tutto quel che ho pensato rimane solo uno strascico di eleganza ormai sbiadito dal tempo.
La casa grande con i mobili antichi, le vetrate da cui entra un sole avvolgente e in fondo la vista del mare mi danno sollievo. A volte la lontananza da quei luoghi mi fa dimenticare quanto pacifico e rassicurante può essere il rientro nella casa dove hai trascorso i primi anni della vita.
“Come mai questa visita?”, lo dice mentre mi cammina accanto a passo lento senza voltarsi;
“Per salutarti, come faccio spesso!”, ribatto subito sulla difensiva.
Lei si volta, mi guarda, non dice nulla. E così finisco nuovamente nella morsa che mi diede la spinta per andare via. Non dovevo rispondere in quel modo, ho scelto come al solito delle pessime parole e tono.
“Di solito vieni quando è buio, mai di giorno”.
E con questa semplice osservazione mi rimette al mio posto e a mio agio, pronta per poter iniziare la mia storia.